Niki Lauda, eroe tragico che non abbiamo saputo amare

Massimo Del Papa

Niki Lauda, eroe tragico che non abbiamo saputo amare

Per tutti più che un uomo era un robot. La verità è che era un romantico disperato che viveva per la velocità e che a essa è tornato anche dopo essere stato sfigurato. Senza incolparla di niente e senza lamentarsi mai.

21 Maggio 2019 15.23
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Niki Lauda, il grande equivocato. Niki Lauda, il grande antipatico. Il "tedesc", anche se austriaco, per dire il prussiano, duro, odioso, senza cuore. Totalmente impermeabile ai giudizi della gente, del pubblico. Concentrato solo sulla velocità, sulla gara, che poi significava su se stesso.

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Lauda è figura tragica, vince e non lo perdonano, arriva in braccio alla morte e non lo perdonano: ad Arturo Merzario, che lo estrae quasi vivo dal rogo della sua Ferrari al Nurburgring, regala un orologio, e tutti: ah, che modo di sdebitarsi, è una carogna, è un prussiano. Che doveva fare, ammazzarsi per essere stato salvato? Al pubblico piacerebbe vederlo finalmente sconfitto, domato dalla sfortuna come un eroe omerico, ma Niki l'austriaco non legge Omero e se lo legge se ne frega, dopo 42 giorni è ancora in pista e fino all'ultima corsa contende il titolo a James Hunt. Non sfoggia le sue orrende cicatrici, semplicemente le indossa e non ci fa caso. E tutti: hai visto, che carogna, neanche si vergogna, non è un uomo, è un robot, ma come si fa a vivere così. E sono contenti che alla fine la spunti Hunt, che è il suo esatto contrario, un casinista, un bevitore londinese, un vanesio, uno che corre col piede fuori dall'abitacolo. Ma Lauda, che ha sfiorato il titolo con tutte le sue cicatrici, lo aveva già vinto l'anno prima e lo vincerà altre due volte. Hai visto, quel “tedesc” non lo ferma nessuno, ha un pistone al posto del cuore, è una carogna.

I FUMI TOSSICI RESPIRATI AL NURBURGRING LO UCCIDEVANO POCO A POCO

Ma Niki Lauda «rinasce come rinasce un ramarro» e stavolta non è una canzone di Lucio Dalla, la sua faccia deformata, orrendamente sfigurata lo fa somigliare a un rettile, un antieroe dell'Uomo Ragno. Continua a correre, a vincere, a far discutere, cambia scuderia, sceglie la Brabham, si ritira, ritorna, vince ancora. È nato per la velocità, è consacrato a quella forma d'arte che sta nello scagliarsi in un bolide a 300 all'ora e niente lo può fermare, neppure l'incidente più spaventoso, se ne esce quasi vivo. Lauda non si è redento, non è stato perdonato neppure dopo, neppure da vecchio, ammesso che potesse invecchiare un lucertolone senza emozioni, con lo sguardo di ghiaccio. Ma era ghiaccio bollente. Ha fondato una compagnia aerea, è fallito, l'ha rifondata altre due volte. Non voleva perdere, mai, ed è rimasto in quel mondo della velocità pazzesca che gli era costato la faccia e, a lungo andare, la vita. L'austriaco piano piano diventava leggenda, finalmente il pubblico sembrava perdonarlo, di cosa poi non si è mai capito, sembrava infine apprezzarlo come meritava.

Era meglio sfidare ancora la morte piuttosto che ripetersi di averla scampata, ma lasciandosi ghermire dal suo soffio gelido, dai fantasmi dell'autocommiserazione, dalle sirene dei rimpianti

Sembrava intuire quell'uomo sotto le sembianze da rettile, il suo fuoco sotto il ghiaccio, la passione che lo riportava in pista ancora devastato. Per sempre devastato. Perché era l'unica terapia, perché era meglio sfidare ancora la morte, ancora e ancora, piuttosto che ripetersi di averla scampata, ma lasciandosi ghermire dal suo soffio gelido, dai fantasmi dell'autocommiserazione, dalle sirene dei rimpianti. Niki il prussiano tornava alla sua maledizione per non soffrire più di così, per lasciare indietro il dolore. Correva avanti a tutti ma, in fondo, scappava. Non era insensibile, era umano, troppo umano. E intanto moriva vivendo, i fumi tossici respirati mentre la sua macchina era un forno lo uccidevano giorno per giorno, due trapianti di rene, un altro ai polmoni ma lui non si lamentava, non diceva niente del suo calvario, spendeva parole gentili, generose per i piloti del presente, evitava paragoni con la sua grandezza, in un'epoca dove si rischiava di più e i piloti erano carne da macello più di adesso. E a Natale il suo corpo ha ceduto del tutto, l'hanno ricoverato in una clinica svizzera e lui sapeva non ne sarebbe uscito più.

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NIKI LAUDA, UN EROE TRAGICO DALL'UMANITÀ SOVRAUMANA

Settant'anni appena. Chissà se è vero che, a certe velocità, il tempo rallenta, sino a fermarsi. Niki Lauda, il più sfortunato dei piloti, il più devastato, è stato il campione che non abbiamo saputo amare. L'abbiamo rispettato, questo sì, e ci voleva poco, l'abbiamo temuto, ammirato, frainteso. Amato mai. Lui lo sapeva e non si è mai lamentato così come non si è mai lamentato delle piaghe, delle squame da rettile: «La macchina non si guida con la faccia, si guida col culo». Ma non era solo la faccia, tutto il suo corpo era piagato da ustioni di terzo grado, inguaribili, inguardabili. Niki il prussiano aveva tutto, gloria, ricchezza, ma in fondo aveva solo la velocità che lo uccideva tenendolo vivo. Tornava a imprigionarsi in un missile a ruote perché non aveva scelta, lui era nato per correre e quel brivido era tutto; il resto, solo una conseguenza, senza troppa importanza. Non era automatico e non era folle. Solo un romantico disperato. Perché solo un romantico può tornare a quell'amore che lo ha sfigurato, senza incolparlo di niente. Solo un eroe tragico può percorrere a velocità spaventosa il suo destino senza lamentarsi, anche se il mondo non se ne accorge e aspetterà le sue spoglie per rendergli l'umanità sovrumana che lo agitava.

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