Moschea sì, moschea no

Marta Allevato
16/10/2010

Mosca si mobilita contro un nuovo luogo di culto per i musulmani.

Moschea sì, moschea no

Il vuoto di potere nella Mosca che aspetta la nomina del suo nuovo sindaco rischia di innescare una pericolosa bomba a orologeria: quella del conflitto interreligioso. Da una parte sono schierati gli ortodossi russi: chiedono che il futuro primo cittadino, con molta probabilità il vicepremier Sergej Sobjanin, mantenga la promessa del suo predecessore di costruire 200 nuove chiese nella capitale. Dall’altra i musulmani russi, che nell’ex sindaco Yuri Luzhkov avevano un fedele alleato; temendo che con la nuova amministrazione le cose possano cambiare, mostrano i muscoli e rivendicano con insistenza la costruzione di una nuova moschea, la quinta della capitale.
E stavolta i moscoviti non ci stanno: scendono in piazza, firmano petizioni e lanciano un appello direttamente al presidente Dmitri Medvedev perché intervenga contro il progetto.
Così, la mobilitazione popolare contro il proliferare dei minareti nelle città occidentali arriva, per la prima volta, anche a Mosca. Paese multietnico e multiconfessionale, la Federazione russa ospita la più grande comunità islamica d’Europa: circa 20 milioni di fedeli, di cui quasi due milioni nella sola capitale, già ribattezzata Moskvabad.

La moschea, «un pericolo per i cani»

La protesta è esplosa lo scorso 11 settembre nella zona sud-orientale della città, quartiere Tekstilshiki. È qui che dovrebbe sorgere la nuova moschea con annessa scuola coranica voluta dal Consiglio dei mufti di Russia. Centinaia di persone sono scese in strada in una manifestazione pacifica. Una petizione lanciata dagli abitanti del quartiere ha raccolto un migliaio di firme, mentre i muri delle case sono diventati teatro di una guerra di slogan: “La moschea si farà”, “Niente moschea”.
I cittadini si oppongono all’idea che la moschea sorga nell’unica area verde della zona industriale di Tekstilshiki. Secondo le motivazioni ufficiali dei firmatari dell’appello, «creerebbe problemi di parcheggio e rappresenterebbe una minaccia per i padroni dei cani», animali ritenuti incarnazione del diavolo dai fedeli dell’islam. In precedenza gli stessi residenti avevano chiesto che in quell’area sorgesse una cappella ortodossa, ma il permesso era stato loro negato.
L’ultima iniziativa è l’appello per l’intervento del Cremlino. I firmatari spiegano di non essere mossi da alcun fine politico, ma solo dal desiderio di impedire “che un conflitto sociale si trasformi in uno scontro interreligioso”.
Per ora, a parte blog e siti internet, giornali e tv cercano di non dare troppo spazio alla vicenda, attenti a non accendere una miccia difficile da disinnescare sullo sfondo della tensione mai sopita in Cecenia e nel Caucaso settentrionale.

Se Chiesa e Stato strizzano l’occhio all’islam

Lo spettro di un conflitto interreligioso è proprio quello che tormenta i vertici di Stato e Chiesa. Il Patriarcato russo-ortodosso si è detto disponibile ad aprire le porte delle sue chiese ai «fratelli musulmani», se le moschee non bastassero. La “generosità” delle gerarchie ortodosse va letta nel quadro di una strategia della tolleranza verso la componente musulmana, tipica della politica del premier Vladimir Putin interessato a contenere le spinte separatiste all’interno del Caucaso musulmano. La Chiesa si è adattata alla politica governativa, in cambio del riconoscimento da parte del potere di una sua supremazia a livello culturale e sociale in tutta la Federazione.
L’avanzata demografica dei musulmani rappresenta una minaccia allo storico monopolio esercitato dalla Chiesa ortodossa sulle coscienze della nazione più estesa del mondo.
Le previsioni degli esperti parlano chiaro: se il calo della natalità non cessa, entro la metà del secolo la Santa Russia (che conta oggi 142 milioni di abitanti) sarà a maggioranza islamica.
Al di là di un problema di identità nazionale, l’aspetto che più preoccupa il potere politico è il possibile proliferare dell’estremismo, fomentato dalla repressione della ribellione cecena. Al Cremlino, però, non conviene cavalcare l’allarmismo. Da una parte i musulmani che crescono nella Federazione sono un nuovo elettorato da conquistare. Dall’altra un buon rapporto con il mondo islamico è funzionale a ricostruire il modello di una Russia come unica potenza alternativa agli Usa nel controllo degli equilibri geopolitici delle aree più calde del pianeta.