Tangenti Mose riciclate all'estero da Galan e imprenditori veneti

Tangenti Mose riciclate all’estero da Galan e imprenditori veneti

11 Aprile 2019 12.53
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Le tangenti del Mose sarebbero state riciclate all'estero dall'ex governatore del Veneto, Giancarlo Galan, e da un gruppo di imprenditori del territorio, con la complicità di due commercialisti padovani nel ruolo di prestanome. Per questo la Guardia di Finanza di Venezia, su ordine del Gip, ha fatto scattare un sequestro di beni per 12,3 milioni di euro nell'ambito di un'indagine per riciclaggio internazionale ed esercizio abusivo dell'attività finanziaria. Al centro dell'inchiesta, che coinvolge in tutto sei persone, proprio il reinvestimento all'estero delle tangenti incassate dall'ex presidente della Regione e dei capitali in "nero" degli imprenditori.

TUTTO È PARTITO DALLO STUDIO DI UN COMMERCIALISTA PADOVANO

La ricostruzione dei flussi di denaro legati al Mose e riconducibili a Galan, secondo fonti della procura di Venezia, è partita dallo studio del commercialista padovano Paolo Venuti, uomo di fiducia dell'ex governatore. Venuti era stato arrestato nel 2014 dalla Guardia di Finanza, in relazione alle tangenti sulla grande opera. Finito in carcere, ne era uscito riconoscendo davanti ai pm di essere stato il prestanome di Galan per quanto riguardava il denaro illecitamente percepito. Gli altri cinque indagati, sempre secondo la procura, rientrano nella cerchia dello studio del professionista e delle sue conoscenze. Il Gazzettino riporta i loro nomi: Alessandra Farina (moglie di Paolo Venuti), Christian Penso e Guido Penso. E poi i professionisti svizzeri che avrebbero avuto il compito di occultare il denaro: Filippo San Martino e Bruno De Boccard.

LA ROGATORIA IN SVIZZERA

Le Fiamme Gialle hanno allargato l'inchiesta grazie all'esecuzione di una rogatoria in Svizzera e sono giunti a identificare alcuni imprenditori veneti che sarebbero implicati nelle operazioni di riciclaggio. Le somme illecite, dopo un lungo giro in diversi conti correnti esteri, sarebbero rientrate nella loro disponibilità e sarebbero state usate per fare investimenti, molti dei quali di natura immobiliare, in appartamenti di lusso a Dubai e in capannoni industriali in Veneto.

I PRESUNTI REATI COMMESSI TRA IL 2008 E IL 2015

Il sequestro di beni ha colpito banche della regione, due imprese, quote di società e 14 immobili in Veneto e Sardegna. Gli accertamenti finanziari hanno consentito di accertare che tra il 2008 e il 2015 i due commercialisti accusati di aver fatto da prestanome avrebbero messo a disposizione conti correnti in Svizzera intestati a società di Panama e delle Bahamas, e gestiti da due fiduciari elvetici. Le somme raccolte sarebbero state successivamente trasferite su un conto corrente di una banca di Zagabria, in Croazia, intestato alla moglie di un terzo professionista del medesimo studio padovano.

UNA LISTA DI NOMI NELLE MANI DELLE FIAMME GIALLE

Gli imprenditori coinvolti nell'inchiesta avrebbero fatto ricorso all'interposizione di società in Paesi offshore, un "sistema" che secondo gli inquirenti era usato su larga scala e in maniera professionale per consentire di riciclare grosse somme di denaro proventi dall'evasione fiscale realizzata nel tempo. Nel corso di una perquisizione in Svizzera, inoltre, è stata sequestrata una lista con i nomi di numerose società italiane che si sarebbero rivolte ai commercialisti indagati. I quali, sebbene privi dei requisiti per esercitare l'attività finanziaria nel nostro Paese, avrebbero fatto transitare i capitali raccolti su conti esteri intestati a società offshore, una delle quali aperta tramite lo studio Mossak & Fonseca, noto per lo scandalo dei Panama Papers.

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