Mps conosceva il pericolo Antonveneta

05 Febbraio 2013 06.05
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Monte dei Paschi di Siena era a conoscenza del rischio
dell’operazione Antonveneta. A incastrare l’istituto di
Siena è spuntata nell’inchiesta una email che inchioda il
gruppo dirigente della banca toscana.
Mps, infatti, quando decise di acquistare Antonveneta da
Santander sapeva delle «criticità» dell’operazione.
Criticità che che avrebbero sconsigliato di trovare l’intesa
con gli spagnoli, anche perché il prezzo della banca era stato
sovrastimato (3 miliardi in più rispetto a quanto era stata
valutato nel pacchetto di Abn Amro spettante a Santander solo due
mesi prima).
Ad avvisare dei rischi altissimi era stato il vicedirettore di
Mps Giuseppe Menzi, che però non fu ascoltato.
INFORMATIVA DURANTE LA TRATTATIVA.
Nell’informativa del nucleo valutario della guardia di
finanza, si legge infatti, che il «15 novembre 2007, l’allora
vicedirettore generale di Mps scrisse al suo superiore, il
direttore generale Antonio Vigni per comunicargli tutte le
criticità dell’operazione Antonveneta».
In quei giorni, l’istituto di credito di Siena stava
perfezionando l’acquisto di Antoneventa da Santander, tanto
che fu proprio a novembre che Mps annunciò l’imminente
acquisto – che però fu perfezionato solo il 30 maggio del 2008
-, nonostante i dirigenti fossero stati avvertiti delle
criticità legate all’operazione.
BANCA DIVISIONALIZZATA MALE. Secondo quanto
scritto da Menzi nell’email i rischi legati ad Antonveneta
erano reali. Tanto che aveva scritto, come scoperto dalla guardia
di finanza: «Antonveneta è divisionalizzata male, la sua
governance è tutta concentrata su Amsterdam. Bisogna
riconsiderarel’accantonamento del 2007 perché i crediti sono a
crescita zero». Insomma, un quadro che non farebbe ben sperare
per il futuro.
Per i finanzieri, la nota «evidenzia che le criticità vanno
curate con una terapia d’urto anche per non incidere troppo nel
2008». Peccato che il campanello d’allarme, pur scattato a
dovere, sia rimasto inascoltato.

Una nuova inchiesta sullo Ior

Le indagini sulla banca senese continuano senza sosta. E si
susseguono e si intrecciano. Da Roma è partita una nuova
inchiesta anche sui conti allo Ior. Proprio nella Banca vaticana
venivano smistati i soldi per pagare chi l’operazione
Antonveneta la stava mettendo a segno. 
CONTI ALLA BANCA VATICANA. Come ha
spiegato Il Fatto quotidiano, infatti, il
Corriere della sera – che è convocato in procura e
sarà ascoltato il 6 febbraio – aveva anticipato che presso gli
sportelli dello Ior sarebbero stati aperti alcuni conti appoggio
per gestire e portare avanti l’operazione di passaggio di
mano dell’istuto di credito dalle mani di Santander (che
formalmente non l’aveva mai acquisita come ha rivelato Lettera43.it) alla
banca senese.
Si tratterebbe di quattro conti correnti intestati ad altrettanti
istituti religiosi per coprire alcuni personaggi che hanno avuto
un ruolo chiave nell’acquisizione di Antonveneta.
IL GIALLO DEGLI 1,3 MILIARDI. Su uno di questi
conti sarebbero arrivati 1,3 milioni di euro che sarebbero poi
stati prelevati, come riferito da un testimone, per
pagare «le persone utilizzate nell’operazione del
2007». 
E non solo. Proprio in Vaticano sarebbero avvenute delicate
riunioni, per mettere a punto l’acquisizione della banca, fra
il direttore dello Ior Paolo Cipriani, monsignor Piero Pioppo e
Andrea Orcel (ora in Ubs ma che allora seguiva proprio la
spagnola Santander durante l’Opa lanciata sull’olandese
Abn Amro).  Proprio quell’Orcel che subito dopo venne
nominato advisor di Mps nella conquista di Antonveneta.
Ora i pm romani sono a lavoro per verificare la veridicità di
queste testimonianze che, se confermate, aprirebbero un altro
giallo. Intanto, però, il portavoce della Santa Sede padre
Federico Lombardi, ha smentito che all’interno dello Ior
siano mai avvenute queste ‘delicate’ riunioni e ha
giudicato «non attendibili» sia la fonte sia le dichiarazioni
pubblicate sulla stampa. 

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