Mr dollaro in pensione

Mario Margiocco
19/01/2011

Perché il verdone non sarà più la moneta globale.

Sono quasi 40 anni che ogni tanto vengono prospettate alternative al dollaro come moneta-principe di riserva e degli scambi internazionali.
Lo hanno fatto in passato gli europei soprattutto, prima dell’euro, i Paesi petroliferi, i Paesi emergenti, e ora lo fa con più forza che in passato la Cina.
Il presidente cinese Hu Jintao, giunto a Washington per l’incontro bilaterale con Barack Obama, si è fatto precedere dalla richiesta di superare l’attuale assetto monetario, perché il ruolo dominante del dollaro è «un prodotto del passato».
LA PROPOSTA DI PECHINO. Il motivo sta nel fatto che chi emette e controlla il dollaro, gli Stati Uniti, non sempre ha gli stessi interessi monetari di chi lo utilizza come moneta di scambio senza poter avere vera voce in capitolo nella politica monetaria di Washington.
La proposta ricorrente è, quindi, in genere quella di passare a una moneta “sintetica”, come i diritti speciali di prelievo Fmi, o a un “paniere” di monete. Anche questa volta la valuta americana resisterà. Ma è possibile che nella storia ormai quasi secolare del dollaro come moneta internazionale si stia scendendo un altro gradino.
VANTAGGI E ONERI. Chi utilizza una moneta internazionale governata da altri la vuole liquida, cioè ampiamente disponibile, e stabile. Chi offre al mondo la sua valuta come mezzo di scambio globale ha vantaggi e oneri.
Fra i principali vantaggi c’è quello di potersi indebitare nella propria valuta, vendendola a prezzo vantaggioso; fra gli oneri domina quello di dover assicurarne la stabilità. Cosa che da tempo gli Stati Uniti fanno, si può dire semplificando molto, a fasi alterne, utilizzando in realtà il dollaro alto per indebitarsi a basso costo e il dollaro basso per ripagare senza sforzi i vecchi debiti.

L’anomalia di un’unica moneta internazionale

Lo storico dell’economia e politologo Barry Eichengreen, che insegna a Berkeley ed è un’autorità sulle valute, non crede che la fine dell’era del dollaro sia necessariamente vicina, nonostante il rischio di periodi di crisi forse già nel 2012 (leggi l’analisi di Eichengreen su Vox).
IL BOOM DURANTE LA GUERRA. Prima o poi finirà, ha sostenuto, l’anomalia di una sola moneta internazionale e si tornerà a una situazione come quella esistente a fine ‘800 e primissimo ‘900 quando di monete internazionali ne esistevano almeno tre, una prima inter pares e cioè la sterlina, più il franco francese e il marco tedesco. Con il dollaro che, sul finire del periodo, cominciava a flettere i muscoli.
Lo strapotere del dollaro unica moneta di scambio, preannunciato già negli anni ’20 e dominante dalla Seconda Guerra mondiale in poi, è stata secondo Eichengreen un’anomalia storica.
Ricordare brevemente ragioni e fasi di quell’ascesa aiuta a capire a che punto si trova la traiettoria della moneta americana e quali i tempi – non brevi, probabilmente – del suo ridimensionamento.

Le ragioni storiche dell’ascesa del dollaro

Il dollaro si segnalò come moneta interessante soltanto con un paio d’anni di anticipo sulla Prima Guerra mondiale, quando Wall Street cercava di scrollarsi di dosso la tutela della City londinese e della Banca d’Inghilterra. E balzò improvvisamente e prepotentemente alla ribalta poco dopo grazie a una premessa e a un evento drammatico.
LA FED E LA GUERRA. La premessa fu la creazione, alla fine del 1913, della banca centrale, la Federal Reserve, che metteva fine a uno storico caos del governo monetario. L’evento fu la guerra mondiale.
A quel punto, con Gran Bretagna e Francia che si dissanguavano pagando in oro le forniture americane, con Fed e Tesoro che coraggiosamente mantennero, unici al mondo, l’ancoraggio all’oro anche nel periodo bellico, il dollaro poté esprimere tutta la forza dell’enorme crescita economica e finanziaria americana degli ultimi 40 anni e fu catapultato a ruolo di moneta numero uno.
LA GRANDE DEPRESSIONE. Nel 1925, ha ricostruito Eichengreen, era la prima valuta di riserva in varie banche centrali. Poi ci furono anni difficili, dopo il ’29, con un parziale ritorno alla ribalta di sterlina e franco. E alla fine, dal ’44-’45, arrivò lo strapotere del dollaro.
Neppure l’abbandono nel ’71 dell’ancoraggio all’oro e nel ’73 della parvenza di cambi fissi (sistema di Bretton Woods) hanno intaccato molto quel ruolo. Si è creato un certo spazio per l’euro come moneta di riserva ma assai meno, finora, come mezzo di scambio.
E ora l’euro, prima di riprendere la sua marcia come valuta internazionale, cosa che l’Europa vede con occhio bivalente, deve superare la non facile crisi dei debiti sovrani di questi mesi.
Lo stesso però vale per il dollaro, che ha qualche problema istituzionale in meno, avendo un solo e non, come l’euro, 17 ministri del Tesoro, ma analoghi se non peggiori problemi di debiti.

In mano alla Cina 982 miliardi di titoli Usa

Quasi un secolo fa, fu il passaggio degli Stati Uniti da debitore netto a creditore netto a fornire la molla che catapultò il dollaro. Oggi sono i debiti americani a indebolirne, in prospettiva, il ruolo.
Il dollaro ha consentito a Washington di accumulare in 40 anni un deficit enorme di conti con l’estero, circa 8 mila miliardi, finanziati con dollari che i creditori sono stati finora in genere ben felici di accettare.
L’ESPLOSIONE DEL DEBITO. A questo si è aggiunto un indebitamento senza precedenti di famiglie e istituzioni finanziarie, ora in fase di non semplice rientro. E soprattutto, anche per consentire questo rientro, è esploso il debito pubblico. Se si fanno bene i conti, senza amnesie, è più alto sul Pil di quello italiano.
È quindi comprensibile che i cinesi, i “grandi banchieri” di un’America indebitata, pongano il problema dollaro. L’obiettivo è governare il (relativo) declino della valuta e impedire che l’uscita dalla pesante situazione debitoria complessiva avvenga, come sempre nella storia, svalutando massicciamente.
I BANCHIERI DI WASHINGTON. La Cina, secondo calcoli del Congresso di Washington, ha più dei 982 miliardi ufficiali di titoli pubblici americani (del Tesoro e altri), ed è arrivata, a fine 2010 a una cifra che potrebbe, addirittura, essere doppia.
Per Pechino si tratta di limitare le perdite monetarie che una forte inflazione del dollaro provocherebbe, di veder mantenuto il potere d’acquisto di un enorme mercato di esportazione, e di poter governare l’inevitabile rivalutazione e minore competitività della propria valuta.
IL RUOLO DELL’EUROPA. Ma anche l’Europa ha molto in gioco, e dovrebbe fare il tifo per una lunga e serena vecchiaia della valuta americana, che potrebbe anche riacquistare stabile vigore, se Washington fosse in grado di mettere ordine nei propri conti, e giocare meglio l’enorme credibilità di cui l’economia americana può ancora godere sulla scena globale.
Ma questo passerebbe inevitabilmente attraverso una non breve fase di austerità, e non si capisce come Congresso e Casa Bianca non siano al momento in grado di impostare questa politica.
La ricerca, come indicano gli accordi bipartisan di dicembre su tasse e altri stimoli, è sempre quella di una potente alta marea che sollevi tutte le barche, mossa da una dose adeguata di adrenalina da debito. Se ne riparla nel 2013. Purché la Cina e altri facciano ancora credito.