Mr Wiki va in America

Redazione
07/12/2010

da Londra Gea Scancarello Stati Uniti e Svezia hanno iniziato una trattativa informale per ottenere la consegna del fondatore di...

Mr Wiki va in America

da Londra
Gea Scancarello

Stati Uniti e Svezia hanno iniziato una trattativa informale per ottenere la consegna del fondatore di Wikileaks alla giustizia americana. Lo ha riportato il quotidiano inglese Independent, citando fonti diplomatiche, in un lungo articolo sulla battaglia legale in corso.
Proprio nella tarda serata del 7 dicembre, l’avvocato di Julian Assange Mark Stephens aveva gridato al rischio di «forze occulte in azione» per far estradare il suo assistito in Svezia e da lì, quasi paventando una sorta di extraordinary rendition, consegnato agli Usa.
Di certo, a Washington il ministero della Giustizia americano sta valutando la possibilità di incriminare il pirata-giornalista del web per spionaggio (leggi la notizia).
Nel frattempo Assange non uscirà su cauzione, ma resterà in custodia cautelare fino al 14 dicembre, come deciso del tribunale di Westminster nel pomeriggio di martedì 7 dicembre, dopo un’udienza durata oltre due ore. La corte era tenuta a scegliere se concedere o meno la libertà al 39enne australiano, il cui fermo, per mano di Scotland Yard, aveva nella mattinata scatenato accese reazioni nel mondo della cultura e dell’informazione.
«Sono molto sorpreso per questo verdetto, ho deciso di sostenere Assange perché sta fornendo un servizio pubblico, il suo è un lavoro importante», ha detto a Lettera43.it il regista Ken Loach che aveva garantito in aula per il capo di Wikileaks.
Il cineasta, assieme al cronista australiano John Pilger, due volte giornalista dell’anno, era stato contattato da Jennifer Robinson, vicina ai legali di Julian Assange, perché facesse da garante in tribunale. «La scelta di fermarlo è politica», ha aggiunto Loach, «nessuno Stato ha intenzione che un uomo ne riveli i crimini».

L’avvocato Stephens: «Non hanno prove. Scatenate una protesta virale»

Una tesi sostenuta con forza anche dal legale di Assange, Mark Stephens, apparso davanti ai giornalisti da ore in attesa di fronte al Magistrates Court di Westminster. «Faremo ricorso all’Alta Corte, se necessario», ha annunciato (guarda il video). «Gli indizi a carico di Julian sono estremamente deboli e gli stessi giudici lo sanno molto bene. Ci sono evidentemente delle pressioni politiche dietro a questo gesto».
Tuttavia, ha aggiunto, «ci teniamo a far sapere che Wikileaks non si fermerà. Abbiamo centinaia di migliaia di giornalisti in possesso delle informazioni che fanno tremare il potere, e riprenderemo subito a farle filtrare all’esterno. È lo stesso Julian a chiedercelo».
Stephens ha quindi aggiunto che Assange è sereno. L’impressione è, però, che l’hacker 39enne sia ben consapevole di essere finito in un ingranaggio grande tanto almeno quanto quello che ha contribuito a creare. Per bocca dell’avvocato Mister Wikileaks ha infatti chiesto che si scateni una «protesta virale», che colpisca ogni Paese e ogni organo di informazione, a favore della sua liberazione.
Un appello raccolto prontamente da Loach e Pilger, che a Lettera43.it hanno raccontato «la profonda delusione quando la giustizia viene piegata a esigenze di diverso tipo». I due si impegneranno personalmente per coinvolgere altri esponenti delle arti e della cultura per manifestare solidarietà ad Assange. Pilger, giornalista e scrittore, si è anche rivolto direttamente ai cronisti esortandoli «a imparare dalla lotta per la verità di Julian».
Vicinanza al fondatore di Wikileaks è stata nel frattempo espressa da decine di persone raccolte davanti al tribunale in attesa della decisione. Una folla variegata, con camionisti vicino a giovani immigrati , a gridatori professionisti e a ex militari. Tutti impegnati a scandire slogan contro l’Europa, le «sue menzogne» e i media conniventi.

Gli americani preparano l’accusa di spionaggio

Il ministro della Giustizia americana Eric Holder sta valutando di incriminare Julian Assange (leggi la cronaca del suo arresto) per reati che vanno oltre le violazioni dell’Espionage Act del 1917 e che potrebbero includere il complotto o il traffico in proprietà rubate.
Lo ha scritto il sito online del New York Times, citando fonti vicine all’inchiesta. Nei giorni scorsi, il ministro della Giustizia Eric Holder aveva ammesso alcuni problemi per l’applicazione dell’Espionage Act al caso Assange, precisando che i suoi procuratori stavano studiando i codici per capire se il fondatore di Wikileaks avesse o meno violato altre leggi.
L’Espionage Act, un retaggio della Prima Guerra Mondiale, è stato usato con successo dal governo federale per processare funzionari responsabili di fughe di notizie top secret. Il governo Usa non è però mai riuscito a incriminare persone che hanno ricevuto i documenti segreti, per poi passarli a terzi, nel caso di Assange.
Mai prima del terremoto Wikileaks, il dipartimento della Giustizia ha mai cercato di processare un giornalista, né sotto una amministrazione democratica, né sotto i repubblicani. Assange si definisce tale. Fonti del governo Usa hanno precisato al New York Times che, nel caso si scoprisse che Assange ha aiutato Bradley Manning, il giovane militare accusato di aver passato al sito il materiale che scotta, anche solo fornendogli assistenza tecnica, processare il fondatore di Wikileaks sarebbe molto facile.
Intanto la cyberguerra messa in atto dagli hacker sostenitori di Julian  Assange continua: i pirati informatici hanno preso d’assalto il sito web della procura svedese, bloccandone l’accesso. Il sito è tornato visibile l’8 dicembre, anche se non in modo ottimale. La procura ha denunciato l’assalto che è stato attribuito dalle autorità svedesi al gruppo “Anonymous”.
Ma la procura non è stata l’unica vittima: anche il sito Mastercard, il colosso delle carte di credito che ieri aveva bloccato i bonifici per Wikileaks, è stato messo ‘ko’ da un gruppo di anonimi “vendicatori” di Julian Assange. Anche qui la firma è quella degli hacker attivisti di Anonymous che hanno bloccato pure il sito web di Paypal. 

L’arresto a sorpresa

L’ hacker australiano è stato arrestato il 7 dicembre a Londra (leggi la notizia) ed è detenuto alla Magistrates Court di Wastminster (guarda il video della folla davanti all’edificio). Ken Loach e John Pilger avevano dato la propria disponibilità per garantire per il fondatore di Wikileaks, pur non conoscendolo di persona.
«Assange», ha spiegato Loach parlando con Lettera43.it, «è una figura fondamentale per combattere i reati che gli Stati commettono. Insieme a me e a Pilger, due volte giornalista dell’anno in Inghilterra, sono state contattate decine di persone e di esponenti della cultura per garantire la sua libertà vigilata e per raccogliere la colletta per la cauzione».
La cifra per liberare Assange secondo indiscrezioni, si sarebbe aggirata attorno alle 150-200 mila sterline. Ma il tribunale ha detto no, preferendo tenere il prigioniero in carcere fino alla prossima udienza.