«Mubarak, ladro di sogni»

Francesca Rolando
02/02/2011

Gli egiziani raccontano la vita sotto il regime.

L’Egitto brucia. Il primo febbraio, giorno in cui il movimento del 6 aprile ha cercato di dare la spallata finale al regime trentennale di Hosni Mubarak, 2 milioni di manifestanti hanno sfilato per le strade del Cairo (leggi la cronaca della giornata della manifestazione al Cairo e l’articolo sull’annuncio di Mubarak).
Ma è anche iniziata la grande diaspora. Chi può fugge. Negli Usa, in Gran Bretagna, in Arabia Saudita. Chi non se lo può permettere si barrica in casa, cercando di arrangiarsi. Lettera43.it ha raccolto le testimonianze di chi si trova sul posto, chi è già fuggito all’estero e chi è in procinto di farlo. E ancora di chi vive da anni in altre parti del mondo ma rimane comunque legato a doppio filo con il proprio Paese (leggi la testimonianza di Hassan Fathy, presidente della comunità egiziana di Bologna).

Hoda e Nagua: in piazza Tahrir per cacciare il faraone

«Sono anni ormai che la vita sta peggiorando. A cominciare dal sistema scolastico e universitario», ha raccontato Hoda, 25 anni, in piazza Tahrir accompagnata dalle amiche (leggi il reportage della vigilia della manifestazione da piazza Tahrir). «Mubarak deve andarsene, siamo una generazione di disoccupati che deve arrabattarsi in ogni modo per campare, non è giusto», ha continuato, «siamo tutti laureati senza chance. Di lavoro ce n’è, ma solo per le classi agiate che possono permettersi di mandare i figli alle scuole internazionali, oppure per i fedelissimi del raìs. Chi ha i mezzi manda i figli all’estero, ma chi non può? Per questo manifesto, per questo deve crollare il regime. Perché deve instaurarsi un sistema meritocratico, che dia sbocchi alla nostra generazione» (leggi l’articolo sul black-out di internet).
Nagua, invece, ha 45 anni, e fa la domestica. «Sono stufa di questa vita. Mubarak ha affamato il Paese per 30 anni, facendo solo i suoi comodi. Sono scesa in piazza perché voglio una società più equa, voglio poter mandare i miei figli all’università e garantire loro un futuro, fino a oggi riservato solo alle classi benestanti» (leggi la testimonianza della blogger attivista egiziana).

Ram e Omar: tra sciacallaggi e furti in fuga dall’Egitto

In molti hanno, invece, deciso di partire. Ram Akers, 31 anni, nato al Cairo da genitori indiani. «Sono in partenza per Dubai, perché qui ormai è impossibile restare, la situazione potrebbe degenerare da un momento all’altro», ha ammesso a Lettera43.it.
«I delinquenti sono a piede libero, saccheggiano le case. In questi giorni, nonostante il coprifuoco, abbiamo fatto a turno con i vicini per sorvegliare le nostre abitazioni, per proteggerle dagli sciacalli» (leggi il reportage sulle notti del Cairo, tra ronde e check-in improvvisati).
Ma non sono solo le case a essere nel mirino. «I negozi sono letteralmente presi d’assalto», ha continuato Ram, «trovare un bancomat che funzioni è quasi impossibile, c’è il panico per le strade» (leggi l’articolo sulle conseguenze economiche della rivolta egiziana).
Una situazione che è degenerata nel giro di pochi giorni. «Non ci saremmo mai aspettati una tale esplosione di violenza», ha confermato Omar Yassin, 28 anni, consulente informatico di ritorno a Londra dopo aver visitato i genitori al Cairo.
«SONO FIERO DELLA MIA GENTE». Omar è partito il 25 gennaio, giusto in tempo per scampare ai disordini. «Quando sono andato via la situazione sembrava normale. Certo, c’era la solita insofferenza verso un tiranno che ci ha reso la vita difficile negli anni. Ma nulla faceva prevedere una tale escalation».
Dopo aver frequentato le scuole britanniche della capitale, Omar ha trovato lavoro all’estero in tempi non sospetti. «Ma vado in Egitto ogni anno, lì vivono i miei familiari, è la mia patria. E oggi sono molto fiero della mia gente. Finalmente stanno chiedendo democrazia, trasparenza, la fine degli abusi e delle torture da parte della polizia. Anche noi abbiamo alzato la testa ed esigiamo il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo: vivere in pace, senza un Grande fratello che controlla perennemente ogni nostra mossa».
In stretto contatto con i familiari che lo aggiornano sugli eventi, Omar ha raccontato come sia difficile comunicare senza internet e con una linea telefonica poco affidabile. Ma nonostante tutto si è detto ottimista: «Appoggio completamente questa rivoluzione. Siamo tutti in fibrillazione, crediamo davvero che un cambiamento sia possibile».

Yusif e Karim: «Mubarak è fuori dalla realtà»

Il primo febbraio due milioni di manifestanti si sono riuniti nella piazza principale della città. Ricchi, poveri, cristiani, musulmani, atei e religiosi, uomini e donne, ragazzi e vecchi, tutti in strada. Tutti, insieme, a chiedere elezioni libere e la fine di un sistema basato sulla corruzione.
«Ma soprattutto, libertà di espressione», ha affermato Yusif Beidas, classe ’75, da anni trapiantato a Waterloo, in Canada.
Suo fratello minore Karim invece ha scelto Dubai. Fanno parte della classe agiata, loro, hanno frequentato scuole internazionali e lavorato all’estero. Ma nonostante siano dei privilegiati,  si oppongono fermamente al regime instaurato da Mubarak, e nelle ultime ore hanno seguito la vicenda col fiato sospeso.
SULL’ONDA TUNISINA. «I miei genitori sono scappati a Beirut. La situazione sta precipitando», ha confermato Karim, «il faraone sembra essere fuori dalla realtà, distaccato dal suo popolo. Difficile capire quali saranno le sue prossime mosse. Di certo cercherà di rimanere aggrappato al potere più a lungo possibile, peggiorando la situazione».
«Mubarak ha aperto le porte delle carceri e c’è il finimondo per strada. Sembra il far west. Mia madre ha passato le notti in bianco per proteggere la nostra casa». Ma l’ottimismo è prevalso sulla preoccupazione. «Ormai stanno manifestando tutti, pensano di potercela fare! La rivoluzione in Tunisia ha dato l’input, ha infuso coraggio anche tra di noi».

La potenza di internet ha travolto il Paese

La protesta, grazie al tam tam di Twitter e Facebook, ha radunato migliaia di persone. Tutto è nato dalla internet generation: «Il web ha travolto come un tornado il Paese. Senza la Rete tutto ciò non sarebbe stato possibile. Per questo il governo ha oscurato i provider. Gli organizzatori non hanno stabilito un luogo preciso dove incontrarsi, semplicemente hanno incitato tutti a uscire per strada e a protestare contro il regime. In questo modo la polizia non ha potuto contenere la manifestazione», hanno affermato due fratelli di 28 e 30 anni che hanno preferito restare nell’anonimato per paura di ritorsioni.
SCENE APOCALITTICHE. «Noi abbiamo deciso di scappare in Svizzera rifugiandoci  presso nostri parenti perché la situazione venerdì ha iniziato a degenerare e abbiamo capito subito che ci sarebbe stata un’escalation di violenza». Per ora si sono rifugiati a Lugano, da cugini emigrati anni fa. «Siamo partiti il 31 gennaio: il Cairo era irriconoscibile: auto capovolte avvolte dalle fiamme, bancomat fuori uso, file chilometriche ai distributori. Molti feriti per strada. E tanta confusione. Negozi distrutti, fumo che si levava da altre città». Una scena apocalittica. 
VIVERE CON DUE DOLLARI AL GIORNO. «In Egitto ci sono tanti giovani, tanti disoccupati. I prezzi sono aumentati vertiginosamente, c’è gente vive con due dollari al giorno La popolazione continua ad aumentare, non ci sono veri piani di controllo delle nascite, come faremo tutti a trovare un lavoro?», hanno continuato. «Le proteste erano prevedibili ma le tempistiche ci hanno colto tutti di sorpresa. La situazione potrebbe migliorare come degenerare, chissà chi salirà al potere dopo Mubarak? Lo scenario potrebbe addirittura peggiorare. A volte il diavolo che conosci è meglio del diavolo che non conosci».

«Un Grande fratello pronto a seguirti ovunque»

«Mi hanno raccontato che il governo non solo ha aperto le porte delle prigioni ma ha anche dato armi ai delinquenti in modo da creare ulteriore confusione e giustificare la repressione», ha detto Omar. «Spero che alla fine ci sarà un governo di transizione fino a quando non potremmo finalmente avere elezioni davvero libere sotto il controllo del sistema giudiziario, finora estromesso dal sistema elettorale» .
Ma come si vive sotto il regime di Mubarak? «Non si ha la percezione di vivere sotto una dittatura, dopo tutto l’Egitto non è la Corea del Nord o l’Iran», ha spiegato ancora Omar. «Certo, non è nemmeno la Svezia o l’Irlanda. Per esempio, quando si esce la sera, si ha spesso la sgradevole sensazione di essere controllati».
ESTORSIONI QUOTIDIANE. Kamal Elgohary, 60 anni, un tempo gestiva il ristorante The Plane Restaurant, nel centro del Cairo. Ma non è stato più in grado di sostenere la continua richiesta di mazzette. E l’estorsione lo ha costretto a chiudere la sua attività nel 2002, dopo 12 anni di esercizio.
«Il fatto è che il governo vuole gestire tutto, all’apparenza siamo liberi di creare imprese ma di fatto poi viene a farci le pulci, vuole piazzare i suoi fedeli in ogni attività. Io non ho resistito. Il governo ha sistematicamente derubato la gente come me che ha lavorato una vita intera per mettere insieme un business».
RAÌS, LADRO DI SOGNI. L’errore più grande di Mubarak è stato togliere i sogni a noi egiziani», ha concluso amaro Omar. «È stato troppo occupato a fare gli interessi degli Stati Uniti e di Israele per occuparsi davvero di noi. L’America ha appoggiato il suo regime per tre decenni. Con quali armi credete che la polizia stia combattendo i manifestanti? Sono state fabbricate negli Usa. Ma dopo 30 anni di corruzione, la gente ne ha abbastanza. Rivogliamo i nostri sogni, ne abbiamo il diritto. Dopo la rivoluzione del 1952, il Paese credeva in un futuro migliore, ma quando Mubarak è salito al potere questa speranza si è frantumata. Lasciando il popolo a mani vuote».