Myanmar conferma di regime

Redazione
04/02/2011

di Roberto Tofani Thein Sein è il nuovo presidente della Repubblica dell’Unione di Myanmar, il Paese est asiatico un tempo...

di Roberto Tofani

Thein Sein è il nuovo presidente della Repubblica dell’Unione di Myanmar, il Paese est asiatico un tempo noto come Birmania. L’ex primo ministro, entrato in carica nell’ottobre del 2007 dopo la dura repressione delle proteste pacifiche condotte dai monaci buddisti, è stato scelto il 4 febbraio dal collegio elettorale dopo l’elezione delle vicepresidenze (leggi la notizia della nomina di Thein Sein).
L’ex generale 65enne, leader dell’Union Solidarity and Development Party (Usdp), il partito sostenuto dalla giunta militare, è stato nominato alla corsa presidenziale martedì scorso con 276 voti a favore su 325 dalla Camera bassa (Pythu Hluttaw).
A rappresentare la Camera delle nazionalità, (Amyotha Hluttawù), per la vicepresidenza, invece, è stato scelto Sai Mauk Kham, parlamentare di etnia Shan e comunque membro di Usdp, preferito ad Aye Maung, membro del partito di opposizione su base etnica, Rakhine Nationalities Development Party (Rndp).
I militari, invece, cui la Costituzione assegna d’ufficio il 25% dei seggi in entrambe le assemblee, hanno scelto come loro rappresentante, Tin Aung Myint Oo.

Dalle elezioni a oggi, nessuna svolta democratica

Le elezioni si sono tenute a porte chiuse nella nuova sede del Parlamento che ha aperto i battenti per la prima volta il 31 gennaio scorso. Un’assemblea che, dopo le elezioni di novembre, ha inaugurato la vita politica di Naypyidaw, la ‘sede dei Re’ e nuova capitale voluta dal numero uno della giunta militare generale Than Shwe nel 2005.
Elezioni, quelle dello scorso novembre che, nonostante accuse di brogli e critiche piovute soprattutto da gruppi dell’opposizione, Unione europea e Stati Uniti, hanno visto trionfare con circa l’80% dei consensi l’Usdp (leggi l’articolo sulle elezioni birmane).
SPERANZE DISATTESE. Un voto che non sembra aver dato avvio a un reale processo di cambiamento come si era sperato in questi ultimi tre mesi. Del resto, anche la nuova Costituzione, descritta dalla propaganda di regime come il passo fondamentale per l’avvio di un processo democratico nel Paese e approvata con voto referendario nel maggio del 2008, in piena emergenza umanitaria a causa del passaggio del ciclone Nargis, non può essere considerata un punto di svolta in un Paese governato dal 1962 da un regime militare.
REPRESSIONE COSTANTE. Una giunta che ha sempre soffocato sul nascere e con violenza ogni tentativo di protesta o cambiamento. Come nel 1988 o nel 2007, quando a morire sotto i colpi degli Ak-47 furono studenti e monaci buddisti. In questi anni a nulla sono serviti gli appelli da parte di numerosi Paesi occidentali o le sanzioni economiche fortemente volute da Usa, Regno Unito e il resto dell’Unione europea.
Oppositori, giornalisti, attivisti e monaci buddisti hanno pagato con il carcere o peggio ancora con la vita la scelta coraggiosa di opporsi a un destino che sembra già scritto.

La Lady birmana esclusa dalla scena

Tra questi anche Aung San Suu Kyi (leggi il profilo dell’attivista birmana Suu Kyi) leader di National League for Democracy (Nld). Il partito che ottenne la maggioranza assoluta nelle elzioni del 1990, mai riconosciuto dalla giunta.
Un partito che ha scelto di non prendere parte alle ultime elezioni e che ha potuto riabbracciare la sua ‘Lady’ il 13 novembre scorso, quando, dopo sette anni agli arresti domiciliari, Suu Kyi ha potuto di nuovo parlare liberamente al suo popolo (leggi l’articolo sul primo discorso di Aung San Suu Kyi). La sua liberazione ha catalizzato l’attenzione mediatica mondiale facendo cadere nel dimenticatoio un voto non regolare che ha sancito e legalizzato la ‘roadmap’ verso la democrazia programmata dall’Spdc (State Peace and Development Council), il governo birmano (leggi l’analisi sulla liberazione di Suu Kyi).
PRIGIONIERI POLITICI. A quasi tre mesi da quella liberazione tanto attesa, oltre 2 mila prigionieri politici, che la giunta considera da sempre «sabotatori dello Stato», restano rinchiusi nelle prigioni birmane.
Suu Kyi e il suo partito sono sempre più isolati e fuori dal dibattito politico. Per i prossimi cinque anni, a meno di una grande rivolta popolare, il Paese sarà guidato da militari ed ex soldati che hanno dismesso la divisa per indossare abiti civili.
IL 40% DEL PIL ALL’ESERCITO. Nonostante le grandi risorse naturali, che hanno attirato l’attenzione di grandi multinazionali sia occidentali e asiatiche, l’ex Birmania è uno dei Paesi più poveri al mondo, con un reddito pro capite di circa 800 euro l’anno e oltre il 43% della forza lavoro impiegata nel settore agricolo. Un Paese che destina oltre il 40% del suo Prodotto interno lordo (60 miliardi dollari nel 2010), al mantenimento di un apparato militare che può contare su 400 mila soldati e ormai sempre più padrone del destino degli oltre 53 milioni di persone che vivono nell’attuale Myanmar.