Pagnoncelli e la deriva dei sondaggi

Il presidente Ipsos, a Roma InConTra, mette in guardia sull'uso strumentale di dati e percentuali. Che spesso fotografano un'Italia che non esiste. E vengono cavalcati da media e politici.

01 Giugno 2019 09.00
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I sondaggi non sono tutti uguali, e nemmeno i sondaggisti. Ci sono quelli che sbagliano giustificandosi dietro il margine d’errore, e quelli che mettono in discussione non solo i risultati ma la natura stessa dello strumento sondaggistico, sempre più delicato e complesso. Tra questi ultimi c’è Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos Italia e volto ormai familiare per milioni di italiani che da anni apprendono da lui dati e rilevazioni, esposti sempre con modi pacati e un sorriso gentile.

LA PENISOLA CHE NON ESISTE

Il numero uno dei sondaggisti non poteva mancare da Enrico Cisnetto nella puntata post elettorale di Roma InConTra, l’ultima prima della pausa estiva. Pagnoncelli sale sul palco di Palazzo Santa Chiara accompagnato non solo dai suoi immancabili grafici – dedicati ai flussi elettorali e ai confronti con le precedenti elezioni basati finalmente su numeri assoluti e non su percentuali – ma anche dal suo ultimo libro La penisola che non c’è, edito da Mondadori, che è un vero e proprio j’accuse, anzi un auto-j’accuse, rivolto alla sua categoria, in cui si analizza il crescente scollegamento tra le fotografie dell’opinione pubblica scattate dai sondaggi e il Paese reale.

LA STRUMENTALIZZAZIONE DEI SONDAGGI

Una deriva strumentale tutta di segno politico, a cui dovrebbe sottrarsi chi rileva e analizza i numeri e che fa dell’esattezza (e della veridicità) del dato la propria ragion d’essere. Invece, di verità ce n’è poca, come rivela senza mezze misure Pagnoncelli, che non nasconde il proprio tormento interiore verso l’uso strumentale dei sondaggi, visti come i produttori di quella sostanza politico-stupefacente utilizzata dai leader per “sballare” l’elettorato. Un meccanismo perverso, come lo descrive apertamente il buon Nando, per cui il sondaggio diventa bussola prioritaria dell’azione politica con cui leader e partiti rincorrono costantemente l’opinione pubblica, soggetto molto meno informato e competente di quello che si immagina.

Nando Pagnoncelli con Enrico Cisnetto a Roma InConTra.

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LO SQUILIBRIO TRA REALTA’ E PERCEZIONE

Questa tesi è più che documentata – non poteva essere altrimenti considerato chi la sostiene – con dati che testimoniano la distanza tra la realtà e la percezione dell’opinione pubblica su molti argomenti al centro del dibattito politico: immigrazione, sicurezza, economia, sanità. Basti pensare al numero degli stranieri nel nostro Paese, che secondo gli italiani supera il 30% della popolazione ma che in realtà si ferma al di sotto del 10%, oppure a quello dei disoccupati che secondo l’opinione pubblica si attesta al 49% e che invece raggiunge appena il 12%.

ALL’ORIGINE DEL GAP

Uno squilibrio enorme, dovuto a più fattori: alla bassa scolarizzazione degli italiani, alla prevalenza dell’emozioni sulla razionalità, alla crescita delle fake news, e anche all’utilizzo colpevolmente sbagliato dei sondaggi, le cui interpretazioni distorte contribuiscono a descrivere un Paese che sostanzialmente non c’è.

FALSE DIAGNOSI PORTANO A CURE SBAGLIATE

Il monito di Pagnoncelli è dunque quanto mai chiaro: se si creano false diagnosi si realizzeranno cure sbagliate, costose e inefficaci, mentre le malattie, quelle vere, resteranno e si aggreveranno. E la colpa non è solo dei politici ma di tutti, dai mezzi di informazione ai cittadini, che devono informarsi e non credere a ogni fesseria travestita da notizia o bersi qualunque dato anche se non supportato da alcuna scientificità. E i sondaggisti? Anche loro non possono sottrarsi alle responsabilità di questa deriva, perché sempre più spesso sono proprio loro ad attivarla ed alimentarla. E se lo dice Pagnoncelli, cartello tre alla mano, c’è da fidarsi.

di Marco DiPaola

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