Napoli come Stoccolma

Daniele Lorenzetti
21/12/2010

Wwf: in sette quartieri differenziata da record.

Napoli come Stoccolma

C’è un pezzo di Napoli che imita e sogna Stoccolma. Una fetta di città che, nel marasma generale, è riuscita ad affrancarsi con le sue forze dalla spirale dell’eterna emergenza munnezza. L’effetto è ancora quello di una chiazza limpida nel fango, ma è comunque un segno di speranza: quello dell’esperimento di raccolta differenziata avviato in sette quartieri della città (Bagnoli, Ponticelli, Centro Direzionale, Chiaiano, Colli Aminei, San Giovanni a Teduccio, Rione Alto) e documentato da una video-inchiesta del Wwf.
Un progetto partito due anni fa, un lavoro sul campo per accompagnare l’avvio del servizio “porta a porta” a Napoli e che ha coinvolto 30 operatori. Volontari che hanno speso migliaia di ore in incontri pubblici, con gli amministratori di condominio, gazebo informativi e attività con le scuole, controllo della qualità dei conferimenti e altre comunicazioni legate alla consegna dei Kit. A Napoli la raccolta differenziata oggi è condivisa da 130mila abitanti, il 13% della popolazione cittadina.
I risultati sono eclatanti: questi napoletani hanno “risparmiato” alla discarica il 66,09% dei rifiuti prodotti, una media da fare invidia al Nord Europa e che smentisce tanti facili luoghi comuni. La dimostrazione concreta, se ce ne fosse stato bisogno, che l’eterna emergenza su cui prosperano da anni torbidi affari e opache clientele non è un destino ineluttabile. «Se non si fossero mossi questi cittadini la città nel suo complesso sarebbe a zero», spiega a Lettera43.it Alessandro Gatto, presidente del Wwf Campania, «Il loro impegno è anche uno schiaffo alle politiche di chi, nel Governo e nelle amministrazioni locali, ha puntato tutto sullo smaltimento e non sul trattamento dei rifiuti».

A Bagnoli il record di raccolta vituosa

Enormi ziqqurat di ecoballe accatastati nelle pianure dell’agro aversano,  sversamenti abusivi di rifiuti tossici, cave frettolosamente recuperate per adibirle a discariche e ora il nuovo business dei termovalorizzatori: sono le tappe di una vicenda che da vent’anni ha sequestrato il diritto dei campani a una vita civile. Ma l’esperimento napoletano ha il segno di un progetto diverso. Dal 2008, anno in cui è stata introdotta la raccolta “porta a porta”, la percentuale di raccolta differenziata è passata dal 14,45% al 18,90%. Nel 2000 il servizio era inesistente: solo l’1,32% su tutto il territorio partenopeo.
Lo storico quartiere operaio di Bagnoli, con i suoi 19.236 abitanti è la zona più virtuosa della città con il 91,11% di raccolta differenziata (su 3.519 tonnellate di rifiuti prodotti da gennaio a settembre 2010 ben 3.206 non vanno in discarica). E anche gli altri, dal Centro direzionale (84,25%) a San Giovanni a Teduccio (50,15%), viaggiano su medie da far invidia al Nord Italia. Numeri abissalmente lontani dalla triste contabilità generale di una città nel suo complesso inchiodata a percentuali di raccolta differenziata poco sopra il 10%, mentre la provincia arranca su livelli ancora inferiori.

Il Wwf: sbagliato puntare solo sullo smaltimento

Sostiene Gaetano Benedetto, responsabile Politiche ambientali del Wwf Italia: «Se a Napoli hanno dimostrato che si può fare la raccolta differenziata, questo dimostra come la scelta degli inceneritori, attuata dal Governo, sia sovradimensionata rispetto a una prospettiva di gestione in normalità. Se come auspicato la raccolta differenziata superasse il 50 o il 60% (cosa possibile se si lavora sulla frazione umida), per fare andare a regime i quattro impianti di termovalorizzazione programmati (Acerra, Santa Maria La Fossa, Napoli e Salerno) occorrerebbe puntare in modo scellerato sull’aumento della produzione dei rifiuti oppure candidarsi a riceverne da altre regioni».
«Ricominciare dai cittadini» si può, e non è solo uno slogan, aggiunge Gatto: «il trend costante nella raccolta differenziata potrebbe ulteriormente crescere se a separare i rifiuti non fosse solo il 13,12% dei cittadini, ma tutti i napoletani. In questo modo i rifiuti diretti in discarica si ridurrebbero del 40%: su 1.500 tonnellate prodotte al giorno in città se almeno 400 venissero avviate al recupero di materiali, avremmo 12.000 tonnellate in meno in discarica al mese».
Fallite, almeno per ora, le soluzioni calate dall’alto in quindici anni di commissariamenti, nonostante il fiume di soldi pubblici spesso dilapidati, Napoli potrebbe ripartire dalla buona volontà di chi la abita. «Questa esperienza ci insegna che occorrono risposte politiche adeguate alle potenzialità e alla volontà degli stessi cittadini e che le scelte finora avviate non hanno tenuto conto di questi fattori» conclude Stefano Leoni, Presidente del Wwf Italia, «È bastato ‘gettare un seme’ per avere un raccolto fruttuoso». È quello che, inascoltata, chiede da anni l’Unione europea. È quello che si fa in tutto il mondo civile. Forse, nell’ultimo tour che hanno fatto in città, gli sconsolati commissari di Bruxelles, più che le autorità locali e nazionali avrebbero potuto incontrare questi cittadini, e dar loro una mano a “contagiare” col buon esempio i loro vicini.