Il Nasdaq e i segnali di una bolla tecnologica che sta per scoppiare

Francesco Pacifico
30/03/2018

Le vicissitudini di Facebook, Amazon o Tesla non bastano a spiegare l'andamento del listino borsistico americano. All'orizzonte c'è una nuova tech bubble. Più pericolosa di quella del 2000.

Il Nasdaq e i segnali di una bolla tecnologica che sta per scoppiare

Da mettere in conto non c'è soltanto la perdita di reputazione di Facebook in seguito all'affaire Cambridge Analytica. Oppure le minacce di Trump di far pagare più tasse ad Amazon. Per non parlare dei contraccolpi incassati da Tesla o da Uber, dopo gli incidenti registrati ultimamente dalle auto driver-less. Dietro i continui crolli registrati nelle ultime settimane al Nasdaq, l'indice tecnologico americano, c'è soprattutto il timore di una prossima bolla su un mercato sovrastimato da almeno un paio d'anni a questa parte. Nelle ultime ore gli operatori hanno voluto garantire una leggera tregua ai titoli. Fa eccezione Amazon – ancora fresche le minacce di Trump – che soltanto nelle ultime tre sedute ha perso il 9% di capitalizzazione e ha dovuto cedere il terzo posto a Microsoft nella classifica della società più ricche per valore di Borsa.

TWITTER & CO. PERDONO APPEAL. Eppure, come per Facebook, hanno sempre meno appeal titoli del calibro di Alphabet (la controllante di Google), Twitter, Tesla, Netflix, Uber o Nvidia, che produce chip destinati all’auto a guida autonoma, sempre meno di moda in America come nel resto del mondo. Anche perché i margini di guadagno sono ai minimi: il Nasdaq nonostante le pressioni degli ultimi giorni è saldamente sopra quota 7 mila punti, non lontano dal record storico di 7.500 punti. Troppo in una fase nella quale gli spazi di crescita vengono messi a rischio dalle politiche protezionistiche di Trump, che possono avvantaggiare la Old economy ancora legata al mercato interno (in primis auto e acciaio), ma non chi vende brevetti e tecnologia in tutto il mondo. Senza dimenticare che l'unico social media con un modello di business – al netto delle ultime polemiche – vincente resta Facebook, come dimostra l'ultima ondata di licenziamenti in Snapchat o le difficoltà di Tesla, che alcune agenzie di rating trattano come un titolo spazzatura. E non da meno sono titoli più gettonati come quelli delle start up farmaceutiche che studiano i medicinali salvavita.

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Sul versante biotech non fanno utili nomi come la Rhythm Pharmaceuticals di Boston, la Kala Pharmaceuticals di Waltham e la Aileron Therapeutics di Cambridge che soltanto un anno fa in fase di quotazione avevano raccolto rispettivamente 125 milioni, 90 milioni e 50 milioni di dollari. Parallelamente alla tendenza ribassista sul Nasdaq si regista una certa corsa in America ai beni rifugio. Non a caso il rendimento del Treasury Bill a 10 anni sta sfiorando, sotto il 2,3%, i minimi storici. Ci sono tutte le condizioni per lo scoppio di una bolla, ma quello che fa più paura rispetto alla tech bubble del 2000 è che stavolta i tassi sono ancora bassi e c'è in giro per il mondo una liquidità di 10 volte superiore ad allora, dopo tutti i quantitative easing delle banche centrali.