Mario Margiocco

I tre "ismi" che dominano l'Ue: nazionalismo, socialismo e liberalismo

I tre “ismi” che dominano l’Ue: nazionalismo, socialismo e liberalismo

Sono tre parole che hanno segnato la vita politica del Vecchio Continente dal 1848-1870 a tutto il secolo successivo. E ancora adesso reggono la scena alla vigilia delle elezioni Europee 2019.

05 Maggio 2019 12.00

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Tre parole hanno dominato la scena politica europea degli ultimi 150 anni, direttamente e con le loro filiazioni. E sono ancora al cuore del prossimo voto in Ue, quello per l’europarlamento del 23-26 maggio 2019.

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Non sarà, è chiaro ormai, il solito voto del Vecchio Continente, consultazione di serie B per un elettorato di aficionados, o mera appendice di questioni nazionali. Avrà invece un vero significato politico e storico. Molti prevedono un mega referendum pro o contro l’Unione europea. Ma può darsi che non sia solo questo il risultato di una consultazione dove dovrebbe votare questa volta più della metà degli oltre 400 milioni di aventi diritto. Le tre parole sono nazionalismo, liberalismo e socialismo. Attorno a esse, a loro varie commistioni e a degenerazioni deplorevoli dei tre concetti, ma sempre loro, ha ruotato la vita politica d'Europa dal 1848-1870 a tutto il secolo successivo. E ancora oggi reggono la scena. Fra tre settimane l’elettorato dell’Unione sarà chiamato a decidere quanto mantenere di liberalismo e socialismo, le due correnti di cultura politica e di organizzazione partitica che da 40 anni dominano l’assemblea europea e che da sempre controllano la formazione dell’esecutivo di Bruxelles, e quale spazio dare invece al nazionalismo, ribattezzato sovranismo.

IL NAZIONALISMO GUARDATO CON SOSPETTO ANCHE DA GIUSEPPE MAZZINI

Non tutti i sovranismi oggi presenti in Europa sono uguali. Spesso tuttavia dimostrano profondo scetticismo, se non ostilità, verso l’ideale europeo; non cercano di alimentare una sorta di nazionalismo europeo non facile (ma a tratti già presente) in una Unione dove i 28 Paesi membri hanno 24 diverse lingue ufficiali e infiniti dialetti non ancora defunti, ma si rifanno al vecchio nazionalismo degli Stati-nazione storici. Si propongono a volte di voler disfare l’Unione, progetto più urlato che messo a punto per ora, ma bene illustrato ad esempio dalla dichiarata volontà di Marine Le Pen- Matteo Salvini di restituire alle legislazioni nazionali la supremazia sulla norma europea. Sarebbe il preciso inizio della fine per l’Ue. I popoli d’ Europa non sempre si sono sentiti nazione così come la intendiamo da tempo e l’affermazione chiara di questo sentimento coincide grossomodo con l’arrivo del termine per esprimerlo.

Nel 1797 il nazionalismo veniva definito come l’egoismo messo in pratica da una nazione

Nazionalismo va oltre e attribuisce alla nazione una forza particolare, e non c’è dubbio che quando Salvini e altri, Giorgia Meloni ad esempio, usano il termine «italiani» a questa forza cercano di ispirarsi. Questo “ismo” è stato rintracciato la prima volta nel 1797 in un testo, famoso nel suo genere, del gesuita francese Jacques Barruel, esule in Gran Bretagna, e intitolato Mémoires pour servir à l’histoire du jacobinisme (Memorie per la storia del giacobinismo, ndr). Una grande congiura intellettuale era riuscita a distruggere l’universalismo cattolico, era la tesi centrale, aprendo la strada ai nazionalismi. Nazionalismo era definito come l’egoismo messo in pratica da una nazione. Il termine diventava di uso non raro solo dopo il 1830 ad opera soprattutto di autori tedeschi, poiché la Germania divisa sentiva molto l’istanza riunificatrice, nazionale. Ancora nel 1866 il Littré, il più diffuso dizionario della lingua francese, riportava nationalité ma non nationalisme, parola ignorata anche da repertori analoghi nei decenni successivi. Per la lingua francese la prima comparsa in un dizionario avveniva nel 1874 con il Larousse, che così definiva il nazionalismo: «Preferenza cieca ed esclusiva per tutto quanto è proprio della nazione alla quale si appartiene».

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Lo stesso Giuseppe Mazzini, fra i massimi padri dell’Italia moderna e nazionale, aveva sulla parola nazionalismo un giudizio guardingo, considerandola una esagerazione e a volte una perversione del legittimo sentimento di nazionalità. Commentando negli Scritti (VI, xi dell’edizione 1861) le cause del fallimento della a grande rivolta del 1848 citava: «Lo spirito del nazionalismo che si è sostituito ovunque allo spirito della nazione» nella «folle pretesa» che ogni nazione abbia in sé la forza di risolvere i suoi problemi «con le sole sue forze». Insomma, nazionalismo come esasperazione di una giusta coscienza nazionale sulla quale si sovraimpongono troppi significati e troppe aspettative. Dalla fine dell’800 al 1945 praticamente in tutti i Paesi europei il nazionalismo ha dominato la scena ispirando due terribili guerre suicide. E ancora oggi in giro per il mondo l’enfasi esagerata sulla nazione è forza notevole per qualsiasi classe dirigente incapace di creare altrimenti uno spirito di unità, coesione e una linea di marcia.

IL LIBERALISMO, IDEALE CHE HA CONQUISTATO CONSERVATORI E PROGRESSISTI

Sul fronte opposto si trovava, e si trova ma non senza varie ambiguità, il liberalismo. Prima comparve l’aggettivo liberale, a 700 inoltrato in Gran Bretagna e Francia soprattutto, con due significati: di uomo libero per educazione e mentalità, e di uomo generoso, con i poveri soprattutto. Nel 1819 entra nel titolo di un pamphlet francese, Examen du libéralisme par un liberal, ma il termine ha ancora toni anche denigratori, di filosofia da ottimisti inguaribili. I moti europei del periodo postnapoleonico diffondono, partendo dalla Spagna del 1812 soprattutto, la parola in alternativa a Restaurazione; nel 1816 liberalism compare come British Liberales (dall’uso spagnolo) nell’Oxford English Dictionary. E 30 anni dopo Londra diventa, anche in termini commerciali (liberismo) e non solo politici, la patria del liberalism che serviva così bene la mentalità e gli interessi della nuova borghesia degli affari e dell’industria. E fino ai nostri giorni il termine ha avuto e ha notevole peso, in politica sia fra i laici che i cristiani, ispirando idee di vario genere. «Le libéralisme n’est pas une réalité politique, c’est un sentiment» (Il liberalismo non è una realtà politica, è un sentimento, ndr), decretava André Malraux nelle sue Antimémoires (1967). E come sentimento garantista, legato ai diritti dell’individuo, non chiuso verso quelli sociali e con un generico approccio fiducioso sul futuro ha retto e regge ancora oggi, dal campo conservatore a quello progressista, nonostante le inevitabili compromissioni.

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LA STORIA CAMALEONTICA DEL TERMINE SOCIALISMO

Anche quella del termine socialismo è una storia camaleontica. La parola compare per la prima volta in Italia nel 1765, dove in un’analisi delle teorie di Cesare Beccaria, autore Ferdinando Facchinei, «socialisti» vengono definiti alcuni seguaci di Jean-Jacques Rousseau. La parola comparirà a stampa in Francia solo nel 1831 per diffondersi in tutta Europa. Ancora nel 1879, quando già precisi movimenti politici ormai in forte crescita si ispiravano al socialismo, il Dizionario della Académie Française lo definiva così: «Doctrine des hommes qui prétendent changer l’état de la société et de la réformer sur un plan tout à fait nouveau» (Dottrina di uomini che pretendono di cambiare lo stato della società e riformarlo su un livello completamente nuovo, ndr). Ci sono ancora posizioni così definibili, ma per lo più ha vinto la versione socialdemocratica, in genere un misto di socialismo e di liberalismo, diritti della società temperati da quelli dell’individuo, o viceversa. Tutto a sinistra, a parole, e autoritario è stato il socialismo in chiave comunista, esperimento non andato a buon fine nella sua forma moscovita e in altre. A destra, estrema destra, c’è la sintesi nazionalsocialista o nazista, e l’assai simile fascismo italiano e varie imitazioni, finiti in genere molto male.

IL VOTO EUROPEO DEL 26 MAGGIO REFERENDUM TRA SOVRANISMO ED EUROPEISMO

Tutte e tre le parole comunque, nazionalismo (oggi si dice sovranismo, ma è un inutile gioco verbale per indicare riappropriazione dei poteri nazionali in nome del nazionalismo), liberalismo e socialismo continuano ad essere i pilastri delle culture politiche dominanti. È diffuso il giudizio che il voto ormai imminente per l’Assemblea europea sia un grande sondaggio fra nazionalismo risorgente e quanto resta dell’europeismo, o fra l’europeismo che sembra sempre maggioritario fra le popolazione e il crescente sovranismo. Henry Kissinger, sentito a inizio Anni 60, più di 50 anni fa cioè, come esperto da una Commissione del Congresso americano, pronosticava una inevitabile ripresa del nazionalismo europeo che alla fine avrebbe toccato anche i Paesi che ancora apparivano contro di questo “vaccinati” dal loro passato nazionalsocialista e fascista.

Filo-Ue il liberalismo con poche eccezioni; spesso pro-Ue il socialismo, ma non sempre soprattutto nelle sue versioni più radicali; critico o dichiaratamente anti Ue il nazionalismo

Non c’è dubbio che problemi identitari delle culture tradizionali, con la globalizzazione e l’assertiva presenza islamica, rilanciano la vecchia nazione, percepita come rifugio. Un recentissimo sondaggio condotto in 14 Paesi Ue dall’Ecfr, l’European Couincil on Foreign Relations di Londra, sostiene che il voto di fine maggio sarà anche su questo, ma accanto a temi come quello del futuro dell’Unione e della sua capacità di sostenere le pressioni degli Stati Uniti di Donald Trump e della Cina, e di affrontare temi importanti come l’ambiente. Un quadro complesso dove non è solo in ballo nazionalismo contro europeismo. Ma dove certamente le tre parole che da 200 anni si aggirano in Europa e non solo – liberalismo, socialismo e nazionalismo – continuano a fornire l’essenza del vocabolario politico. Filo-Ue il liberalismo con poche eccezioni; spesso pro-Ue il socialismo, ma non sempre soprattutto nelle sue versioni più radicali; critico o dichiaratamente anti Ue il nazionalismo, se inteso in modo radicale di supremazia della nazione al di sopra di qualsiasi livello internazionale.

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