Nego ergo sum

Gabriella Colarusso
15/10/2010

Luzzatto, Levi, De Luna: no a una legge contro il negazionismo.

Nego ergo sum

La memoria della Shoah non può essere affidata ai magistrati. Perché «le coscienze non si formano con le leggi, ma con con il presidio della cultura. Contro i negazionisti non c’è altra strada che la parola». Quando nel 2007 l’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella, propose una legge contro il negazionismo, Fabio Levi, docente di storia contemporanea all’università di Torino, ex direttore della fondazione Primo Levi, fu tra i primi firmatari di un documento che si opponeva alla proposta di decreto.
A distanza di tre anni, il dibattito si riapre. Claudio Moffa, il professore dell’università di Teramo accusato di aver negato l’esistenza della Shoah, è diventato una star con la complicità dei media, come se bastasse negare per “essere”. E Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma, dalle pagine di Repubblica ha chiesto al governo di approvare una legge contro il negazionismo. L’appello è stato subito raccolto, con consensi bipartisan, da Gianfranco Fini, Renato Schifani, Antonio di Pietro, Walter Veltroni. Ma nelle università e nella stessa comunità ebraica non mancano le contrarietà.

Un coro di no

«Sono sfavorevole a tutti gli interventi legislativi che limitano la libertà di opinione. È una strada che non mi piace. Si sa dove inizia ma non si sa dove finisce», riflette Levi: «Fare una legge contro il negazionismo è un modo per mettersi in pace con la coscienza. Ma non risolve il problema. Queste sono cose che si combattono con le idee. E poi come si fa a stabilire un confine tra opinione e falsità? Si finirebbe per discutere di cosa rientra nei limiti della legge e cosa no, e si dimenticherebbe il merito delle questioni».
Non si può imporre dall’alto una «visione del passato», dice lo storico Sergio Luzzatto: «c’è libertà di coscienza, opinione e ricerca storica in Italia. Non possiamo consegnare la cultura e la scienza al giudizio di magistrati e politica. Quante leggi dovremmo fare se no? Sul fascismo, sul terrorismo, sulla pace di Westfalia». E’ vero, ammette il professore al telefono da Parigi, che c’è una differenza tra opinioni e falsità, e quelle di Moffa sono delle falsità. «Ma è anche vero che non esiste l’obiettività storica. Il vero e il falso sono criteri sub judice. Più che i poliziotti, sono i colleghi di questo Moffa che devono assumersi la responsabilità di contrastare le sue assurde tesi».
Una legge contro il negazionismo, non farebbe altro che «sollevare dalle proprie responsabilità», gli fa eco Levi, «chi offre le sale per i convegni negazionisti, chi tace davanti al professore di Teramo». E non dimentichiamo che il personaggio in questione, «è tecnicamente un nessuno, non ha mai portato contributi di nessun rilievo all’indagine storica, ma ha saputo sfruttare bene il circo mediatico che l’ha reso popolare. Moffa è come il serbo che ha invaso il campo a Genova. Entrambi hanno ottenuto quello che volevano: visibilità. Mentre gli storici seri non hanno alcuno spazio nel dibattito pubblico».

«Una legge sarebbe controproducente»

Ci sono paesi europei però che da tempo hanno legiferato contro il negazionismo, come ha ricordato Pacifici nel suo appello: Francia, Austria, Germania. Anche l’Italia ha una legge simile, la cosiddetta “legge Mancino” che vieta l’apologia del fascismo, ma che non sembra abbia evitato il riprodursi di movimenti e linguaggi ispirati al Ventennio.
«Leggi così sono controproducenti, favorisco l’oblio», spiega lo storico Giovanni De Luna, che proprio alle legislazioni anti-negazioniste europee ha dedicato il suo ultimo libro, in fase di stesura: «In Francia hanno provato a inserire, per legge, nei manuali scolastici, un giudizio positivo sul colonialismo. Chirac ha dovuto ritirare la proposta. In Ucraina vengono condannate le persone che non chiamano “olocausto” la carestia provocata da Stalin nel 1932. Quante leggi dovremmo fare? Non si può governare il passato con le leggi. È il dibattito pubblico che deve distruggere certe tesi».
Il rischio che la verità storica si trasformi in verità di Stato, c’è: «Mi fa paura uno Stato che si ritira dall’economia, dalla scuola, dai trasporti, e poi cerca legittimazione nella memoria».