Salviamo le commesse dei negozi dalla sindrome da stress per le canzoni di Natale

Lia Celi
09/12/2023

Immergersi nello shopping con in sottofondo qualsiasi Christmas Album in heavy rotation può essere traumatizzante. Figuriamoci per chi lavora nel commercio. Si rischia di sviluppare un odio profondo per le feste. Il rimedio? Un detox casalingo con maratone di metal satanico.

Salviamo le commesse dei negozi dalla sindrome da stress per le canzoni di Natale

Metti che in questi giorni, in uno dei rari intervalli di tempo in cui non tiene d’occhio il proprio partner o quelli delle figlie o delle amiche per avvistare red flags o captare campanelli d’allarme per potenziali derive da codice rosso (un lavoro defatigante e a tempo pieno che, tanto per cambiare, dovremo fare da sole) una donna decide di svagarsi con un po’ di shopping, per la spesa quotidiana o per i regali di Natale. Al momento di pagare, nel breve attimo in cui interagisce con la persona addetta alla cassa, i suoi sensori notino più red flags che ai funerali di Enrico Berlinguer e più scampanellii che a un flashmob di ciclisti. Se incrocia gli occhi del cassiere o della cassiera, intercetta un lampo disperato, spesso accompagnato da una scritta “Help” sul palmo della mano. Ma a volte la richiesta di aiuto o di solidarietà può essere aperta e inequivocabile, come quella della commessa dal volto tipo L’urlo di Munch che mentre mi porgeva il sacchetto della spesa ha esalato: «Canti natalizi, canti natalizi…». E allora ho capito e compatito.

Una tortura: ascoltare canti natalizi dalle sei alle otto ore al giorno

Sarà almeno un ventennio che l’abuso del repertorio natalizio come musica di sottofondo nei negozi da novembre all’Epifania ha tolto qualunque briciolo di fascino e di suggestione a musiche e canzoni che dovrebbero creare un’atmosfera festosa e altruista fuori e dentro di noi. Ma mentre il cliente può limitarsi a sbuffare riempiendo il carrello mentre il vecchio Dean Martin flauta Winter Wonderland (o può ridacchiare pensando che mentre Dean la registrava era quasi sicuramente ubriaco fradicio e con un reggiseno che gli spuntava dal taschino), il personale del negozio ascolta canti natalizi dalle sei alle otto ore al giorno, senza tregua, da almeno un mese, e dovrà sorbirseli fino al 6 gennaio.

Gli unici giorni in cui potrà (e vorrà a tutti i costi) risparmiarseli sono proprio quelli celebrati in tutte le salse dalle detestate canzoni, Natale e Capodanno. E se qualche incauto figlioletto o nipotina si azzarda a intonare sotto l’albero Stille Nacht, il poveretto avrà reazioni inconsulte che potrebbero trasformare il cenone in tragedia.

Il 25 dicembre incorniciato nel turboconsumismo glamour e romantico-fighettone

A questo punto, per chi è arrivato a una certa, come la sottoscritta, scatta la rievocazione degli austeri Natali Anni 70, quando le luminarie si accendevano solo a dicembre inoltrato e chiedevano quasi scusa di esistere. Pochi i negozi e i supermercati che aggiungevano alle decorazioni in tema anche l’addobbo musicale, peraltro limitato a un repertorio tradizionale di per sé ristretto, almeno in Italia: pupazzi di neve, alberi di Natale e corse in slitta non hanno mai ispirato più di tanto i songwriter nostrani, più affezionati a sole e mare. L’anello mancante fra i Natali di fine millennio e quelli dei 2 mila anni precedenti è stata Last Christmas degli Wham!, che nel 1984 ha strappato il 25 dicembre alla dimensione domestica di festa della famiglia e dei bambini e l’ha incorniciato nel turboconsumismo glamour e romantico-fighettone.

Quanti sdolcinati pilastri della ambient music natalizia

Insieme a All I Want For Christmas is You di Mariah Carey (1994), Last Christmas è diventato uno degli imprescindibili e sdolcinati pilastri della ambient music natalizia, insieme ai Christmas Album di tutti i crooner americani del secolo scorso (in genere debosciati che farebbero impallidire re Erode), con innumerevoli cover di simpatiche baggianate come Frosty The Snowman, Santa Claus Is Coming To Town, Santa Baby ecc. Qualche negoziante osa anche il Christmas Album di Andrea Bocelli, che peraltro qui sfoggia bizzarramente una voce seriosa e tetra e fa pensare che a Babbo Natale sia successo qualcosa di brutto, mentre Ol’ Blue Eyes è ultra-marpione anche quando canta Ave Maria.

Sindrome da stress, con totale perdita dello spirito del Natale

Le neuroscienze non hanno ancora studiato gli effetti psicofisici della iper-esposizione alla musica natalizia, forse perché i risultati sarebbero troppo allarmanti. La gestibile allergia a White Christmas e simili che colpisce la clientela immersa nelle canzoni natalizie solo per qualche ora, per una commessa costretta a sorbirseli in heavy rotation per settimane può diventare una grave sindrome da stress, con totale perdita dello spirito natalizio, o peggio, sviluppo di un odio profondo per tutto ciò che riguarda anche lontanamente il Natale. Forse dovrebbero mobilitarsi le associazioni di categoria, per pretendere una maggiore tutela per i lavoratori del commercio, oggi costretti a disintossicarsi imponendosi a casa maratone di metal satanico. O sognando intensamente una corsa in slitta nella neve, ma senza sonagli né campanelli, in una silent night dove tutte le luci sono spente e tutti i negozi chiusi.