Nel nome di Arkan

Redazione
13/10/2010

Gli ultrà serbi sono a loro modo l’immagine della polveriera balcanica esplosa nel 1991. Da una parte ci sono i...

Nel nome di Arkan

Gli ultrà serbi sono a loro modo l’immagine della polveriera balcanica esplosa nel 1991. Da una parte ci sono i “Grobari”, i sostenitori del Partizan Belgrado, che hanno fatto il loro debutto negli anni Settanta: in lingua serba, il soprannome significa becchini e venne coniato dagli acerrimi rivali della Stella Rossa, l’altra grande squadra della capitale serba, perché le uniformi dei giocatori ricordavano proprio quelle degli addetti alle sepolture. Come risposta, quelli del Partizan affibbiarono agli avversari il nomignolo di “Cigani”, zingari, perché la Stella Rossa poteva contare su tifosi di etnia Rom.

Tra calcio e ultranazionalismo

L’odio e la rivalità che vengono messi in disparte quando c’è da seguire la nazionale di calcio in giro per l’Europa e per il mondo: a fare da collante è l’ultranazionalismo e la rivendicazione di territori che non appartengono più alla Serbia come il Montenegro e il Kosovo. Non è un caso che la sera del 12 ottobre, dalle gradinate del Marassi, sia spuntato uno striscione che definiva il Kosovo “il cuore della Serbia”.
Ecco spiegato perchè prima di Italia-Serbia sia stata bruciata una bandiera albanese, un messaggio limpido contro l’indipendenza del Kosovo, mai riconosciuta dai serbi. Il saluto delle tre dita, replicato dai giocatori della nazionale capitanati dall’interista Dejan Stankovic,non rimandano, come erroneamente interpretato dai cronisti Rai, al possibile tre a zero a tavolino, ma al saluto dei nazionalisti.
Nonostante le minacce al proprio portiere, Vladimir Stojkovic, reo di essere passato dal Partizan alla rivale Stella Rossa di Belgrado, e l’assalto al proprio pullman avvenuto nel pomeriggio, i giocatori serbi hanno comunque risposto con lo stesso gesto e con applausi.
Nel calderone ci sono gli ultras che arrivano dalla cosiddetta “Republika Srpska”, l’entità serba all’interno della Bosnia-Erzegovina con una propria assemblea, un governo, simboli nazionali e una capitale, la città di Banja Luka.
Da qualche tempo si sono ritagliati uno spazio anche quelli della “United Force”, supporter di un’altra squadra di Belgrado, l’FK Rad. La “United Force” ha dei forti legami con gruppi politici di estrema destra e neonazisti, come la “Combat 18”, organizzazione internazionale che ha sedi in Gran Bretagna, Russia, Belgio, Stati Uniti e Canada.
Oltre alla rivalità con i croati, gli ultras della Serbia non hanno perso occasione per farsi notare lontani da casa contro la Russia nel giugno 2009 e contro l’Austria nell’ottobre 2008. Mentre soltanto pochi giorni fa, il 9 ottobre, alcuni di loro hanno scatenato la guerriglia a Belgrado, prendendo di mira i partecipanti al Gay Pride.
I volti rasati e i corpi tatuati sono gli stessi che hanno mandato in infermeria cento dei manifestanti del Gay Pride di domenica scorsa a Belgrado. E sono gli stessi, andando indietro nel tempo, che hanno dato avvio al processo di dissoluzione della Jugoslavia, cominciato nel 1990 proprio in uno stadio. Dove protagonisti furono, ancora una volta, i Delije, i “pazzi” della Stella Rossa.

Il legame con la tigre di Arkan

Tra teschi, croci celtiche e uncinate e aquile, tra gli ultrà serbi compaiono spesso i simboli che ricordano Željko Ražnatović, passato alla storia come il comandante Arkan che con le sue “Tigri” si è reso colpevole di crimini contro l’umanità tra il ’91 e il ’95: nel maggio 1992 i suoi soldati uccisero più di 20.000 persone a Prijedor, città a nord della Bosnia, mentre nel giugno del 1995 parteciparono con Ratko Mladic alle esecuzioni di massa a Srebrenica, dove persero la vita più di ottomila bosniaci.
Nei primi anni Novanta, il dittatore serbo Slobodan Miloševićlo volle infatti alla guida del Centro per la formazione militare del ministero per gli Affari Interni. E, una volta scatenata la guerra con la Croazia, fu la “tigre” a reclutare, proprio tra gli Ultra Bad Boys, i cattivissimi della tifoseria che raggruppava gli ultras della Stella Rossa, una vera e propria milizia che si sarebbe resa responsabile di una interminabile sequela di omicidi, stupri e torture a danni di musulmani e croati tra il 1992 e il 1995. Crimini per cui la Corte internazionale di giustizia ha speso la più terribile tra le definizioni, “genocidio”.
Da quando, il 15 gennaio del 2000, Arkan è stato assassinato, gli spalti del Marakana, lo stadio di Belgrado, parte della tifoseria serba gli tributano onori e gloria. Gli elogi arrivarono persino in Italia, all’Olimpico di Roma. Dove gli ultras della Lazio, notoriamente vicini alla destra estrema, esposero lo striscione «Onore alla tigre Arkan».
Il laziale Sinisa Mihailovic, idolo della tifoseria della Stella Rossa e amico personale di Arkan, dedicò al pluriomicida un necrologio, senza mai prendere le distanze dai comportamenti della “tigre”.