Nelle viscere di San José

Barbara Ciolli
12/10/2010

Parla l'ingegnere italiano che continua a scavare in queste ore.

Nelle viscere di San José

È uno dei massimi esperti internazionali di perforazioni profonde, oltre che il direttore di uno degli scavi in corso per salvare i 33 lavoratori cileni intrappolati dal 5 agosto a 700 metri di profondità, nella miniera andina di San José.
Da 25 giorni Stefano Massei, ingegnere pisano di 56 anni e responsabile per le perforazioni geotermiche di Enel Green Power in Cile, su incarico dell’ente petrolifero cileno Enap coordina il team internazionale al lavoro nella trivellazione di un pozzo obliquo, indispensabile come galleria alternativa per far risalire i minatori, se qualcosa andasse storto durante i viaggi della capsula. Lettera43 lo ha intervistato mentre si trovava sul campo, testimone e protagonista silenzioso della lunga notte tra il 12 e il 13 ottobre, che lui stesso definisce «il più grande evento nella storia del Cile, dopo i festeggiamenti del bicentenario dell’indipendenza».
Domanda. Qual è il clima al campo Esperanza, a poche ore dall’inizio del recupero?
Risposta.
Stiamo vivendo un’esperienza storica e umana irripetibile. Abbiamo assistito alla trasformazione netta dello stato d’animo dei familiari. Dallo sconforto più profondo all’euforia nel poter riabbracciare i propri cari, addirittura in anticipo rispetto ai tempi previsti. Purtroppo riusciamo a intrattenerci poco con loro: lavoriamo intensamente dall’alba al tramonto, dietro le quinte. La nostra trivellazione proseguirà sino alla fine delle operazioni di salvataggio.
D. Come procede lo scavo della vostra galleria?
R. Lentamente, come deve essere. Per tracciare un pozzo deviato, cioè non verticale, occorre calibrare su scala millimetrica l’inclinazione del suo percorso. Verifichiamo continuamente le misure. Il progetto prevede un pozzo del diametro di 90 centimetri, a deviazione controllata: dopo il primo tratto verticale, la galleria scende in profondità in modo obliquo, per centrare uno dei passaggi laterali della miniera, vicino al rifugio e ancora agibile.
D. Che valore ha la vostra opera, dopo che è stato terminato il pozzo verticale in cui sarà azionata la capsula?
R. Fondamentale. Dal governo abbiamo ricevuto l’ordine di continuare a perforare la nostra galleria, il cosiddetto “progetto C”, a cui lavora un team internazionale di una ventina di tecnici. Andiamo avanti, perché saremo l’alternativa in caso di inconvenienti durante il salvataggio dei minatori. Siamo secondi per velocità di perforazione: il piano A iniziale procede a velocità minima, a causa dell’impiego di una sonda a scarsa potenzialità. La sonda B, quella del pozzo già terminato, ha perforato per 33 giorni. Noi abbiamo stimato di concludere gli scavi entro il 1 novembre.
D. Il governo cileno ha scelto lei come responsabile del progetto.
R. Da anni mi divido tra l’Italia e il Nord del Cile, dove nella zona dei geyser Enel Green Power sta sperimentando un piano all’avanguardia per produrre energia elettrica da fonti geotermiche. Anche l’Enap, l’ente nazionale petrolifero cileno, è socio del progetto. Sapevano che avevo maturato un’esperienza trentennale nel campo della perforazione geotermica, facendomi le ossa negli impianti Enel di Larderello,in provincia di Pisa. Nel Sud della Toscana dagli inizi del ‘900 si trasforma il calore della terra in energia elettrica: l’Italia ha un primato mondiale in questa specializzazione. Per questo l’Enap ha deciso di rivolgersi a Enel Green Power per condurre parte delle attività di scavo.
D. Manterrà i contatti con i familiari dei minatori, una volta spente le luci dei riflettori?
R. È difficile stabilire un rapporto continuativo con loro. Noi siamo sempre sul cantiere. Loro sono alle prese con l’attenzione mediatica e il rimbalzare continuo di notizie. Hanno le telecamere del mondo puntate addosso. Ed è naturale che sia così. La mia mente è con loro, anche se fisicamente sono sempre al lavoro. Dopo un mese di grande trasporto emotivo, ormai mi sento cileno al 90%.