Nessuno è prefetto

Gabriella Colarusso
19/01/2011

Ferrigno: dall'antiterrorismo a Ruby.

Nessuno è prefetto

Maria, «la puttanella». Berlusconi, «un uomo di merda». Lele Mora, «il mezzo uomo», considerata la sua omosessualità. A parlare dei personaggi che popolano le notti di Arcore con siffatta eleganza, in un’intercettazione del 29 settembre 2010, inserita nella documentazione che la procura di Milano ha inviato alla Camera, non è un ignoto faccendiere né uno spacciatore di provincia. È un uomo delle istituzioni. Anzi, un ex servitore dello Stato: Carlo Ferrigno, prefetto di Napoli dal 2000 al 2003, oggi in pensione.
È lui a raccontare a un ancora ignoto interlocutore che «c’erano orge lì dentro non con droga, non mi risulta. Ma bevevano tutte mezze discinte. Berlusconi si è messo a cantare e a raccontare barzellette. Loro tre (Berlusconi, Mora e Fede, ndr) e 28 ragazze. Tutte ragazze che poi alla fine erano senza reggipetto solo le mutandine strette…».
MARIA NELLE MANI DI LELE MORA. Quasi si pente Ferrigno di aver messo una tale Maria, una ragazza araba, nella mani di Lele Mora: «L’avevo fatta andare lì da Lele Mora», dice al telefono, ma subito aggiunge: «Pur essendo lei una puttanella è rimasta esterefatta quando stavano tutte discinte con le mutande, ognuno fa, mezze ubriache eccedere, in braccia a Berlusconi e se le baciava tutte, le toccava tutte, queste venti erano una ventina di ragazze, tra cui la Minetti».
Ma chi è questo ex servitore dello Stato, non indagato nelle vicenda Ruby, ma così ben informato su quanto accadeva nelle stanze di Arcore?

Da Piazza Fontana allo scandalo degli archivi del Viminale

Nella prima metà degli anni ’90, Ferrigno è stato questore di Torino, ma di lui si è cominciato a parlare con un certo clamore solo nel 1997, quando la procura di Milano lo ha indagato per depistaggio sulla strage di piazza Fontana. Ferrigno all’epoca era capo della direzione centrale di polizia e prevenzione (ex Ucigos), organismo che coordina tutte le Digos, facente capo al ministero dell’Interno, allora guidato da Giorgio Napolitano, attuale presidente della Repubblica.
A fine ottobre 1997, quasi 30 anni dopo la bomba alla Banca dell’Agricoltura, il giudice per le indagini preliminari, Clementina Forleo, titolare del nuovo procedimento aperto sulla strage, accolse la richiesta del pm Grazia Pradella di prorogare le indagini contro due capi del dipartimento centrale della polizia, sui quali pendeva un’accusa di falso ideologico: il prefetto Carlo Ferrigno e il commissario Enrico Savio. I due erano indagati per aver occultato l’identità di Ermanno Alduzzi, poliziotto dell’Ufficio affari riservati e poi uomo del Sisde, che aveva «sottoscritto» informative delicate su piazza Fontana.
L’ACCUSA DI FALSO IDEOLOGICO. Il 18 marzo del 1998, il Corriere della sera spiegava così la vicenda: «Con il cerino in mano, quasi trent’anni dopo piazza Fontana, è rimasto il prefetto Carlo Ferrigno, che per questa nuova indagine ha perso il posto di capo della direzione centrale della polizia di prevenzione […] Interrogato per 5 ore dal pm Grazia Pradella ha respinto con forza l’accusa di falso ideologico. Un’accusa nata dal ritrovamento di vecchie informative, che hanno portato alla scoperta della «squadra 54».
E cioè di una squadra di 4 poliziotti, che rispondeva direttamente a D’Amato e Russomanno, i capi dell’Ufficio Affari riservati. Dal dicembre 1969, la squadra 54 indagò su piazza Fontana, con l’ordine di non dire nulla ai magistrati. Capo della 54 era Ermanno Alduzzi, «il migliore» secondo D’Amato.
Ferrigno fu prosciolto dalle accuse, ma rimase coinvolto in un altro scandalo, quello sugli archivi segreti del Viminale dove erano custodite le liste segrete degli informatori dell’Ufficio affari riservati. Anche da quel processo ne uscì indenne, prosciolto, ma nuove grane sono arrivate nel 2010 per mano delle associazioni antiracket Sos racket e usura e Sos Italia libera.

Gli anni dell’antiracket  

Dal 2000 al 2003 Ferrigno è stato prefetto di Napoli, e in città molti ne sottolineano le doti di uomo d’ordine rigoroso. Ma dal 2003 al 2006 è stato commissario antiracket, nominato dal governo Berlusconi, e gestiva quindi il fondo nazionale per le vittime dell’usura. Un incarico con il quale non sembra essersi guadagnato grandi meriti.
Anzi. Nei primi mesi del 2010, infatti, l’ex prefetto è stato denunciato dalle due associazioni antiracket per presunte violenze sessuali e ricatti ai danni di alcune donne. Gli abusi sarebbero stati commessi, secondo le testimonianze raccolte dalle due organizzazioni, anche presso la sede del Comitato nazionale antiracket a Roma, in Via Cesare Balbo 37, come ha scritto il presidente di Sos Racket e Usura di Milano, Frediano Manzi, parlando di una «prassi consolidata e perpetrata negli anni dal Prefetto: accelerare le pratiche per accedere al fondo antiracket e antiusura, farle passare in commissione, se egli otteneva in cambio prestazioni sessuali dalle vittime».
INDAGATO PER CORRUZIONE. Ferrigno è stato già indagato per corruzione dalla procura di Fermo, in provincia di Ascoli Piceno, come ha riferito un lancio di Repubblica del 19 febbraio 2010: «Stando a quanto si apprende, l’indagine sarebbe partita dalla denuncia di una vittima di estorsione che avrebbe pagato 5 mila euro per un dopo-cena con alcune entraineuse di un night club della riviera per avere agevolazioni nell’accesso al fondo di solidarietà nazionale».
Ora il prefetto rispunta nelle intercettazioni del caso Ruby. Non risponde al telefono e se lo fa si rifiuta di parlare con i giornalisti. Nelle conversazioni registrare dai magistrati di Milano sembra quasi “disgustato” da quello che accade nelle residenze private del premier, ma non risparmia epiteti di cortesia per le ragazze che lui stesso, come dice al telefono, ha mandato da Mora: «esterrefatta» quella Maria, ma pur sempre una «puttanella».