Netanyahu al bivio: scendere a compromessi a Gaza può essere la sua fine politica

Matteo Innocenti
02/02/2024

Smantellare Hamas dalla Striscia e salvare gli ostaggi: praticamente impossibile centrare entrambi gli obiettivi. Il premier di Israele è rimasto finora aggrappato al conflitto per mantenere la poltrona. Con un accordo sulla tregua, la sua carriera volgerebbe al termine. Rapporti con l'Arabia, pressing della destra, sondaggi in calo: tutti i guai del trasformista Bibi.

Netanyahu al bivio: scendere a compromessi a Gaza può essere la sua fine politica

Un’intesa sul conflitto che potrebbe avere pesanti ripercussioni politiche interne. Israele, Stati Uniti, Egitto e Qatar hanno concordato a Parigi la base di un nuovo accordo sugli ostaggi nella Striscia di Gaza. Sul tavolo c’è il rilascio graduale delle persone statunitensi e israeliane – a partire da donne e bambini – oltre a un percorso di sospensione dei combattimenti e delle forniture di aiuti alla Striscia, nonché la liberazione dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Manca l’ok di Hamas, che ha ricevuto la proposta di tregua e deve dare una risposta dopo averla esaminata, come ha spiegato il presidente dell’ufficio politico del movimento islamista palestinese, Ismail Haniyeh. La conditio sine qua non, ha dichiarato, è che «porti a una cessazione completa dell’aggressione» da parte di Israele. Come spesso si è sentito dire, c’è un grosso effetto a catena che scaturirebbe dal possibile accordo sulla fine delle ostilità: la fine politica di Benjamin Netanyahu.

Il premier di Israele Netanyahu al bivio: scendere a compromessi a Gaza o mantenere il potere in patria? Gli scenari.
Le foto degli ostaggi di Hamas su un muro di Tel Aviv (Getty Images).

In caduta libera nei sondaggi, Bibi è rimasto “aggrappato” al conflitto per conservare la poltrona

Dopo il massacro del 7 ottobre, che ha rappresentato la disfatta degli apparati di sicurezza, esercito e servizi segreti, Netanyahu è andato incontro a un crollo dei consensi. In caduta libera nei sondaggi, inviso all’opinione pubblica e ritenuto finito anche da buona parte del Likud, il suo partito, da quasi quattro mesi è rimasto “aggrappato” al conflitto per conservare la poltrona: finché il Paese sarà in guerra con Hamas, Netanyahu non cadrà e gli israeliani non torneranno alle urne. Bibi ha cercato di posticipare la fine delle operazioni nella Striscia di Gaza, puntando sul potere salvifico della vittoria, tutt’altro che vicina. E adesso, pur di riportare in Israele i connazionali catturati da Hamas, sarebbe pronto a stringere accordi che secondo gli analisti potrebbero porre fine al suo governo (il mandato scade nel 2026) e alla sua carriera politica.

Il premier di Israele Netanyahu al bivio: scendere a compromessi a Gaza o mantenere il potere in patria? Gli scenari.
Benjamin Netanyahu (Getty Images).

Netanyahu, il trasformista che è rimasto a capo del governo più di chiunque altro in Israele

Netanyahu, che è il capo di governo rimasto in carica più a lungo della storia d’Israele, è un politico camaleontico, in grado di prevalere sugli avversari adottando, se necessario, nuove posizioni che contraddicono quelle vecchie. Come ricorda il New York Times, nel 1996 da leader dell’opposizione era indietro di 20 punti nei sondaggi, a cinque mesi dalle elezioni. Eletto poi primo ministro al termine di una campagna elettorale intrisa di scetticismo sugli accordi di pace di Oslo, una volta in carica ne accettò alcune parti, cedendo parte del territorio dello Stato ebraico ai palestinesi. Accusato nel 2019 di corruzione, frode e abuso d’ufficio per modifiche legislative effettuate al fine di favorire aziende di comunicazione e importanti uomini d’affari, da allora (con la causa ancora in corso) ha vinto quattro elezioni su cinque. Un altro esempio del trasformismo – leggasi anche opportunismo – di Bibi? Anche dopo aver di fatto sospeso il processo di pace con i palestinesi, nel 2020 ha firmato gli storici Accordi di Abramo con gli Emirati Arabi Uniti.

Il premier di Israele Netanyahu al bivio: scendere a compromessi a Gaza o mantenere il potere in patria? Gli scenari.
Carro armato israeliano nella Striscia di Gaza (Getty Images).

A proposito di accordi, Netanyahu sta spingendo per la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita, custode (non è un dettaglio) dei due luoghi più importanti per la religione islamica: Medina e La Mecca. Si tratta di un obiettivo strategico a lungo termine per Israele, ma Riad chiede l’impegno da parte di Tel Aviv per la soluzione a due Stati della questione palestinese. Per mantenere il potere preservando la sua coalizione di destra, Netanyahu deve però respingere anche solo l’idea, appunto, di uno Stato palestinese. La matassa è particolarmente intricata, anche per un mago come Bibi.

Sconfiggere Hamas a Gaza e salvare la vita degli ostaggi: la mission impossible di Bibi

Praticamente impossibile che Netanyahu riesca a porre fine al controllo di Hamas sulla Striscia, salvare gli ostaggi, soddisfare l’Arabia Saudita e non irritare la destra israeliana, necessaria per la maggioranza. In particolare, appaiono incompatibili i primi due obiettivi: sbaragliare Hamas molto probabilmente costerebbe la vita a molti ostaggi e, in alternativa, un accordo diplomatico per la liberazione dei prigionieri lascerebbe all’organizzazione palestinese il controllo di (almeno) una parte di Gaza. Itamar Ben-Gvir, partner della coalizione di estrema destra di Netanyahu, ha già minacciato di lasciare il governo, se si verificasse il secondo scenario. Per quanto riguarda i due Stati, dopo il 7 ottobre secondo i sondaggi il sostegno popolare alla soluzione è nettamente diminuito. In caso di elezioni, c’è da scommettere che Netanyahu si presenterà in campagna elettorale come l’unico leader con la convinzione, l’esperienza e l’autorità necessarie per resistere alle pressioni degli Stati Uniti e dei Paesi arabi per la creazione di uno Stato palestinese. E questo va esattamente in contrasto con ciò che i suoi inviati stanno discutendo con Riad, in colloqui mediati da Washington. Se Netanyahu dovesse perdere il sostegno dell’estrema destra o abbandonarla volontariamente, scrive poi il New York Times, potrebbe a quel punto strizzare l’occhio a politici centristi come l’ex capo dell’esercito Benny Gantz o il leader dell’opposizione Yair Lapid. Un’alleanza con il centro permetterebbe all’attuale premier israeliano, tra l’altro, di avere la copertura politica per consentire all’Autorità nazionale palestinese, che amministra parti della Cisgiordania, di governare quelle della Striscia di Gaza di cui Hamas potrebbe perdere il controllo.

Il premier di Israele Netanyahu al bivio: scendere a compromessi a Gaza o mantenere il potere in patria? Gli scenari.
Protesta contro Netanyahu a Tel Aviv (Getty Images).

Netanyahu è fiducioso sul post-guerra, ma secondo i detrattori non ha un vero piano

«Netanyahu cerca di fare il doppio gioco», ha detto Avigdor Liberman, ex consigliere chiave di Bibi e ora a capo del partito di opposizione Israel Beytenu, della destra radicale. Il New York Times ha provato a contattare Netanyahu sul post-guerra: il suo ufficio politico, in una nota, ha affermato di essere contrario alla piena sovranità palestinese ma di ritenere che un accordo con l’Arabia Saudita sia realizzabile. Al pari della liberazione degli ostaggi con annessa sconfitta di Hamas. La guerra «sta andando meglio di quanto molti si aspettassero», recita la nota, che sottolinea come l’esercito israeliano abbia proceduto più velocemente di quanto abbia fatto la coalizione guidata dagli Stati Uniti a Mosul, in Iraq, tra il 2016 e il 2017. I detrattori di Netanyahu ritengono che, appunto, l’attuale premier non abbia idea di cosa fare una volta terminato il conflitto: secondo l’ultimo sondaggio di Channel 12, principale emittente dello Stato ebraico, meno di un quarto degli israeliani lo preferirebbe a Gantz, suo principale rivale. «Netanyahu ha dimostrato abilità impareggiabili nel districarsi dagli impicci, ma questa volta potrebbe avere difficoltà a uscirne», ha sintetizzato Mazal Mualem, biografo di Bibi.