Barbara Ciolli

Le opzioni di Netanyahu alle elezioni israeliane del 9 aprile 2019

Le opzioni di Netanyahu alle elezioni israeliane del 9 aprile 2019

08 Aprile 2019 15.25
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Per gli analisti israeliani quelle del 9 aprile 2019 sono «le elezioni più difficili da prevedere degli ultimi 23 anni».

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Anche allora, nel 1996, c'era di mezzo Benjamin “Bibi” Netanyahu, che batté il premier uscente laburista Shimon Peres e andò al governo per il primo mandato. Dalle Legislative che ne segnarono l'ascesa politica il cerchio potrebbe chiudersi per il leader del Likud, stavolta in senso inverso. Sono in tanti a sperarlo, fuori e dentro Israele, e in diversi anche nel Likud: negli anni, il leader conservatore ha accumulato parecchi nemici, tra ex alleati o fuorusciti dal partito. Tuttavia potrebbero non essere sufficienti a togliere a Netanyahu il primato, nel caso di un quinto governo dal 2019, di primo ministro più longevo del Paese, più del padre di Israele Ben Gurion.

IL DECENNIO DI NETANYAHU

“Bibi”, che non a caso ha anticipato il voto di un semestre, ha sette vite e gli ultimi sondaggi – per un pelo – gli danno ragione: l'azzardo dell'alleanza con la destra più estrema gli frutterebbe, al contrario del rivali, la maggioranza alla Knesset. Perché in Israele non vince sempre il partito con più voti. Ed è a destra, non a sinistra, che le sigle minori delle coalizioni prendono più seggi. Per tutti è di sicuro una corsa all'ultima scheda: queste elezioni zeppe di variabili sono un test sui 10 anni, dal 2009, di governo ininterrotto di Netanyahu. Se rivincerà, per i palestinesi sarà l'apartheid istituzionalizzato. Comunque vada, le perplessità di un quinto mandato a Netanyahu sono molte, su più fronti e nel clima politico e sociale più esasperato della storia recente di Israele.

LA VARIABILE BENNY GANTZ

La variabile che ha sparigliato le carte in tavola è il nuovo partito Resilienza per Israele di Benny Gantz, il generale dagli occhi blu che dalla fine del 2018 fa il pieno di consensi in Israele. Un po' come Recep Tayyip Erdogan in Turchia, con acume Netanyahu aveva avvicinato le elezioni per tamponare la crisi delle dimissioni del ministro della Difesa Avigdor Lieberman, nello scorso novembre, e anche per precedere eventuali sentenze a suo sfavore nei procedimenti che si apriranno contro di lui. Il suo fiuto a far presto non lo ingannava: la presa di Resilienza per Israele è stata subito forte, tra gli elettori come tra i politici, a riprova della fame di rinnovamento. Diversi tra esponenti (anche ex ministri) e alte personalità di riferimento del Likud in dissenso con la linea estremista sono migrate da Gantz, lui stesso generale delle ultime guerre di Netanyahu contro Gaza.

I CENTRISTI ACCHIAPPAVOTI

Non solo: l'alleanza di Gantz con i liberali di C'è un Futuro di Yair Lapid (ex ministro delle Finanze di Netanyahu), ex giornalista e comunicatore, ha fatto balzare la lista centrista Bianco e Blu testa a testa con il Likud. Anche perché nel frattempo Resilienza con Israele ha raccolto le simpatie di elettori ed ex esponenti del Labor (in caduta libera nei sondaggi), a sinistra e nella complessa scena liberal israeliana. Nelle liste di Resilienza per Israele ci sono per esempio gay e donne ultraortodosse incandidabili nella destra religiosa alleata con Netanyahu. Bianco e Blu sono i colori della bandiera di Israele: Gantz e Lapid propongono un nazionalismo sionista in salsa socialista, difesa del territorio e politiche sociali. Una bomba politica tanto per il Labor quanto per il Likud.

La colonizzazione della Cisgiordania e l'intransigenza politica verso i palestinesi dell'ultimo governo Netanyahu, non ha portato più sicurezza

NETANYAHU PREMIER INDAGATO…

Si aggiunga che Gantz è molto amato tra la gente per l'immagine di generale integro, che ha speso la vita per la difesa di Israele, un uomo retto e di parola. Lo stesso non si può dire ultimamente di Netanyahu: primo perché da qualche anno gli inquirenti indagano sui Casi 4000, 1000 e 2000 (i tre fascicoli con le accuse di manipolazione dei media e presunte regalie da e per il premier), a un mese dal voto gli è piovuta addosso l'incriminazione per corruzione e frode; secondo perché le sue politiche di difesa, da premier e poi ministro ad interim, sono nel fuoco incrociato degli alleati a destra e dell'opposizione. Anche le dimissioni di Lieberman erano motivate dalle tregue tattiche strette da Netanyahu con Hamas.

…E MINISTRO DELLA DIFESA CRITICATO

Anche diversi elettori del Likud sono stufi di lui, per ragioni opposte. Chi ce l'ha con “Bibi” per gli scandali legali su di lui e la moglie Sarah; chi critica la deriva estremista dell'ultimo governo; chi viceversa lo trova troppo blando. Anche nell'ultima crisi con Hamas, dei razzi piovuti su Tel Aviv da Gaza, Netanyahu è stato costretto a trattare: una guerra maldestra, come mosse Peres nel 1996, avrebbe forse avuto un effetto peggiore, ma intanto tutti lo criticano per gli attacchi subiti dalla Striscia. Il guaio è che, nella sostanza, la colonizzazione della Cisgiordania e l'intransigenza politica verso i palestinesi dell'ultimo esecutivo di estrema destra, non ha portato più sicurezza a Israele. Il sodalizio con Donald Trump è un'arma a doppio taglio per il Likud: ci si chiede se anche l'ultima campagna elettorale di Netanyahu sullo «Stato ebraico» e «l'annessione della Cisgiordania» non sia una «paranoia che lo porterà all'harakiri.

CORSA AD ACCAPARRARSI I MINI PARTITI

Eppure Netanyahu non aveva scelta, specie con l'exploit della lista Bianco e Blu: giocarsi il tutto e per tutto con un'alleanza di governo – per la prima volta nello Stato di Israele – con la destra suprematista di Potere ebraico (sette seggi stimati insieme a Casa ebraica), erede di un movimento razzista e terroristico bandito tra gli Anni 80 e 90. Alcuni sondaggi del 4 aprile davano il Likud con 31 seggi avanti su Gantz e Lapid (30/28), poi quelli del 5 aprile una situazione ribaltata. Decisiva, per entrambi gli schieramenti, è la corsa a portare le piccole sigle come Potere ebraico sopra lo sbarramento del 3,25%, per la maggioranza indispensabile di più di 60 seggi. Da procuratore generale uno dei nemici di Netanyahu, il giudice Avichai Mandelblit, suo ex segretario di gabinetto che poi lo ha incriminato, si è battuto per far riammettere dalla Corte suprema le formazioni degli arabo-israeliani.

L'INCOGNITA ARABA E DEI PRO CANNABIS

La Commissione elettorale – dI membri della Knesset controllata da Netanyahu – aveva estromesso gli arabi di Balad e Hadash-Ta'al e ammesso Potere ebraico. Che le due liste (10 seggi si prevede, come il Labor) si alleino ai generali dei raid su Gaza è impossibile. Nondimeno gli arabi-israeliani che sono circa il 17% della popolazione farebbero la differenza se, ipotizzano gli osservatori, andassero alle urne per affossare Netanyahu, unendosi all'onda lunga di Gantz. Anche il voto degli espatriati è anti“Bibi”, quello dei prolifici ultraortodossi invece pro “Bibi”. E accade, in queste pazze elezioni israeliane, che il nuovo partito dei sovranisti libertari di estrema destra Zehut, nato nel 2015 da una scissione del Likud, schizzi a sei seggi predicando la cannabis libera e il terzo tempio di Gerusalemme. Tanto Gantz che Netanyahu, ça va sans dire, hanno aperto colloqui. Loro, ha avvisato l'insidioso leader Moshe Feiglin, staranno con il più forte.

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