Peppino Caldarola

Zingaretti faccia il contrario dei sei segretari Pd prima di lui

Zingaretti faccia il contrario dei sei segretari Pd prima di lui

04 Marzo 2019 08.40
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Nicola Zingaretti è il settimo segretario del Pd se, dopo Walter Veltroni, Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Matteo Renzi e Maurizio Martina, contiamo anche l’interregno di Guglielmo Epifani. Ciascuno di questi sette gli consegna un proprio problema insoluto e riporta al nuovo segretario dossier antichi che il governatore del Lazio deve decidere di chiudere come i delitti di Cold case oppure lasciare in magazzino a impolverarsi ancora.

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Veltroni fu eletto a furor di popolo e con la nomenklatura implorante dopo che il neo-nato Pd si rivelò incapace di darsi una guida e una linea. Lui si fece leader e con alcune invenzioni, tipo «il partito a vocazione maggioritaria», dettò anche una linea. Ebbe una grande fronda trasversale che si acuì dopo la sconfitta alle Politiche del 2008, malgrado il brillante risultato, ma che poi divenne impetuosa al punto da spingerlo alle dimissioni dopo il fallimento di Renato Soru in Sardegna. Veltroni aveva il vischio delle dimissioni e il terrore dell’impopolarità cose che fecero sempre di lui un leader auto-dimezzato.

I FALLIMENTI DELLA SEGRETERIA BERSANI

Franceschini, suo vice, ne prese il posto rivelano la sua inadeguatezza a fare il numero uno, ma la sua bravura a fare tutti gli altri numeri. Il suo partito né affrontò i “casi freddi” ereditati da Veltroni né dette fisionomia al Pd che cominciò a sognare, in una sua parte maggioritaria, il ritorno a sinistra. Cosa che avvenne con Bersani, questa singolare figura di politico-non politico che ti parla come un contadino furbo e non capisci mai se ti sta prendendo sul serio ma soprattutto se si sta prendendo sul serio. Bersani, che ebbe un ruolo importante nel fare il vuoto attorno a Veltroni, sognò il partito radicato nel territorio, mise la sordina alla vocazione maggioritaria, si circondò di una nomenklatura che lo tutelò ossessivamente e in parte lo allontanò dal resto del mondo. Lui poi fece come Roberto Baggio nei campionati del mondo di calcio Usa 1994, mandò fuori dalla porta il pallone del rigore decisivo. Bersani pareggiò le elezioni politiche del 2013 che nei mesi precedenti sembravano vinte e in un drammatico faccia a faccia con due facinorosi del Movimento 5 stelle, un certo Vito Crimi e una certa Roberta Lombardi, si fece maltrattare.

RENZI E L'INUTILE GUERRA FRATRICIDA DENTRO IL PD

Su Bersani incombeva un giovane, arrembante fiorentino figlio di una covata di tante galline stagionate da Graziano Del Rio a Sergio Chiamparino a Enzo Bianco e soprattutto da organizzazioni come l’Anci. Questa lobby si riunì e giocò la carta del “bad boy”, quello col giubbotto di Fonzie. Renzi perse una volta le Primarie nel 2012 ma fece un discorso di abbandono molto bello. Le vinse l'anno successivo e occupò manu militari il partito con proprie truppe, ma soprattutto aiutando pentimenti indecenti dai diversi schieramenti. Insomma fece del Pd una Polonia degli anni del comunismo con un forte pilastro centrale, i renziani, e tanti partiti dei contadini, fa cui quello di Matteo Orfini, a fare da contorno.

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Renzi colpì partito e pubblica opinione perché mise nei primi mesi di direzione una energia e tante idee da far immaginare che fosse arrivato finalmente il cambio generazionale. Arrivò invece banalmente la vendetta verso gli ex comunisti, questi resistettero (manco tanto) e lui si inventò che i “gufi” non lo facevano lavorare. Tema che divenne centrale quando defenestrò, con l’aiuto della sinistra interna, quel sant’uomo di Enrico Letta che non si aspettava un congedo così prematuro. Renzi ha governato, poi, dopo la sconfitta referendria, è stato il turno di Paolo Gentiloni.

ZINGARETTI NON HA NULLA DA IMPARARE DAI SUOI PREDECESSORI

Sono passaggi recenti di cui ciascuno di noi conserva memoria e giudizio. Anche gli elettori che, alla prima occasione, hanno dato al Pd il 18% facendogli capire che si erano stufati del Pd. Ecco Nicola Zingaretti il giorno dopo la sua vittoria deve ripassare il film dei suoi predecessori e deve prendere alcune decisioni riguardanti ciò che non deve fare: non deve, come Veltroni, inventarsi un nuovo partito a vocazione maggioritaria e non deve dimettersi al primo stormir di fronda. Non deve galleggiare come Franceschini. «Non deve dire gatto se non ce l’ha nel sacco», come invece ha fatto Bersani annunciando la ricostituzione di un partito che in pezzi ha trovato e in pezzi ha lasciato. Non deve considerare il partito un proprio territorio di caccia.

Renzi promette che non farà scissioni né che danneggerà Zingaretti. Voglio credergli sapendo che la natura dell'ex premier è la guerra

Renzi promette che non farà scissioni né che danneggerà Zingaretti. Voglio credergli pur venendomi alla mente la favola dello scorpione che chiede il passaggio alla rana promettendole di non ucciderla pungendola e poi rimangiandosi questo impegno con la frase: «È la mia natura». La natura di Renzi è la guerra. Lui è stato vittima di una guerra senza quartiere che però ha provocato. Pensava anche lui si vis pacem para bellum. Ecco: oggi non vale. Se vuoi la pace lavora in pace.

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Tutto questo per dire a Nicola che nessuno dei suoi predecessori ha alcunché da insegnargli e che neppure nel “partito romano” troverà alimento per guidare il Pd tutto intero. Questo esperimento fallì già con Veltroni. Il popolo che lo ha eletto, pur diviso in tante simpatie contrastanti, indietro non vuole tornare. Ha scelto lui perché ha un sorriso aperto, perché è unitario, perché vince le elezioni, perché viene fuori, senza esserne prigioniero, da una storia. Vuole la ricomposizione a sinistra ma non le confluenze, coloro che sono usciti tornino uti singuli. Perché lui è Zingaretti, quello normale dopo tanti “fenomeni” che hanno, in totale buona fede, quasi ucciso la sinistra.

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