Nichi il visionario

Redazione
11/10/2010

di Marco Mostallino Si aggira nel cantiere con la camicia celeste fuori dai pantaloni. Mostra agli operai un pilastro da...

Nichi il visionario

di Marco Mostallino

Si aggira nel cantiere con la camicia celeste fuori dai pantaloni. Mostra agli operai un pilastro da rinforzare, passa la dita sul muro per segnare la traccia dei cavi, poi scuote la calce dalle mani, si accende una Marlboro e aspira con la stessa boccata fumo e polvere di cemento nei polmoni abituati a ingerire i vapori d’inchiostro di tipografia.
Là dove c’era il suo giornale, adesso si insedierà in affitto una banca. Nicola Grauso, detto Nichi, 61 anni, si dedica ancora una volta a «ciò che mi piace fare, che mi rende felice»: questa volta però è l’immobiliare invece della stampa, con i giornalisti finiti letteralmente mezzo a una strada.
La nuova carriera dell’ex editore comincia con uno sfratto: quello della redazione di Epolis, il quotidiano di cui è azionista, da lui fondato nel 2004 e pochi giorni fa sloggiato dai locali dove aveva sede, a Cagliari in viale Trieste 40, al piano terra dell’edificio in cui Grauso abita.

Dalle radio alle tivù e poi a internet

Fuori tutti, perché la nuova proprietà dell’organo di informazione non paga l’affitto da molti mesi. «Ma mica è colpa mia», si giustifica lui con l’espressione angelica che mostra, incorniciata dai capelli candidi, quando si sente sotto accusa, «bastava che saldassero, erano solo 20 mila euro…». L’informazione è per ora un bagaglio del passato dell’uomo che già nel 1975 aveva avviato radio e televisioni, prima di avventurarsi nel mondo dei quotidiani e di internet, lanciando, nel 1994, il primo provider italiano, Video On Line, di cui alcuni pezzi sono finiti di recente nel crack di Eutelia.
Di crack in crack, suoi e degli altri, Grauso ritiene che l’intera editoria oggi sia come «un solaio troppo carico», basta un grammo ancora e tutto viene giù di botto. «Nemmeno io che sono un visionario sono in grado di dire che cosa succederà», sostiene prima di sfilare da un cassetto del suo ufficio, dove nel frattempo si è spostato, un bozzone di quotidiano formato ridottissimo, più piccolo di un tabloid.
Eppure, avverte «se Epolis non riparte, io in un mese apro un nuovo giornale in Sardegna. Ma lo faccio solo in caso di necessità, per non buttare via un potenziale fatturato pubblicitario di 4,5 milioni e il capitale di professionalità umana che si è formato in questi anni».

Molte imprese avviate, spesso finite male

Nato a Cagliari da una famiglia di commercianti napoletani, i quali avevano piazzato 80 anni fa il magazzino degli alimentari proprio negli ambienti divenuti poi redazione e tra poco sportello di credito, Grauso ha vissuto 61 anni di vita movimentata.
Nel cuore del capoluogo sardo, tra il porto, la stazione e la principale via d’uscita e d’accesso alla città: trovare i crocevia giusti è un talento che i Grauso hanno sempre avuto, anche se l’ultimo rampollo maschio comincia sempre bene le proprie imprese e poi finisce malissimo.
Negli anni Settanta ha costruito dal nulla Radiolina e Videolina, radio e tivù pioniere della liberalizzazione. Col passare degli anni ha rilevato L’Unione Sarda, il più potente giornale dell’isola, quindi a marce forzate ha invaso la Polonia (primi anni Novanta) dove ha comprato emittenti televisive e quotidiani.
Nel ’94 lo sbarco sul web, ma in pochi anni l’impero è crollato: nel 1999 Grauso, impigliato in una rete di debiti e di inchieste giudiziarie, ha venduto il gruppo editoriale sardo al costruttore Sergio Zuncheddu, mentre i territori polacchi erano già caduti sotto i colpi di bilanci fuori controllo.

L’Unione Sarda gli ha fruttato 130 miliardi

Nel frattempo, Video On Line era stato spezzettato e risucchiato dalla Telecom. «Ma dalla vendita dell’Unione Sarda», racconta mentre, alla scrivania, risponde a email, telefonate e sms, «incassai 130 miliardi di lire: quei soldi hanno dato la tranquillità economica a me e alla mia famiglia».
E mentre parla di famiglia, sul suo personal computer si illumina una finestra di Skype: è una chiamata del nipotino, l’unica persona capace di sottrarlo al culto di se stesso.
Un culto per la verità spesso alimentato da una folla di estimatori che non lo abbandonano nemmeno di fronte alle mosse false più clamorose e palesi: lo incensano, un po’ per convenienza e un po’ per innato servilismo.

«Io? Sono un inventore, non un imprenditore»

«Però le mie aziende», osserva Grauso, «sono sempre sopravvissute a me. Perché io sono un inventore, un intellettuale, certo non un imprenditore».
Gli affari, tuttavia, li ha sempre saputi condurre. Elenca con soddisfazione i palazzi di recente acquistati e ristrutturati, con gusto, va detto, nel centro storico di Cagliari e, al pari di tutti i suoi nuovi colleghi immobiliaristi, si lamenta per «la burocrazia e gli ostacoli che trovo a ogni passo». Lui si stufa in fretta dei discorsi ed esaurisce ogni argomento in due minuti, per poi passare a un altro.
Così mostra una foto di sé sorridente a bordo di un monomotore a elica e ricorda le sue imprese aviatorie un poco dannunziane. La prima, nel 1997, fu un atterraggio in Libia per liberare un operaio italiano tenuto in ostaggio per conti non pagati dalla sua azienda. La seconda, nel 2002, con un folle volo in Iraq «sfidando la no fly zone tra il 35esimo e il 37esimo parallelo».
Entrambi i blitz avvennero in compagnia di Vittorio Sgarbi, il quale «veniva con me solo perché è matto».

Amicizie controverse, da Tarek Aziz a Gorbaciov

Amicizie famose, turbolente e contrastate le sue. Quella con Tarek Aziz, il numero due di Saddam, condotto in Italia per incontri persino in Vaticano, nell’ovviamente inutile tentativo di evitare la guerra del Golfo. Con Mikhail Gorbaciov, spesso ospite della villa di Grauso sulla costa sarda di Villasimius. Col patron di Wind, Naguib Sawiris, «che ha cominciato 15 anni fa lavorando con me, era il concessionario di Video on Line per l’Egitto».
L’ex editore rievoca quindi i colloqui con Berlusconi: «Nel 1999 venne a casa mia per convincermi a dare a Mauro Pili il mio voto decisivo per la presidenza della Regione».
Grauso in quei giorni aveva fondato un partito, il Nuovo Movimento, e aveva conquistato il seggio nell’assemblea sarda. Forza Italia era uscita vincitrice dalle urne, eppure in aula gli equilibri erano instabili e la posizione del Nuovo Movimento risultava decisiva per la fiducia a Pili, leader isolano degli azzurri.
«Il mio rapporto con Berlusconi? Bussò da me per chiedermi l’appoggio e, in cambio, io rivelai che parte del programma di Pili era copiato di sana pianta da quello di Formigoni, facendo così cadere il candidato…».
Sorride tra un tazzone di caffè americano, la webcam e un’altra Marlboro, mentre ricorda che «Berlusconi all’epoca mi presentava dicendo ‘questo è Grauso, è più intelligente di me, peccato che sia comunista’. Curioso no?», osserva, «perché nel frattempo i magistrati mi accusavano di essere berlusconiano».

Il caso Melis e un suicidio eccellente

Tutti avevano le loro ragioni nel sostenere tesi opposte, di fronte a un personaggio così contraddittorio.
L’eccentrico editore è testimone di nozze del leader del Pdci Oliviero Diliberto (cagliaritano come lui) e negli anni Novanta sostenne la trasformazione di Liberazione in quotidiano, fornendo carta e denari, mentre ancor oggi detiene una piccola quota della società che controlla Il Manifesto. Intanto la sua Unione Sarda sosteneva apertamente Forza Italia.
Sul fronte giudiziario, lo scontro con la magistratura esplose quando Grauso annunciò di aver pagato il riscatto per la liberazione di Silvia Melis, giovane imprenditrice sarda sequestrata e rilasciata nel 1997. La procura aprì un’indagine, accusando l’editore di aver estorto una grossa cifra al padre della ragazza. L’inchiesta si estese e ci finì dentro, per una presunta complicità con Grauso, anche il magistrato Luigi Lombardini, il quale si suicidò con un colpo di pistola alla tempia nella pausa di un interrogatorio al quale l’avevano sottoposto i piemme inviati da Roma.
Accadde di tutto, in quei mesi, e il quotidiano L’Unione Sarda finì nella bufera. «Spesso», racconta Grauso, «ho precorso i tempi. Ecco qua…», dice, mostrando un recente ritaglio del Corriere della Sera. Nel pezzo, Mario Segni racconta un episodio: «Alla fine degli anni Ottanta», sono le parole del politico sassarese, «Grauso mi disse: se lasciate le tivù a Berlusconi, lui fonderà un partito. Attenti, non avete idea del potere della televisione».

Un accentratore con la sindrome dell’amante tradito

Rimette fiero il foglio in una cartella e, con un sorriso, racconta di aver «anticipato anche l’11 settembre: sognavo di rubare un Dc9 all’aeroporto e di andare a schiantarmi contro il palazzo di giustizia di Cagliari. Ma queste cose, anche quando le penso, restano poi sempre e solo nella mia mente». Come Penelope, tesse e disfa continuamente la tela. La catena di quotidiani locali free presse Epolis è l’ultimo caso, per ora, ma la sua mente corre al passato.
«Paradossalmente, l’unico rimpianto che ho riguarda l’acquisto dell’Unione Sarda. Possedevo un giornale ma non lo controllavo. Subivo pressioni enormi per articoli che manco sapevo fossero usciti. E là dentro c’erano mille tensioni, insopportabili per un uomo pacifico come me: ne sono uscito umanamente devastato. Se potessi tornare indietro non comprerei più quel giornale».
Pacifico è una parola grossa, pensando ai suoi scatti d’ira i quali più d’una volta non si son fermati alle parole: «Se qualcuno con me è conflittuale, allora reagisco anch’io in maniera conflittuale», ammette mentre il caffè si fredda nella tazza.
Lo sanno bene i suoi direttori, talvolta sfiduciati solo per aver staccato il telefonino per pochi minuti: essere tra i suoi prediletti significa non aver vita privata, bisogna rispondergli e lavorare a ogni ora del giorno e della notte.
Tanto che qualcuno lo ha definito un «sequestratore di anime», mentre lui soffre per la sindrome dell’amante eternamente tradito: il 23 aprile ha festeggiato il suo compleanno postando su Facebook un verso di William Blake: «Per la tua amicizia mi sanguina il cuore, sii mio nemico, per amicizia». Al piano terra, intanto, l’ultimo giornale non c’è più e la banca sta per aprire lo sportello.