Guardare la Terra oltre l’atmosfera e capire qualcosa di noi

Visti da una stazione spaziale con gli occhi dell'astronauta Nicole Stott, i confini creati dall'uomo sono labilissimi e del tutto arbitrari. Mentre il pianeta in cui viviamo è uno solo e ci accomuna tutti.

26 Maggio 2019 07.00
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«We are all earthlings», cioè siamo tutti «figli della Terra» e non «human beings», cioè esseri umani, è l’immagine simbolica che più mi è rimasta impressa di un incontro con l’ingegnere astronauta Nicole Stott, per trent’anni alla Nasa e ora attivista del sociale, di passaggio a Milano nell’ambito di una giornata organizzata da Omega, il marchio di orologi che accompagna i voli interspaziali da quel fatidico 1969 di cui quest’anno ricorre il Cinquantenario.

OLTRE CENTO GIORNI SULLA STAZIONE SPAZIALE INTERNAZIONALE

Non diversamente dalla nostra eroina nazionale Samantha Cristoforetti, che ovviamente la “dottoressa” Stott conosce e di cui parla con molta simpatia (il valore dell’appellativo di “dottore” è molto diverso nella cultura anglosassone rispetto alla nostra: nel suo caso, pensate al “dottor Spock” di Star Trek e ci andrete vicini), questa cinquantenne alta e molto spiritosa ha lavorato ma soprattutto vissuto lunghi mesi in una stazione spaziale. La sua biografia, facilmente reperibile su Wikipedia da cui traggo queste righe, recita che Nicole Stott «ha partecipato alle missioni a lunga durata Expedition 20 e Expedition 21 sulla Stazione Spaziale Internazionale raggiungendola con la missione STS-128 dello Space Shuttle e ritornando sulla terra con STS-129»: per oltre cento giorni, ha osservato il nostro pianeta oltre l’atmosfera in cui è immerso, osservato il nascere degli uragani e la velocità con cui si spostano da un continente all’altro; ha verificato l’intervento spesso pesantissimo dell’uomo sui territori, visibile dalla geometria brutale con cui lo fa, ricavandone la convinzione che «l’unico confine davvero importante sia la sottile linea blu dell’atmosfera»: una thin blue line o un blanket, cioè una coperta che ci avvolge tutti.

SIAMO TUTTI FIGLI DELLA TERRA

Visti da questa prospettiva, secondo Stott i confini dati dall’uomo sono dunque non solo labilissimi e del tutto arbitrari, come la geografia, la storia e l’erompere recente di fenomeni naturali molto preoccupanti dimostrano, ma che il pianeta in cui viviamo è uno solo e che da questo siamo tutti originari. La razza umana è figlia della Terra. Potrà sembrare una di quelle affermazioni che gli scettici tendono a bollare come buoniste o politicamente corrette, una di quelle dichiarazioni modello “peace and love” che dagli Stati Uniti dove Nicole Stott è nata originano, insieme con la nozione stessa del politicamente corretto, le sue derive e il suo revisionismo letterario e storico attuale; eppure, non smetto di interrogarmi sulla reazione che avrei io, che avremmo tutti, potendo osservare i movimenti del nostro pianeta da quella posizione, vedendo «il sole sorgere e tramontare sedici volte al giorno».

LA PRIGIONE DELL’INDIVIDUALISMO

Qualche ora prima dell’incontro per un pubblico molto ristretto al Museo della Scienza e della Tecnica, di fronte a un tè molto allungato, ho cercato di approfondire questo aspetto con “astroNicole”: mi interessava questa insistenza sul tema della coesione umana, a cui non possiamo sfuggire, ma che al tempo stesso siamo incapaci di accettare fino in fondo, incagliati e incanagliti come siamo, noi occidentali soprattutto, nel nostro individualismo. «We are all connected»: siamo tutti interconnessi. La sua convinzione nasce dall’evidenza, ampiamente sperimentata in prima persona, che quindici, venti esseri umani di nazioni, culture, tradizioni differenti possano benissimo coabitare in uno spazio molto ridotto, e in assenza di gravità, una volta coinvolti in un progetto comune.

L’IMPORTANZA DELLE ELEZIONI EUROPEE

Ha ragione: anche noi che non viaggiamo nello spazio e, in un certo modo, nel tempo, che non dipingiamo acquarelli osservando la goccia d’acqua muoversi da sola nell’aria fino a coprire il pennello ma lo intingiamo in un bicchiere pesante e radicato come noi dal magnete che ci tiene con i piedi per terra, sappiamo che per gli studiosi, per gli scienziati, per gli intellettuali di tutto il mondo collaborare è facile anche se di religioni e visioni politiche diverse. Li unisce la cultura, la conoscenza, la spinta inarrestabile al sapere, che è più potente di qualunque divisione, anzi le è antitetica. La cultura unisce, e permette che un ingegnere giapponese lavori con un americano, un tedesco e un russo a oltre 400 chilometri dalla Terra su progetti di bioetica, di fisica e di medicina, senza pensare ad alcun confine se non a superarli tutti. Per questo, da «earthling», da figlia di questo pianeta che non avrò mai la possibilità di osservare «incantata per ore», come Nicole Stott, spero molto egoisticamente che noi europei si valuti con molta attenzione a chi dare il nostro voto, oggi.

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