Anna Lesnevskaya

Nikolai Lunkov: «Enrico Berlinguer? Era la coscienza critica dell’Urss»

11 Giugno 2014 09.14
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Quando arrivò in Italia nel 1980 per insediarsi nell’ufficio romano dell’ambasciatore dell’Urss, tra Pcus e Pci non era tutto rose e fiori.
Dopo la repressione dei carri armati sovietici in Ungheria nel 1956, i rapporti tra l’Italia e l’Urss stavano infatti diventando sempre più tesi, e quelli tra comunisti italiani e russi piuttosto ambigui.
Una situazione di stallo che degenerò dopo l’invasione dell’armata rossa in Afghanistan nel 1979. Enrico Berlinguer, allora segretario del Pci, arrivò a condannare pubblicamente l’azione di Mosca.
Eppure Nikolai Mitrofanovich Lunkov, 95 anni portati con grande lucidità, diplomatico sovietico con 30 anni di carriera alle spalle e penultimo ambasciatore dell’Urss in Italia (concluse il suo mandato nel 1990), sostiene che tra lui e il leader del Pci c’è sempre stato un «rapporto speciale».
«CON LUI UN DIALOGO SEMPRE FRANCO». Parlando di Berlinguer a 30 anni dalla sua morte (guarda le foto), Lunkov si commuove ancora. Ricorda le loro conversazioni, «sempre molto franche», che non escludevano anche critiche ai vertici dell’Urss.
«Mi ripeteva: ‘Devono cambiare i loro comportamenti’», spiega l’ex dirigente comunista, che però ammette come, tra lui e il segretario del Pci, il rapporto professionale fosse sfociato in un’amicizia vera. E anche difficile da dimenticare. Come si capisce da questa intervista esclusiva concessa a Lettera43.it dall’ex ambasciatore, che oggi vive a Mosca da pensionato.

DOMANDA. Lei è stato ambasciatore dell’Urss in Italia negli ultimi quattro anni di vita di Enrico Berlinguer...
RISPOSTA. Ho ottimi ricordi di Enrico, era una persona molto umana.
D. C’è qualche aneddoto in particolare al quale è più legato?
R. Mi ricordo in particolare il ricevimento all’Ambasciata sovietica di Roma per l’anniversario della Rivoluzione d’ottobre, all’inizio degli anni 80. Con Berlinguer abbiamo bevuto dei buoni bicchieri di vino italiano e abbiamo avuto una conversazione molto informale e piacevole. Conservo ancora la foto di quell’incontro.
D. Si ricorda di che cosa avete parlato quella volta?
R. Mi ricordo che mi disse: «Ci vuole più democrazia del popolo in tutti i Paesi, compresa l’Urss. Bisogna che le persone si parlino».
D. Avete affrontato anche le tensioni che stavano crescendo tra l’Urss e l’Italia?
R. Sì, Berlinguer non voleva che l’Italia non si fidasse di Mosca. Mi disse: «Queste cose non devono succedere». Ribadisco, era una persona molto umana.
D. Le piaceva proprio il segretario Pci…
R. Certamente, ci vedevamo spesso. Andai a trovarlo più volte nel suo ufficio. Quando c’era un problema molto urgente, era chiaro che dovevo andare dal segretario del Pci. Fino alla sua morte siamo stati molto legati e ci rispettavamo come amici e come persone.
D. Ci sono stati però momenti di incomprensione nel vostro rapporto?
R. No, mai. Non posso dire niente di negativo su di lui, era un’ottima persona.
D. Eppure non lesinava critiche alla politica estera dell’Urss. Aveva condannato duramente l’intervento sovietico in Afghanistan del 1979.
R. Sì, era molto esplicito, pur affrontando il tema con argomentazioni complesse e articolate. Ma non nascondeva che c’erano molti aspetti del comportamento dei vertici sovietici che non gli piacevano.
D. Quindi era critico verso l’Urss…
R. Pur essendo un politico abituato a dire le cose apertamente, con me non fece mai critiche troppo dirette all’Urss. Essendo io l’ambasciatore sovietico forse non gli sembrava il caso. Preferiva toccare l’argomento lanciando qualche frecciata o insinuazione. E io dovevo arrivarci da solo.
D. Le ha mai fatto delle confidenze personali durante i vostri incontri?
R. In una conversazione mi parlò dell’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. All’epoca era un dirigente del Pci. Mi disse: «Spesso non sono d’accordo con lui, ma è una persona con cui si può lavorare».
D. Un punto sul quale Berlinguer non era d’accordo con Napolitano era la repressione della rivolta ungherese nel 1956. Il Pci attraversò una crisi interna a causa di quell’evento.
R. Ha detto benissimo. Berlinguer era contrario a qualsiasi tipo di divergenze all’interno del partito. Era una cosa che non gli piaceva.
D. Come definirebbe il politico Berlinguer?
R. È stato il più grande esponente del Partito comunista italiano, che a sua volta era uno dei maggiori partiti dell’Europa.
D. Nei vostri colloqui avete mai parlato dei finanziamenti del Pcus al Pci?
R. No, mai. Io non ero coinvolto in queste faccende. Capivo che qualcosa succedeva, ma non ne avevo una conoscenza concreta e diretta. Credo che in fondo fosse giusto così.
D. Qual è il suo ultimo ricordo di Berlinguer?
R. Ho impresso molto bene nella memoria i suoi funerali. C’era quasi 1 milione di persone in piazza. Ero seduto accanto al presidente della Repubblica Sandro Pertini, che mi disse: «È stato un grande uomo. Il nostro popolo l’ha amato e l’amerà per sempre». Mi parlò di Berlinguer molto calorosamente in quell’occasione. Come se avesse perso un fratello.

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