Nintendo, le presunte mire di Microsoft e il soft power del Giappone

Federico Giuliani
29/10/2023

Il recente leak di e-mail diffuse per errore da Microsoft ha riacceso i riflettori sul colosso dei videogame con un fatturato da oltre 10 miliardi. Così l'azienda di carte fondata nel 1889 da Yamauchi Fusajiro è diventata un asset strategico per Tokyo.

Nintendo, le presunte mire di Microsoft e il soft power del Giappone

Basta pronunciare il nome Nintendo e il pensiero va subito alle console e ai videogiochi più iconici dell’ultimo trentennio: Nintendo 64, Game Boy e Nintendo Switch, e ancora Super Mario Bros, Pokémon e Animal Crossing. La “fabbrica della fantasia” del Giappone, nonché il più potente esportatore di soft power dell’Asia, in queste ultime settimane è finita sotto i riflettori per una ragione che non ha niente a che vedere con i successi passati. Da un leak di e-mail diffuse per errore in Rete da Microsoft, è parso che la casa di Redmond avesse messo gli occhi sulla grande N con sede a Kyoto. Si è parlato infatti di una possibile acquisizione da parte del colosso Usa. Indiscrezione però smentita da Doug Bowser, presidente di Nintendo of America, che in un’intervista a Inverse ha ribadito che tra le due compagnie c’è una solida partnership.

Nintendo, le presunte mire di Microsoft e il soft power del Giappone
Giocatori di Nintendo Switch (Getty Images).

La N che fa grande il Giappone

Nintendo e Giappone sono un binomio pressoché inscindibile. Per anni la società ha offerto al mondo il volto più cool del Sol Levante, aiutandolo a diventare una potenza dell’intrattenimento. Dall’altro lato, le istituzioni nipponiche hanno contribuito e contribuiscono tuttora al sostentamento della multinazionale, la cui forma societaria, kabushiki-kaisha, può essere definita una sorta di società per azioni. A controllare Nintendo infatti sono The Master Trust Bank of Japan (17,05 per cento), Custody Bank of Japan (5,97 per cento), The Bank of Kyoto (4,16 per cento) e il fondo Nomura (3,59 per cento), oltre a JPMorgan Chase (9,90 per cento) e altri stakeholder. In primis, il Public Investment Fund (PIF), il fondo sovrano dell’Arabia Saudita, arrivato a controllare circa l’8 per cento delle azioni della società, in una scalata iniziata nel 2021. La compagnia che spopola a ogni latitudine è stata fondata nel 1889 da Yamauchi Fusajiro come produttrice e distributrice di carte da gioco. È però soltanto a partire dagli Anni 70 che Nintendo ha fatto breccia nel mondo dei videogiochi. Un’idea vincente confermata dai numeri, visto che dal decennio successivo in poi il gruppo ha sfornato oltre 750 milioni di console e più di 3,5 miliardi di copie di videogiochi direttamente sviluppati. Nell’anno fiscale 2022/2023, terminato a marzo, il colosso ha inoltre segnato un utile di 2,92 miliardi di euro e un fatturato di oltre 10 miliardi.

Nintendo, le presunte mire di Microsoft e il soft power del Giappone
Shuntaro Furukawa (Getty Images).

Perché Nintendo è un asset strategico per Tokyo

Il colosso dei videogiochi, dal 2018 presieduto da Shuntaro Furukawa, detiene la proprietà intellettuale di intrattenimento più preziosa al mondo, escludendo il pianeta Disney. E questo, in un mercato fondamentale per accrescere il soft power rende Nintendo un asset nazionale strategico. Nintendo, intanto, occupa la 39esima posizione nella classifica delle 50 migliori aziende giapponesi stilata da Forbes nel 2022, alle spalle di Fujitsu. Due esempi ancor più recenti dell’impatto della grande N sui mercati mondiali sono il successo quest’estate del film The Super Mario Bros Movie, che ha incassato 1,36 miliardi di dollari al botteghino globale, e quello del gioco per Switch Zelda: Tears of the Kingdom, che ha venduto 18,5 milioni di copie nei primi due mesi dalla sua uscita (a maggio 2023). Ora Nintendo ha pubblicato l’ultimo gioco della serie, Super Mario Bros. Wonder, che si candida a battere nuovi record. Eppure, c’è chi vedrebbe di buon occhio l’acquisizione della società, che vale circa 45 miliardi di dollari, da parte di una Microsoft di turno. Una sua uscita di scena spingerebbe altre aziende giapponesi a fondersi per creare nuovi campioni nazionali. Ma nessuno, a partire da Furukawa, a capo di un gruppo solido, conosciuto e di successo, vorrebbe barattare questo presente con un futuro incerto.