Mario Margiocco

A Salvini il no euro non serve più, arrivederci e grazie

A Salvini il no euro non serve più, arrivederci e grazie

16 Dicembre 2018 13.00
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Il pianto più accorato è quello del professor Paolo Becchi, filosofo del diritto a Genova, già generoso ed espansivo esegeta pentastellato sgradito però alla fine al concittadino Beppe Grillo e poi, con il salvinismo nazionalista, acceso sovranista anti-euro vicino alla Lega. Affidato alle pagine di Libero il 12 dicembre e titolato Il Carroccio tradisce la battaglia anti-euro, il grido di dolore di Becchi ha risuonato alto e forte. Delle critiche radicali sull’euro «oggi non è rimasto molto, anzi nulla…Sulla base delle recenti dichiarazioni di Salvini», scrive Becchi, «sembra invece che la Lega abbia avuto una evoluzione, dal mio punto di vista una involuzione, e che anche dal programma politico sia uscito il grande tema, su cui Libero tanto ha insistito, dell’uscita dall’euro. Capitano ripensaci, niente è perduto, finché tutto è perduto». Oh capitano, mio capitano, come hai potuto!

LA RISPOSTA DI FELTRI A BECCHI

Esternazioni simili dimostrano l’incapacità di assimilare una storia vecchia come il mondo; if you cannot beat them join them dicono gli angloamericani, se non puoi batterli mettiti con loro. Fulgido prototipo rimane Enrico di Navarra, protestante capo degli ugonotti, che scelse la pace religiosa, diventò cattolico e riuscì così a farsi incoronare a Parigi re di Francia come Enrico IV nel 1594. «Parigi val bene una messa», avrebbe detto. Palazzo Chigi val bene un euro, ha ribadito sempre su Libero Vittorio Feltri in un secondo articolo sobriamente titolato Prima della moneta ci sono altri problemi e diretto personalmente al professore genovese. Feltri ha ricordato a Becchi come Matteo Salvini abbia obiettivi che lo spingono ad accettare l’euro, per ora naturalmente poi si vedrà. «Il nostro mira in alto, lo capiscono tutti tranne te». Insomma, «calma Becchi, non avere fretta». Se l’euro serve per la scalata al potere, viva l’euro.

NO EURO, PAROLA D'ORDINE IDENTITARIA

Lo slogan no euro è stato per alcuni anni l’altro perno dell’ipernazionalismo con cui Salvini ha costruito la sua leadership neo-leghista. Immigrazione prima, no euro subito dopo. La promessa di fermare gli immigrati sui barconi era per tutti; il no euro era la parola d’ordine “identitaria” per i descamisados, il popolo di Pontida. I voti venivano più dal rifiuto dell’immigrazione, così come era stata gestita, e dalle paure per la sicurezza e l’identità nazionale. L’orgoglio si identificava più nel rifiuto della moneta “straniera”.

BORGHI, BAGNAI E LA TECNICA DEL "TUTTAVIA"

La svolta di Salvini, esternata in modo completo e definitivo lunedì 10 dicembre a Roma alla stampa estera, è solo la conclusione di una strategia che accantona ciò che non serve più e anzi potrebbe danneggiare. Aver fatto l’euro prima dell’Europa dei popoli è come aver costruito la casa partendo dal caminetto. L’Europa quindi è da cambiare, ha ribadito Salvini ai giornalisti stranieri. «Però questo è, questo ci teniamo, in tasca abbiamo l’euro, e ci terremo l’euro». È la smentita del programma elettorale leghista per le ultime Politiche, che di uscita dall’euro parlava e molto chiaramente a pagina 9. E smentisce infiniti attacchi sferrati da Salvini all’euro, una moneta «sbagliata» ha detto per alcuni anni il segretario, aggiungendo che chi la difende «è un cretino». Il tutto male si adatta alla sua scelta per importanti ruoli parlamentari di incarnazioni del no euro come l’ora senatore Alberto Bagnai e l’ora deputato Claudio Borghi Aquilini, che stanno ovviamente già cambiando registro, con la solita tecnica del “tuttavia”. L’euro è un disastro, tuttavia…

LA MINORANZA ARRETRATA CHE SOGNA LA LIRA

Era facile prevedere questo epilogo, ammesso pure che la linea non euro fosse dettata da profonde convinzioni e non dal desiderio, o dalla necessità, di lisciare tutto il pelo neonazionalista possibile per cavalcare quest’onda anomala capace di portare al governo. Per uscire dall’euro occorrono altri Paesi decisi a farlo o è un suicidio. Non c’è nessuno disposto. E soprattutto il no euro è una parola d’ordine minoritaria in quel nerbo dell’elettorato leghista, nella fascia pedemontana da Ivrea a Trieste e ora estesa anche all’Emilia e a Sud fino alle Marche, dove a favore di un ritorno alla lira è quella minoranza di imprenditori che non ha rinnovato macchinari e produzione e spera nella moneta debole mentre la maggioranza che lo ha fatto ha imparato a convivere con la moneta forte e ne vede anche i vantaggi. La moneta forte obbliga, per sopravvivere, a rafforzarsi come impresa. I voti Salvini li prende con l’immigrazione, e ne perde se fa l’anti-euro. Questo gli è stato spiegato a chiare lettere e molte volte dai suoi stessi sostenitori e questo era chiaro già mesi fa.

QUANDO L'EURO ERA UNA SCELTA «CRIMINALE»

Salvini contro l’euro? Prepariamoci al clamoroso dietrofront, titolava Lettera43.it l’8 luglio scorso. L’articolo ricordava come il Salvini del gennaio 2017, a un vertice sovranista a Coblenza, avesse definito l’euro una scelta «criminale» e chiesto l’impegno di tutti i politici europei per uscire da quella follia. Osservava anche che il Salvini di Pontida 2018, il classico raduno iperleghista del primo luglio, non parlava di euro in un discorso che era un appello a tutti i sovranisti d’Europa. L’articolo raccoglieva altri segnali da cui concludeva che di euro si sarebbe parlato meno perché accettato come ineluttabile. In fondo la lotta all’euro era servita allo scopo di creare un alibi per le truppe fedeli, dicendo che i guai italiani non erano colpa degli italiani stessi ma dell’euro moneta tedesca. E aveva collaborato alla vittoria.

LA RESISTENZA BRIANZOLA (E NON SOLO)

I leghisti doc, imprenditori, artigiani e professionisti non hanno mai avuto dubbi, meglio l’euro della lira. Anzi i leghisti doc e primigeni, che sono nella fascia pedemontana alpina in primis quella lombarda, avrebbero nel franco svizzero la loro moneta d’elezione. Ma poiché non si può adottarlo, meglio l’euro che in Svizzera da 20 anni ormai è quasi una valuta parallela, che una lira in passato non sempre accettata dagli oculati elvetici, che quando l'accettavano era quasi sempre a un cambio punitivo. Un altro articolo di Lettera43.it, del 28 gennaio 2018 (Sull’Europa Salvini impari dal M5s, smetta di parlarne) invitava il leader leghista a una prova. «Se vuole il segretario metta un banchetto a Milano, alla stazione Garibaldi per esempio, dove transitano molti brianzoli che di senso degli affari e del risparmio sono ben dotati. Inauguri una prevendita delle nuove lire in cambio di euro. Una sorta di prelazione, con piccolo premio magari, per quando la sua politica finalmente ci porterà fuori dall’odiata Europa “tedesca” e riavremo l’amata liretta. E vedremo se al banchetto ci sarà la coda».

L'ITALEXIT PUÒ ATTENDERE

Feltri spiega bene al buon Becchi, e lo fa con la saggezza del direttore/editore che ha dovuto cercarsi i lettori così come il politico ha cercato i voti, che non si può avere tutto e subito. Libero ha cavalcato assai la polemica contro la detestata moneta unica europea. Ora non più. «C’è un tempo per qualsiasi battaglia», scrive Feltri, «e l’attuale è poco propizio per andare verso l’abolizione del suddetto euro, il cui rifiuto comporterebbe problemi difficilmente risolvibili». Non ci sarà Italexit ha detto Salvini lunedì 10 dicembre, ci terremo l’euro. Salvate il soldato Becchi.

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