No tea no party

Gea Scancarello
16/10/2010

L'irresistibile ascesa anti-establishment di Sarah Palin.

I partiti non si creano e non si distruggono, almeno in America. Più che una legge della fisica, si tratta di una convenzione, applicata in due secoli di solido bipartitismo. Eppure, con le elezioni di midterm a un passo e 24 mesi di economia asfittica a pesare sui bilanci, capita che gli equilibri possano improvvisamente alterarsi. Prendi il Tea party, il gruppo nato nel 2009 come reazione spontanea alla crisi e cresciuto al punto da avere 138 candidati al Congresso il prossimo 2 novembre (per 472 seggi da assegnare): sufficienti per diventare se non proprio la terza gamba della politica made in Usa almeno uno scomodo vicino con cui fare i conti. Una rivoluzione cui nessuno era preparato, a destra e a sinistra.
Come ogni rivoluzione che si rispetti, anche quella del Tea party ha origini che affondano nell’epopea americana. A partire dal nome, mutuato da quello che si diedero i coloni nel 1773 quando per protesta contro le tasse del governo britannico buttarono a mare il carico di tre navi di tè. Due secoli e qualche decennio dopo, nel 2009, a qualcuno ritornò in mente l’eroico gesto e lo riportò in auge contro l’interventismo economico dell’amministrazione Obama.
Gli storici dell’ultima ora si dividono sull’attribuzione dell’idea: c’è chi dice che il ripescaggio fu opera di Graham Makohoniuk, un broker che su Internet invitò la gente a spedire una bustina di tè al senato in segno di disapprovazione contro i salvataggi dei colossi finanziari; altri di Dave Ramsey, commentatore dell’emittente conservatrice Fox (parte di NewsCorp, la holding del magnate Rupert Murdoch) che suggerì agli ascoltatori di gettare metaforicamente a mare i titoli derivati come fossero quelle famose casse.

Per l’onore e per l’economia

Quale che sia stata la scintilla iniziale, le proteste hanno attecchito rapidamente, crescendo da iniziative isolate su base ragionale fino a diventare frutto di un’organizzazione strutturata, con leader dichiarati, 300mila persone pronte a confluire su Washington per la prima adunata nazionale il 30 agosto scorso e gruppi di sostegno con elargizioni finanziarie tanto abbondanti quanto spesso di dubbia provenienza (come, per onore del vero, quasi tutte quelle che accompagnano le campagne elettorali americane).
Guida politica e spirituale è Sarah Palin, già governatrice dell’Alaska ed ex candidata repubblicana alla vicepresidenza, sconfitta nel 2008 e derisa per la supposta incompetenza (dichiarò candidamente di non essere mai uscita dagli States) ma oggi capopolo di grande carisma, insieme a Glenn Beck, un altro volto di spicco di Fox News.
Né loro né i seguaci, inclusi quelli che colpo dopo colpo hanno vinto le primarie più sorprendenti della recente storia a stelle e strisce, si sono presi la briga di stilare un vero programma politico. Con lo stile senza fronzoli che lo contraddistingue, il Tea party ha imbastito invece un “Contratto con l’America”, i cui scarni punti sono interamente incentrati sull’economia, sotto l’egida dell’abbattimento delle tasse, della massimizzazione della libertà economica e di una limitata azione del governo federale (leggi la proposta degli omologhi del Tea party italiano). Un repubblicanesimo all’ennesima potenza.
Proposta fondante, tanto per essere chiari, è quella di abolire l’intera normativa tributaria riscrivendola con non più di 4.500 parole, tante quante erano quelle della Costituzione del 1787. Insomma, non proprio un lavoro di cesello.

Gaffe e consensi

Gli americani sono comunque gente che non bada troppo al sottile. E la concretezza disarmante (e probabilmente inverosimile) del Tea party ha raccolto consensi a palate in un Paese che da est a ovest soffre enormemente del calo di carisma dell’uomo-della-speranza Barack Obama e dello scarso appeal della destra tradizionale.
Poco importa se alcuni dei candidati che fronteggeranno quelli dell’establishment non sappiano articolare un pensiero sulla politica estera (non per forza per incapacità, quanto per disinteresse a tutto ciò che non è nazionale. Si veda l’intervista a Jim Lark), o se scivolino di frequente su gaffe di dubbio gusto: per esempio quando Christine O’ Donnell, aspirante a un seggio al Senato, si è messa a parlare di masturbazione in pubblico, definendola un reato; o quando Richard Iott, un posto in ballo alla Camera, si è fatto beccare vestito da nazista insieme a un gruppo di amici amanti di guerre e battaglie.
Sotto alla Statua della libertàoggi si sente il bisogno di qualcosa di concreto in cui credere e Sarah Palin e compagni sono quanto di meno metafisico sia comparso sulla scena negli ultimi 30 anni. I repubblicani tremano, temendo che il liberismo abbia generato un mostro mangia consensi (i loro). I democratici sospirano, rimpiangendo l’ars retorica dell’Obama dei giorni migliori. Sarah Palin, in mezzo, si gode la sua rivincita dalla pedana lucida dello show televisivo Dancing with the stars.
La vendetta è un piatto che si consuma freddo.