Non è un paese per donne

Redazione
17/12/2010

di Lorenzo Berardi begin_of_the_skype_highlighting     end_of_the_skype_highlighting Il «No» della cattolica Irlanda all’aborto non piace all’Ue. Giovedì 16 dicembre la Corte Europea  dei...

Non è un paese per donne

di Lorenzo Berardi begin_of_the_skype_highlighting     end_of_the_skype_highlighting

Il «No» della cattolica Irlanda all’aborto non piace all’Ue. Giovedì 16 dicembre la Corte Europea  dei diritti dell’uomo di Strasburgo si è espressa contro la legislazione irlandese, colpevole di non garantire un aborto legale alle donne dell’isola che lo volessero richiedere. Per questo, Dublino è ritenuta colpevole di violare i diritti delle donne. 
Una bacchettata, quella europea, che arriva forse nel peggiore momento possibile per il governo di Brian Cowen, tuttora alle prese con la crisi economica, sociale e occupazionale che attanaglia il Paese e, per giunta, con il Natale alle porte e con una campagna elettorale da preparare al risparmio e in fretta e furia.
E nella mesta atmosfera di sfiducia che aleggia su Dublino le implicite pressioni esercitate dall’Europa per rimuovere uno dei caposaldi dell’influenza cattolica sull’Irlanda rischiano di avere ripercussioni inaspettate sull’immediato futuro dell’isola.

La denuncia alla Corte europea

Il percorso che ha portato allo storico pronunciamento di Strasburgo in materia di diritto all’aborto è cominciato cinque anni fa. Nel 2005, infatti, tre donne irlandesi avevano deciso di portare l’Eire davanti alla Corte Europea dei diritti dell’uomo per avere impedito loro di abortire entro i confini nazionali. 
Come ricostruisce l’Independent le tre donne avevano sollevato il caso dopo che le restrizioni imposte dalla legge irlandese sull’aborto le avevano «criticate, umiliate, rischiato di danneggiare la loro salute e messo a repentaglio la vita di una di loro». Una lotta sostenuta dalla Irish Family Planning Association (Ifpa), un movimento che chiede da tempo una riforma della legislazione corrente in materia di aborto nel Paese.
Vista l’impossibilità di ottenere l’autorizzazione a porre fine alla propria gravidanza in Irlanda, le tre avevano denunciato il proprio Paese ritenendolo responsabile di violazione di alcuni articoli della Convenzione Europea per i Diritti Umani. Nello specifico, il riferimento va al diritto alla privacy nella famiglia, nella casa e negli interessi personali e il diritto a non avere autorità pubbliche che interferiscano con la vita privata. Istanze raccolte da Strasburgo che ha anche richiesto all’Irlanda un risarcimento di 15 mila euro per ciascuna delle tre donne.
Mai come in questo caso, però, il fattore economico passa in secondo piano. Decisiva per l’esito della sentenza della Corte Europea è stata la storia di una delle tre donne  che era divenuta incinta inavvertitamente in un periodo in cui era soggetta a terapie mirate a sconfiggere un cancro. La donna aveva chiesto di interrompere la gravidanza nel timore che essa potesse indebolire le proprie difese immunitarie rendendola più vulnerabile alla malattia, ma si era vista negare l’autorizzazione da Dublino, decidendo così di eseguire l’aborto in Inghilterra. Un caso che ha posto in evidenza i limiti e la discrezionalità della legislazione dell’Eire in un campo così delicato.

Nel Regno Unito per abortire

Di fatto una vecchia legge irlandese promulgata nel 1861 e abrogata solo nel 1992 grazie a una decisione della Corte Suprema nazionale, poneva l’interruzione di gravidanza sullo stesso piano di un crimine, condannando «ogni donna o terza parte che intendano eseguire un aborto al carcere a vita».
Tuttavia pur abolendo l’anacronistico ergastolo per i «colpevoli di aborto» la Corte Suprema irlandese non aveva avuto il coraggio di spingersi molto più in là stabilendo che l’interruzione di gravidanza «è legale solo se si è in presenza di un reale e sostanziale rischio di vita, ma non di salute, per la madre». 
Nei seguenti diciotto anni nulla è cambiato e allo stato attuale in Irlanda è consentito l’aborto solo alle donne che possano dimostrare di correre un serio pericolo di vita in caso di parto. Un punto controverso e non in linea con le leggi in materia di aborto vigenti negli altri Paesi europei. Se fino a poco tempo fa l’Irlanda non era sola nel Vecchio Continente nel porre limiti assai restrittivi tali da ostacolare il diritto delle donne all’aborto, il recente referendum sull’aborto promosso dall’altrettanto cattolico Portogallo nel 2007 convertito in legge nello stesso anno, ha isolato ancora di più le posizioni di Dublino.
Ecco perché sono ogni anno migliaia le donne irlandesi che decidono di recarsi nel Regno Unito per porre fine alla propria gravidanza. Un flusso migratorio di cui poco si sa, ma che secondo i dati resi noti dal Ministero della Sanità britannico e riportati dall’Ifpa riguardava ancora 6320 casi nel 2003 nonostante il fenomeno fosse definito «in calo».
Oggi, stando a quanto scritto dall’Independent, sono circa 5 mila le ragazze gaeliche che attraversano il mare d’Irlanda ogni anno dirette agli ospedali e alle cliniche private del Regno Unito per porre fine a gravidanze indesiderate. Una migrazione che non si limita solo all’Eire, ma anche all’Irlanda del Nord. Belfast, infatti, pur facendo parte del Regno Unito non è mai stata inclusa nell’Abortion Act, la legge promulgata nel 1967 dal parlamento britannico in materia di interruzione di gravidanza.
Una legge che stabilisce come «una persona che decide di praticare un aborto eseguito da un medico autorizzato ha il diritto di farlo senza essere passibile di alcuna offesa alla legge, a patto che l’interruzione di gravidanza avvenga all’interno delle 24 settimane dal momento del concepimento».

Nuova legge o referendum nazionale?

Nella Repubblica d’Irlanda sono state immediate le reazioni alla sentenza di Strasburgo da parte dei movimenti e dei cittadini che da anni si battono per una riforma della legge nazionale sull’aborto, mentre resta in secondo piano lo strumento referendario sul modello di quanto avvenuto in Portogallo.
Secondo Nial Behan, responsabile dell’Ifpa: «si tratta di una tappa importante per l’Irlanda e in particolare per le donne e le ragazze. Questa sentenza non dà alcuna alternativa allo Stato irlandese se non quella di fare una legge sull’aborto che aggiorni la materia». Al governo di Brian Cowen si chiede ora di agire in fretta, ma anche se il primo ministro ha dichiarato che la decisione della Corte di Strasburgo «è un parere davvero importante e che solleva una serie di questioni che andranno attentamente considerate» è quasi impossibile che qualcosa si muova da subito.
Come ricorda l’Independent, infatti, l’attuale esecutivo è agli sgoccioli visto che le elezioni, previste per l’ottobre 2011 sono state anticipate al gennaio dell’anno prossimo. Di certo, dopo il pronunciamento dell’Europa in materia, il tema dell’aborto si inserisce prepotentemente nel dibattito nazionale e promette di divenire uno degli argomenti centrali della campagna elettorale.
Tuttavia, le posizioni del Fianna Fàil, il partito di maggioranza dell’attuale coalizione di governo sembrano già chiare, tanto da avere già contestato la decisione di Strasburgo per voce del proprio procuratore generale Paul Gallagher che ha parlato di «un significativo attacco al sistema sanitario nazionale e all’assistenza da esso fornita». Secondo Gallagher, inoltre, le attuali leggi dell’Eire, compresa quella sul diritto all’aborto, si poggiano tutte su «valori morali che sono profondamenti radicati nella società irlandese».
Ciò nonostante, non solo i sostenitori del diritto all’aborto, ma anche alcuni movimenti contrari all’interruzione di gravidanza chiedono che si interpelli il popolo irlandese sul tema. Come conferma William Binchy, della Ireland’s Pro Life Campaign ai cronisti del britannico Daily Telegraph: «ci troviamo di fronte a una scelta fra una riforma della legislazione e un referendum e la nostra posizione è fortemente favorevole a quest’ultima opzione». Di diverso parere è il ministro della Sanità, Mary Harney che prende tempo e sconsiglia di intraprendere la strada referendaria: «non intendo fingere di credere che esista una soluzione semplice.
Di sicuro dobbiamo legislare in materia, ma questo richiederà del tempo visto che ci troviamo in presenza di un tema molto sensibile in un’area assai complessa».