«Non è un partito islamico»

Fabio Chiusi
06/10/2010

Parla il fondatore della lista civica.

«Non è un partito islamico»

La lista civica del portavoce del centro islamico di viale Jenner non ha quasi un nome, e già è al centro delle polemiche. È bastato l’annuncio: alle prossime amministrative milanesi ci sarà anche quello che la Lega Nord ha subito ribattezzato il “partito islamico” e che invece il promotore, Abdel Hamid Shaari, definisce una lista «laica, non religiosa, aperta agli immigrati, ma anche agli italiani che ne condivideranno il programma». Tuttavia ci hanno creduto in pochi, dato che le prese di distanza sono state bipartisan. «Non mi sembra una grande scelta», ha sintetizzato il presidente della Regione Roberto Formigoni; «lo Stato italiano è laico», ha rincarato il vicecapogruppo del consiglio provinciale del Pd milanese Roberto Caputo.
Scontati, poi, gli attacchi dei leghisti, che per bocca dell’europarlamentare Mario Borghezio (leggi l’intervista di Lettera43), si sono detti pronti a promuovere, in Italia e in Europa, un divieto di costituzione di partito islamico. Meno scontato, invece, il dissenso del direttore della casa della cultura islamica di via Padova, Mahmoud Asfa, e dell’associazione umanitaria Islamic Relief Italia, che per bocca del suo direttore Paolo Gonzaga ha parlato di un «errore politico». Anche se «Shaari è un moderato, crede davvero alla laicità dello Stato». Fuori dal coro la voce dell’avvocato Giuliano Pisapia, Pd, secondo cui l’iniziativa è «estremamente positiva».
È lo stesso Shaari a spiegare a Lettera43 che cosa sia, più di preciso, la lista civica che i giornali hanno battezzato, frettolosamente secondo il diretto interessato, “Milano Nuova”. «Finora è mancato agli immigrati il diritto di rappresentanza, pur garantito dalla Costituzione. Perché i partiti esistenti usano il marocchino o il nero africano di turno come “fiore all’occhiello”, senza che conti politicamente nulla», argomenta, «Perché non siamo noi, invece, a decidere personalmente, mettendoci la faccia?».
Shaari spiega poi che questo significherebbe una maggiore integrazione della popolazione immigrata nel tessuto sociale della città. Il programma della lista civica è attualmente in discussione, tuttavia ci sono già dei punti fermi, «su cui non possiamo divicerci»: diritto al voto amministrativo per gli immigrati, diritto alla cittadinanza dopo un «numero accettabile di anni» e, per i nati a Milano, secondo un diritto di suolo e non di sangue.
«Ma le proposte riguarderanno anche scuola, viabilità e sanità», conclude Shaari. Ancora da decidere, invece, nodi fondamentali come la sede, l’organizzazione e le modalità di adesione. Di certo il bacino elettorale di riferimento non è da sottovalutare, se è vero che sono 11 mila i residenti stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza e che dunque possono presentarsi alle urne. Contando anche i 28 mila residenti di paesi Ue che potrebbero parteciparvi qualora dovessero farne richiesta, si sfiorerebbe quota 40 mila.