Matteo Corgnati

«Non sono come Saviano»

18 Giugno 2012 09.16
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Giovane, originario del Sud, giornalista e scrittore antimafia, da sei mesi sotto scorta. Giovanni Tizian è sulla strada giusta per diventare il ‘nuovo Roberto Saviano’. Anche il nome del suo primo libro-inchiesta, Gotica (Round Robin), sembra costruito appositamente sull’assonanza con Gomorra, il best seller che ha trasformato in un’icona dell’antimafia lo scrittore napoletano.
Tizian ha incontrato Saviano a Torino, la sera in cui ha partecipato al suo programma tivù Quello che (non) ho.
«Mi ha fatto piacere perché è uno scrittore che stimo molto», racconta a Lettera43.it.
Ma l’idea di diventare un combattente solitario non lo conquista: «Non voglio essere mitizzato, io sono solo uno dei tanti che lotta contro la mafia», assicura a Lettera43.it, «e ognuno nel proprio ambito dovrebbe fare la sua parte, non basta limitarsi a offrire la propria solidarietà all’eroe del momento».

D. Ha paura di diventare un mito?
R. È proprio quello che non vorrei. L’associazione DaSud, di cui faccio parte, ha lanciato una campagna in mio favore (#iomichiamogiovannitizian) quando ho ricevuto minacce dalla criminalità organizzata, spiegando che non sono un eroe a cui delegare tutta l’antimafia ma uno dei tanti, in Italia, che si batte contro Cosa nostra facendo il proprio lavoro.
D. Perché Saviano è trattato come un eroe?
R.
La colpa è della società: delegando tutto a una persona sola ci si può liberare da tante responsabilità. È più facile costruire un mito piuttosto che opporsi a certe pratiche mafiose. Così magistrati, giornalisti, commercianti, imprenditori sono costretti a vivere sotto protezione perché qualcun altro non ha voluto impegnarsi. Ma è un meccanismo sbagliato: se tutti denunciassero non ci sarebbe più bisogno di scorte.
D. Da gennaio vive sotto protezione. Com’è cambiata la sua vita?
R.
Esco il minimo indispensabile, giusto per andare a lavorare. Gli amici cerco di incontrarli sempre a casa mia, per non gravare ulteriormente sulla mia scorta. È un piccolo sacrificio. Ma tanto prima o poi finirà questa storia…
D. Ha idea di quanto potrebbe durare il suo programma di protezione?
R.
Non lo so, ma mi convinco che manchi poco alla fine, altrimenti ogni mattina mi angoscio.
D. Come fa, ora, a condurre le sue inchieste sul campo?
R.
Continuo a girare dove possibile, facendomi sempre accompagnare. Ma in alcuni luoghi sconsigliati o gestiti dalla ‘ndrangheta non ci vado più, almeno per il momento.
D. Quindi la sua attività d’inchiesta è limitata?
R.
Prima potevo permettermi di verificare in prima persona le notizia, ora mi affido soprattutto a fonti sicure, accertate. Anche perché non vorrei far correre eccessivi rischi alle due persone che mi seguono, che hanno una famiglia.
D. Quando ha cominciato a scrivere?
R.
Nel 2006, dopo la laurea in sociologia a Bologna, ho cominciato a collaborare con la Gazzetta di Modena, e l’anno dopo ho scritto i primi pezzi sulla presenza mafiosa nel modenese, concentrandomi soprattutto sui suoi aspetti quotidiani: attività commerciali, bar, discoteche, gioco d’azzardo. Grazie all’attività giornalistica, ricercando e indagando su questi fenomeni, sono riuscito a recuperare la mia memoria personale.
D. Si riferisce alla sua infanzia a Reggio Calabria?
R. Sì, io sono nato lì e ho vissuto a Bovalino fino all’età di 10 anni. Tra il 1988 e il 1989, la ‘ndrangheta ha prima incendiato la fabbrica di mio nonno, costringendolo a chiudere, e poi ha ucciso a colpi di lupara mio padre, un funzionario di banca. Per questo, con la mia famiglia, quel che ne restava, abbiamo deciso di trasferirci al Nord.
D. Ve ne siete andati per paura?
R.
No, ci siamo sentiti soli. Non c’è stata la solidarietà che ci saremmo aspettati, nemmeno da quelli che pensavamo fossero nostri amici. Quando poi la procura di Locri ha chiuso le indagini, archiviando il caso come omicidio a opera di ignoti, ci siamo sentiti abbandonati per l’ultima volta e siamo migrati a Modena.
D. E come è andata la ‘nuova vita’?
R.
Bene, abbiamo ritrovato una certa normalità. Fino a quel momento avevo vissuto la mia storia quasi con vergogna, perché non eravamo stati ascoltati né capiti, e nemmeno la giustizia ci aveva dato risposte. Ho frequentato le scuole a Modena e poi ho studiato sociologia a Bologna, specializzandomi in criminologia a Forlì. Ora vivo facendo il giornalista free-lance.
D. E poi lo scorso autunno è uscito Gotica, il suo primo libro…
R.
Un anno e mezzo fa una piccola casa editrice di Roma, la Round Robin, mi ha chiesto di riprodurre i contenuti delle mie inchieste sotto forma di racconto. In pratica è il mio viaggio verso il Nord negli Anni ’90, periodo in cui le mafie, già presenti sul territorio, si sono affermate sul piano economico, diventando soggetti riconosciuti dall’imprenditoria locale. E la novità è stata soprattutto l’Emilia Romagna, regione ‘rossa’ che veniva considerata invulnerabile al fenomeno mafioso.
D. Come vede la situazione dopo il sisma? C’è l’ombra delle mafie sulla ricostruzione?
R
. La gestione dei disastri è sempre un problema. Sotto lo scudo dell’emergenza tutto viene derogato e i subappalti sono a rischio perché ormai le imprese mafiose non hanno più bisogno di partire dal Sud per arrivare qui: hanno base anche nella pianura padana. Per ricostruire l’Aquila sono partite due aziende della ‘ndrangheta da Reggio Emilia, non dalla Calabria.
D. Insomma, il rischio c’è…
R. Nonostante l’investimento sia sicuramente minore rispetto al terremoto in Abruzzo, se tutto viene derogato e si fanno affidamenti diretti come nel 2009 la situazione è pericolosa. Bisogna vigilare attentamente.
D. Ha in mente un nuovo libro?
R.
Ne sto già scrivendo uno. È un viaggio in giro per l’Italia, sempre partendo dalla Calabria, con tante storie nuove ma questa volta legate solo alla ‘ndrangheta.
D. Sempre con la stessa casa editrice?
R.
No, con un’altra. Ma sono proprio all’inizio, ci vorrà ancora un po’ di tempo.

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