Nonna Rai, mamma Sky

Redazione
29/01/2011

di Giorgio Triani C’era una volta la Rai e ora c’è Sky: giusto per fare rima. Ma, in realtà, per...

Nonna Rai, mamma Sky

di Giorgio Triani

C’era una volta la Rai e ora c’è Sky: giusto per fare rima. Ma, in realtà, per dire che il servizio pubblico è ormai un ricordo. Come accadde con le promesse che accompagnarono alla metà degli anni Novanta la nascita della tivù satellitare. Insomma quando c’erano Tele + e Strem, poi confluite nella televisione di Murdoch.
Quindici anni fa, in Italia, ancora ci si appassionava al tema della qualità televisiva, c’era ancora un’argine all’invasione della pubblicità, la Rai (soprattutto la Terza rete di Guglielmi) sperimentava, la differenza (anche di tono, di linguaggio e non solo di contenuti) fra tivù pubblica e tivù commerciale era netta e comunque riconoscibile a prima vista.
UN TARGET DIVERSO. Per esemplificare brutalmente: di qua Quelli che il calcio (prima maniera), Pickwick, programma di libri con Barricco, ma anche l’opera lirica in prima serata. Di là Ok il prezzo è giusto con Iva Zanicchi e un pubblico da fiera, spot a man bassa e il Maurizio Costanzo Show, con la sua corte di miracolati, tutte le sere.

Programmi sgangherati e linguaggio da camionisti

Aggiungo che agli inizi del decennio ( il 2001, se ricordo bene) ancora ci si scandalizzava di un titolo sopra le righe tipo 125 milioni di …cazzate, programma di Adriano Celentano che in qualche modo ha fatto storia, anche nell’anticipare quello che ormai avviene normalmente su tutti i canali nazionali. Ossia un abituale linguaggio da camionisti ( il cui interprete migliore è una donna, Luciana Littizzetto) e un ‘cazzeggio’, ben più efferato, senza più fine e limiti di genere.
REALITY E VIP REGALI.  E senza più distinzioni fra rete pubblica e rete commerciale. «Raiset» o «Mediarai» è, infatti, da qualche anno una realtà conclamata, il cui punto estremo di caduta non è il Grande Fratello, bensì I raccomandati condotto da Pupo e dal principe Filiberto di Savoia: un uomo approdato ufficialmente non al trono ma al varietà, passando prima dalla pubblicità delle olive Saclà, che l’ha sdoganato presso il grande pubblico, e poi da Ballando sotto le stelle che l’ha lanciato anche al Festival di Sanremo. A riprova che le disgrazie nazional-popolari non arrivano mai da sole.
IMMOBILISMO ATAVICO. Come conferma l’altro sgangherato varietà Rai attualmente in onda Attenti a quei due (Max Tortora e Fabrizio Frizzi). Resta da sottolineare, per dire quanto l’innovazione televisiva sia praticata e paghi, che a condurre il Tg4 c’è il direttore a vita Emilio Fede, Superquark di Piero Angela continua essere uno dei pochi programmi dignitosi, così come continuano a essere dei punti di riferimento catodici da vent’anni Blob e Chi l’ha visto?, allo stesso modo, sul versante opposto di Striscia la notizia. Mentre chi sperava nella fine del duopolio Rai-Mediaset, per effetto dell’avvento delle tivù satellitari, sorta di catodico sole dell’avvenire, si trova da qualche anno a fare i conti con un solo e assoluto monopolista. Sky, appunto.

Il monopolio di Sky e la politica dei nuovi clienti

Naturalmente qualcuno farà notare che il Tg Sky 24 della tivù di Murdoch è ben fatto e molto equilibrato.Vero. Ma forse ben più che per necessità di distinguersi rispetto ai due principali competitor, perché i Tg di Rai e Mediaset sono di rara faziosità. Da terzo mondo, secondo le agenzie giornalistiche internazionali più accreditate. Praticamente lo stesso fattore che rende ottimo il Tg de La 7, diretto da Enrico Mentana. Ma, tornando a Sky è altrettanto vero che una posizione di monopolio è di per sé un incentivo ad allargarsi più del lecito. Diciamo pure ad approfittare della situazione a tutti i livelli.
RIVOLUZIONE PAY TIVÙ. Consideriamo infatti il patto originario che era alla base del rapporto utente-emittente. Ci si cominciò ad abbonare alla pay tivù per vedere il calcio, soprattutto il campionato di serie A, in diretta, e film recenti: le prime visioni dopo il passaggio nelle sale. Entrambi ovviamente (quasi) privi di pubblicità.
CHI PAGA PRETENDE. Della serie: pago l’abbonamento, ma non voglio vedere il mare di spot e telepromozioni che allora, come oggi, invadevano i programmi delle reti commerciali. Ora, invece, sui canali Sky spot e spottini, promo e trailer dei programmi, promozione di servizi e prodotti intermezzano la programmazione con fastidiosa frequenza.
Mancavano solo programmi con il product placement, cioè con prodotti e marchi inseriti dentro, come parti integranti della storia. Ma sono arrivati anche quelli: Uno su tutti, game show condotto da Marco Berri in un centro commerciale. Più che su Sky Uno, sembra di stare a Cento vetrine su Canale 5.
IL NODO DEI COSTI. Ma gli abbonati “storici” di Sky cominciano ad avere altre ragioni di doglianza: pagando, a seconda dei pacchetti sottoscritti, dai 44 ai quasi 70 euro al mese, trovano, come minimo singolari le offerte che si succedono e che offrono abbonamenti “promozionali” a 19 euro per i primi sei mesi. «Liberi di scegliere» recita il claim.
Sì, di recedere dal contratto vecchio, e subito dopo di sottoscriverne uno nuovo molto più conveniente: potrebbe essere questa la risposta dell’abbonato storico fattosi furbo, che comincia a circolare nei blog dedicati.
ATTRARRE NUOVI CLIENTI. Stanco di pagare (a titolo di fedeltà?) perfino la rivista che contiene i programmi, spedita per abbonamento postale. Ma le associazioni dei consumatori non hanno nulla da dire o iniziative risarcitorie da intraprendere contro queste “svendite” per acquisire nuovi clienti, praticate anche da Telecom, Vodafone e compagnie varie di telecomunicazioni, che rappresentano un danno economico netto per i vecchi clienti?

La scomparsa del servizio pubblico

Ma c’è una terza obiezione da muovere a Sky, anche se ha il merito, diciamo così, di ribadire l’inadeguatezza del sistema mediale italiano, nel suo assetto legislativo come nelle sue autorità e strumenti di controllo. La cosiddetta “Gasparri”  regola dal 2004  il sistema delle comunicazioni, in base al Sic (Sistema integrato comunicazioni). Un sigla da pianto, appunto, che prevede divieti di incroci proprietari (ad esempio chi ha televisioni non può avere giornali: e, per la cronaca, è di questi giorni la proposta del governo Berlusconi di abolirlo anticipatamente col decreto “Milleproroghe”) e pone altri limiti agli editori e operatori delle telecomunicazioni.
POSIZIONI MEDIATICHE DOMINANTI. Gli scopi (molto teorici) sono di evitare sconfinamenti pericolosi, posizioni dominanti e monopoli. E infatti Sky, che è un operatore satellitare, ora offre un telecomando “speciale” che consente di ricevere anche i canali del digitale terrestre. La legge ovviamente non prevede (e non poteva prevederli nel 2004) impedimenti formali.
Però nel 2011 è evidente che satellite e digitale terrestre sono due cose diverse, i cui mercati e operatori andrebbero tenuti ben distinti. Giusto per favorire la più ampia presenza di operatori.
AUTHORITY DI CONTROLLO. Certo, per l’utente sarà molto comodo avere i due sistemi di ricezione su un unico telecomando, ma il pluralismo non ci guadagna. Considerato che è assolutamente vero che l’innovazione tecnologica delle telecomunicazioni viaggia con gli stivali delle sette leghe: veloce, potente e rivoluzionaria. Ma proprio per questo servirebbero autorità di controllo snelle, competenti, tempestive e veramente indipendenti. Cioè le Authority, che in Italia non ci sono. Anche perchè non c’è più un’idea seria e praticabile di servizio pubblico. Che è scomparso con la Rai e che non hanno certo interesse Mediaset e men che meno Sky a ripristinare.