Nord Corea, la minaccia nucleare di Kim riguarda pure le centrali

Redazione
29/08/2017

A Kim Jong-un non serve necessariamente una bomba atomica per provocare un disastro nucleare. Mentre il mondo reagisce con timore...

Nord Corea, la minaccia nucleare di Kim riguarda pure le centrali

A Kim Jong-un non serve necessariamente una bomba atomica per provocare un disastro nucleare. Mentre il mondo reagisce con timore a ogni test missilistico intercontinentale del regime nordcoreano, l'ultimo il 29 agosto 2017, sembra dimenticare che la minaccia di un attacco devastante è costante e di più facile attuazione.

IMPIANTI VULNERABILI. Si basa sulla cintura di impianti nucleari presente nei Paesi vicini alla Corea del Nord, Giappone e Corea del Sud, vulnerabili e a portata dell'artiglieria a breve gittata di Pyongyang. I dati della World nuclear association aggiornati a luglio 2017 contano quattro impianti e 24 reattori in Corea, mentre in Giappone sono 22 centrali e 42 reattori. Strutture non progettate per resistere a bombardamenti, che potrebbero venire danneggiate provocando una contaminazione molto superiore a quella di Chernobyl e Fukushima

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Se il dittatore nordcoreano decidesse di colpire letalmente i suoi nemici, non avrebbe bisogno di installare atomiche miniaturizzate su complessi vettori intercontinentali passibili di intercettazione: gli basterebbe sparare sulle potenziali bombe presenti nella regione. Se i sistemi antimissile possono fermare razzi a lunga gittata, lo stesso diventa molto più difficile con l'accorciarsi della portata e del tempo di volo.

UN BERSAGLIO VICINO ALL'ALTRO. A rendere i bersagli ancora più sensibili è il modo in cui sono stati fabbricati: molti impianti sono stati costruiti da Tokyo e Seul uno vicino all'altro, il che significa che singole operazioni mirate possono fare danni multipli.

  • La cartina delle centrali nucleari sudcoreane, con 24 reattori in tutto, e giapponesi, 42 reattori (per conoscere i dettagli passare col mouse sopra i puntini arancioni)

Storicamente, spiega un articolo della rivista Foreign Affairs, le nazioni rivali cercano di distruggere gli impianti nemici non ancora in funzione proprio per i rischi di radiazioni e di contaminazione incontrollata. Quando Israele ha bombardato i reattori di Osirak in Iraq nel 1981 e di al Kibar in Siria nel 2007, i due non erano ancora operativi.

MENO PRUDENTI GLI STATI UNITI. Durante la guerra tra Iran e Iraq (1980-88), Baghdad ha attaccato due centrali iraniane che erano ancora in costruzione. Un approccio meno prudente è stato usato dagli Usa nel 1991, all'inizio dell'operazione Desert Storm, quando hanno preso di mira un piccolo complesso di Saddam Hussein, senza tuttavia mirare al cuore del reattore.

IMPIANTI CON REATTORI MULTIPLI. Ma nel caso di un conflitto tra le due Coree, non è detto che la storia si ripeta allo stesso modo. Se si arrivasse al momento fatale, Kim potrebbe tentare di provocare più danno possibile conscio del fatto che uscirebbe sicuramente sconfitto dalla guerra. Sebbene Seul abbia costruito i suoi impianti nella parte meridionale del Paese, i raggruppamenti di almeno sei reattori per centrale sarebbero bersagli abbastanza grossi da essere colpiti facilmente da Pyongyang. Lo stesso vale per il Giappone, dove le centrali possono arrivare a essere composte da sette reattori.

Gli effetti di un bombardamento efficace sarebbero devastanti. Sia nel caso di Chernobyl sia in quello di Fukushima, il costo economico è stato di centinaia di miliardi di dollari. Per non parlare di quello in termini di vite umane. Gli effetti di Chernobyl sulle popolazioni limitrofe sono ancora questione di dibattito: circa 31 persone morirono nell'esplosione, mentre in migliaia (4 mila secondo l'Onu), o addirittura milioni (6 milioni secondo Greenpeace) subirono le conseguenze dell'irradiamento radioattivo.

UN RISCHIO DA NON SOTTOVALUTARE. Corea del Sud e Giappone possono prevenire la minaccia stabilendo difese antimissile intorno ai reattori e cercando di “spegnerli”. Ma nessuna di queste contromisure è sicura al 100%. Si potrebbe pensare che in confronto a un bombardamento convenzionale su una città come Seul (che provocherebbe immediatamente centinaia di migliaia di morti) o rispetto allo sgancio di una bomba atomica, un attacco a un impianto nucleare sia cosa da poco. La storia però ha già dimostrato quanto possa essere letale e dannoso un reattore compromesso, che rimane pur sempre una potenziale arma di distruzione di massa.

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Sul terreno Pyongyang ha organizzato le sue forze armate in cinque ‘rami’: esercito, marina, aeronautica, forze missilistiche strategiche e forze speciali. Nei fatti è attivo più di 1 milione di soldati, di cui 180 mila sono stati integrati nelle forze speciali, mentre 6 milioni sono i riservisti e paramilitari.