Notte di sangue al Cairo

Gea Scancarello
03/02/2011

Dieci le vittime. L'opposizione rifuta l'offerta di dialogo.

Notte di sangue al Cairo

Notte sanguinaria in piazza Tahrir, seguita da una violenza sassaiola. Dopo gli scontri al Cairo di mercoledì 2 febbraio tra cortei pro e anti Mubarak (leggi la guerriglia civile al Cairo), funestati dalla presenza di picchiatori scelti nelle file degli attivisti del regime, dieci persone sono state uccise nella capitale con il calare del buio (guarda le immagini di al Jazeera). Altre 836 sono ferite, di cui 86 in modo grave, come ha confermato alla televisione di stato il ministro della Sanità Ahmed Samih Farid.
Secondo le prime notizie, si tratta di oppositori del rais raccolti a piazza Tahir, da giorni diventata l’avamposto della rivoluzione. Contro di loro hanno aperto il fuoco alcuni sostenitori del presidente Mubarak, protetti all’interno di automobili che sfrecciavano sul ponte d’Ottobre.
I primi soccorsi sono stati forniti negli ospedali di fortuna allestiti all’interno delle moschee nei pressi della piazza. Un medico, il dottor Amr Baha, ha raccontato di  «tre persone uccise da spari. La maggior parte delle vittime sono arrivate nelle ultime tre ore, molte con ferite da proiettili».
Le vittime, purtroppo, si sono in realtà rivelate di più.
L’INTERVENTO DEI MILITARI. L’esercito ha disperso le persone armate, sparando a sua volta alcuni colpi in aria. Ma lo stato maggiore dei militari, insieme al neo vice presidente Omar Sulemain, ha comunque invitato i cittadini del Cairo ad abbandonare il presidio di piazza Tahir, tornando nelle proprie case (leggi il reportage da piazza Tahir) e, nella mattina, dalla tv di Stato ha aperto il dialogo con «partiti e forze nazionali egiziane» per la soluzione della crisi, invitandoli a un incontro.
Una proposta rispedita al mittente da Mohamed El Baradei e dai Fratelli musulmani che hanno replicato: «Prima deve andarsene Hosni Mubarak». Avrebbero invece accettato l’offerta i liberali, il partito nazionalista Wadf. Secondo altre fonti, ai colloqui parteciperebbero anche dei rappresentanti dei dimostranti di piazza Tahrir. Per sedare gli animi, il premier Ahmed Shafiq si è detto pronto ad andare in piazza Tahrir per discutere con i manifestanti.

Gli attivisti pro Mubarak sfondano il cordone, parte sassaiola

Il governo egiziano aprirà un’inchiesta sugli scontri tra fazioni. Secondo quanto riferito da Al Jazira,  i militari hanno anche eseguito alcuni arresti nei pressi della piazza Abdel Munim Riyad; non è chiaro però a quale schieramento appartengano le persone fermate. La misura, ufficialmente presa per evitare ulteriori scontri, preoccupa però i manifestanti.
Sembrerebbe confermare la tesi di una spaccatura all’interno dell’esercito, tra coloro disposti a difendere Mubarak a oltranza e quelli che vogliono accelerare la transizione democratica, non ostacolando gli oppositori del regime.  
BUS DI ATTIVISTI PRO MUBARAK. Una spaccatura che potrebbe essere foriera di ulteriori vittime: già all’alba esponenti di entrambe le fazioni sono tornati in strada, e il rischio che si ripeta la mattanza è altissimo. Nella capitale sono arrivati nuovi autobus carichi di dimostranti pro Mubarak, armati di bastoni e coltelli e diretti verso piazza Tahrir, dove l’esercito ha ridispiegato i carri armati, nel tentativo di creare una zona di cuscinetto di circa 80 metri che impedisca nuove violenze.
CORDONE SFONDATO, PARTE LA SASSAIOLA. Ma già a poche ore dalla ripresa degli scontri, i sostenitori del rais hanno sfondato il cordone formatao dall’esercito a protezione di piazza Tahrir e i carri armati dell’esercito hanno iniziato ad allontanare i manifestanti pro-Mubarak dal gruppo di dimostranti contro il regime. Ma subito dopo è in piazza Tahir è esplosa una violenta sassaiola, tuttora in corso, tra i due schieramenti. Sassi e altri oggetti vengono poi lanciati dia terrazzi. L’unica via di uscita per i manifestanti anti-governo è a nord della piazza.
Il primo ministro egiziano, Ahmed Shafiq, si è detto pronto ad andare in piazza Tahrir, teatro delle contestazioni al regime, per discutere con i manifestanti. Lo ha detto lo stesso premier in dichiarazioni citate dall’agenzia di stampa Mena.

Obama e Clinton alzano la voce. La condanna dei leader europei

Proseguono intanto gli sforzi diplomatici, seppur tardivi, dell’amministrazione americana. Le pressioni sul governo egiziano si sono fatte più intense, così come sono più nette le prese di posizioni di Barack Obama e della sua seconda Hillary Clinton.  
Il presidente americano e l’omologo egiziano, il contestato Hosni Mubarak, hanno parlato a lungo al telefono il 2 febbraio. Un colloquio nel quale Obama ha chiesto ripetute volte all’ex alletao di avviare una transizione «pacifica e immediata».
TRANSIZIONE SUBITO. In serata anche il segretario di Stato, Hillary Clinton si è fatto sentire con il vicepresidente egiziano Omar Sulemain, confermandogli che «la transizione deve iniziare subito».
Muburak e i suoi sembrano però sordi agli appelli e non hanno paura di sporcarsi le mani con nuovo sangue. Difficile credere che il presidente accetterà l’ultimatum lanciatogli da Mohamed El Baradei (leggi il profilo di Baradei), improvvisato capo dell’opposizione, che gli ha intimato di abbandonare il Paese entro venerdì.
LA PAURA PER L’ECONOMIA. Dietro all’improvviso attivismo della diplomazia occidentale sembra non esserci però solo la paura per la vita degli egiziani coinvolti e la democrazia.
La Francia, a capo del G20, per bocca del ministro dell’Economia Christine Lagarde, ha rivelato che il prezzo del petrolio in ascesa e il timore per una possibile chiusura del canale di Suez sono in cima ai grattacapi dell’Europa. «Guardiamo alla situazione con estrema attenzione, dal punto di vista dei prezzi del petrolio e della altre materie prime, e agli effetti che ciò potrebbe avere sulla nostra economia», ha dichiarato alla stampa. Precisando subito dopo che l’attenzione agli impatti economici, «non vuol dire che non ci interessi ciò che sta succedendo sul campo: ma quella è piuttosto una questione da capi di Stato, o da ministri degli Esteri». Un modo insolito per dichiarare impotenza o disinteresse.
Il ministro italiano Franco Fattini, la cui gestione della situazione egiziana è stata quantomeno discutibile (leggi l’articolo sulla diplomazia in vacanza), ha infine riferito al Parlamento sullo stato della crisi nord Africana, segnalando che sono almeno 4.500 gli italiani, in Egitto per lavoro o vacanza o trasferiti stabilmente, che sono stati rimpatriati.
LA CONDANNA DEI LEADER DELL’UE. Mentre dall’Unione europea è arrivata la ferma condanna ai fomentatori delle violenze, nero su bianco in una nota congiunta dei leader. «Assistiamo con estrema preoccupazione al deterioramento della situazione in Egitto. Il popolo egiziano deve poter esercitare il proprio diritto a manifestare pacificamente, e beneficiare della protezione delle forze di sicurezza. Le aggressioni contro i giornalisti sono inaccettabili», hanno scritto il presidente francese Nicolas Sarkozy, il premier italiano Silvio Berlusconi, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il primo ministro britannico David Cameron e il premier spagnolo José Luis Zapatero.
«Ferma condanna a tutti coloro che usano o incoraggiano la violenza, la quale non potrà che aggravare la crisi politica che attraversa l’Egitto. Solo una transizione rapida e ordinata verso un governo che goda di ampio sostegno consentirà di superare le grandi sfide che l’Egitto si trova ad affrontare. Il processo di transizione», hanno concluso i governatori «deve cominciare adesso».