Nozze libere stampa-tivù

Fabio Chiusi
25/01/2011

Possibile il controllo incrociato nei media.

Nozze libere stampa-tivù

Dal 31 marzo 2011 chi possiede più di una rete televisiva può diventare proprietario di un quotidiano. È questa la conseguenza della scadenza della proroga, prevista nel decreto “milleproroghe” attualmente in discussione nella commissione Affari costituzionali, del divieto di incroci tra televisione e stampa previsto originariamente dalla legge Gasparri sulle telecomunicazioni fino al 31 dicembre 2010.
UNA DECISIONE DEL CAV. Uno scenario che riaccende il dibattito, mai del tutto sopito, sul conflitto d’interessi del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dato che il prolungamento del termine di scadenza della proroga potrà essere deciso dallo stesso presidente del Consiglio, seppure di concerto con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. E così, dall’1 aprile, il Berlusconi presidente del Consiglio potrà decidere le sorti del Berlusconi imprenditore.

L’ammonimento dell’Agcom: legge da ammodernare

La norma formulata nel 2004 dall’allora ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri (ma la cosiddetta ‘opzione zero’, cioè il divieto di incrocio tra stampa e tv fu introdotto per la prima volta nel 1990 con la ‘legge Mammì’) prevedeva che i soggetti in possesso di una o più rete televisiva nazionale non potessero «acquisire partecipazioni in imprese editrici di giornali quotidiani o partecipare alla costituzione di nuove imprese editrici di giornali quotidiani». Questo fino al 31 dicembre 2010. Da allora il divieto è stato esteso fino a fine marzo.
Contrariamente a quanto annunciato nelle scorse settimane, in cui si era parlato di un termine ultimo di validità esteso al 31 dicembre 2012.
TUTELARE IL PLURALISMO. Disatteso anche l’ammonimento dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom).
Che il 24 novembre 2010 aveva inviato una missiva al sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Gianni Letta, e al ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, per sottolineare l’opportunità di un «intervento legislativo» non solo per «mantenere in vigore» il divieto oltre la scadenza prevista, ma anche e soprattutto con il fine di tutelare il «pluralismo dell’informazione» ammodernando una legge che nell’attuale formulazione «risulta limitata al possesso di reti nazionali televisive analogiche».

Vita: «Norma di dubbia costituzionalità»

Le reazioni non si sono fatte attendere. Per il senatore Vincenzo Vita, del Pd, se il divieto dovesse scomparire «potrebbe accadere di tutto».
A partire dall’ingarbugliarsi di «diverse situazioni locali», ma anche dalla riproposizione di un desiderio antico: legare Mediaset al gruppo Rcs.
«Il vero segnale è che sul Corriere della Sera c’è un interesse di Berlusconi», afferma Vita, «e a confermarlo è la mancata scelta di portare la proroga, come era stato annunciato da Romani, a tempi molto più lunghi».
Ma è una strada percorribile? Vita ha forti perplessità: «La costituzionalità della scadenza al 31 marzo è dubbia. E noi solleveremo la questione nelle sedi competenti».

Natale: «Lo squilibrio si aggrava»

Duro il giudizio sulla previsione del “milleproroghe” anche da parte di Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana: è «un elemento di condizionamento ulteriore della già debole autonomia dell’informazione in Italia», afferma a Lettera43.it. E una «clamorosa manifestazione del conflitto d’interesse» di Berlusconi.
NON SOLO BERLUSCONI. Lo «squilibrio» mantenuto dalla Gasparri, dunque, «si aggrava». E non è solo una questione che riguarda il Cavaliere: «Noi siamo affezionati al plurale: parliamo di conflitti di interesse, non siamo ossessionati dal presidente del Consiglio», precisa Natale. «Il discorso deve valere anche per altri soggetti: se anziché Mediaset il problema diventa che Telecom Italia decide di gettare in campo la sua forza, per noi il discorso non cambia», prosegue, perché «il problema non scompare con Berlusconi».

Barca: «La tivù come strumento di controllo del territorio»

Uno scenario che, tra le difficoltà del Sole 24 Ore, le voci che danno La7 a un passo dalla vendita e le possibili mire di Rupert Murdoch, propriatario di Sky, sul mercato della stampa italiana, potrebbe prevedere colpi di scena a effetto. Che Flavia Barca, coordinatrice dell’Istituto di Economia dei media della fondazione Rosselli, non si sente di escludere: «Lo scenario ora è abbastanza in divenire ed è difficile capire che cosa succederebbe».
CONTROLLO DELL’INFORMAZIONE. Tuttavia «non vedo perché Murdoch non potrebbe volere il suo giornale, o Carlo De Benedetti il suo canale televisivo», spiega Barca, dato che si tratta di soggetti «a cui interessa il controllo dell’informazione, che ha un ruolo fondamentale negli interessi politici e dunque nella decisione delle politiche pubbliche». Per non parlare delle mire di Berlusconi, che «si lamenta da tempo di avere i giornali contro».
Ma la vera anomalia, per Barca, è un sistema televisivo locale in cui «dagli inizi degli anni 90 un’enorme quantità di operatori impuri», cioè non provenienti dal mondo della comunicazione, «sono entrati nel mercato delle tivù per proteggere la propria attività politica». Così che la televisione diviene uno «strumento di controllo del territorio», prima che un business.
SCARSA ANALISI. Ultima e più grave peculiarità dell’assetto radiotelevisivo italiano è, conclude Barca, che mentre in tutto il mondo si ragiona sul rilassamento delle regole per la proprietà incrociata, «ma sulla base di report e analisi approfondite, in Italia con un paio di riunioncine si prendono decisioni che hanno un impatto incredibile sulle scelte del paese». A questo modo il «benessere del cittadino non viene considerato nelle scelte».