L’Iran non vuole andare allo scontro frontale con Usa ed Europa

Armando Sanguini

L’Iran non vuole andare allo scontro frontale con Usa ed Europa

Lo sforamento dei vincoli sul nucleare è un modo per alzare la posta prima del negoziato. Teheran non è nelle condizioni di poter affrontare la re-imposizione di tutte le sanzioni. Né tantomeno uno scontro militare. A dirlo sono i fatti.

09 Luglio 2019 12.14
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I Paesi europei firmatari del cosiddetto “Accordo sul nucleare iraniano” (Joint Comprehensive Plan of Action, acronimo Jcpoa) si trovano in una posizione a dir poco incomoda tra l’incudine delle pressioni americane e il martello delle minacce iraniane: l’Amministrazione Usa decisa a usare le sanzioni secondarie contro quanti si permettano di commerciare con Teheran, l’Iran deciso ad allentare progressivamente i vincoli relativi all’arricchimento dell’uranio e acqua pesante. Se e nella misura in cui non ricevesse le “promesse” compensazioni delle ripercussioni economiche delle sanzioni americane.

Domenica 7 luglio, scaduti i 60 giorni annunciati, l’Iran ha infatti deciso di portare l’arricchimento oltre la soglia del 3,67% fissato nell’accordo e ha annunciato che un ulteriore passo in avanti nella medesima direzione sarebbe stato effettuato se nel frattempo non fossero state adottate le misure di compensazione. Con una precisazione: che il meccanismo posto in essere era da considerarsi “reversibile”. Spiraglio e ricatto allo stesso tempo? Cominciamo col dire che il passaggio dal 3,67 al 5% realizzato domenica 7 luglio è da considerarsi relativamente modesto rispetto al 20% vigente al momento dell’accordo e ancor più rispetto al 90%, ma è pur sempre un significativo aggiustamento.

L’IPOTESI DI UNA RE-IMPOSIZIONE DI TUTTE LE SANZIONI

Aggiungiamo che i Paesi europei, nel ribadire il loro fermo impegno a osservare i termini dell’accordo, hanno congiuntamente manifestato più che una semplice preoccupazione per la decisione iraniana. La Francia si è spinta a qualificare la decisione come una vera e propria violazione dell’accordo, seguita a ruota dal Regno Unito che ha sollecitato Teheran a tornare indietro. La Germania si è espressa in maniera analoga. Intanto si attende il responso delle verifiche che gli Ispettori dell’Onu si apprestano a fare. Di fatto però non è stato attivato il meccanismo previsto per risolvere eventuali dispute in attesa che le parti possano incontrarsi il 15 luglio prossimo, con un’importante annotazione. E cioè che a termini dell’accordo, in caso di fallimento dei tentativi di soluzione portati avanti, si potrebbe aprire la strada alla re-imposizione di tutte le sanzioni previste nelle precedenti risoluzioni delle Nazioni Unite.

L’EUROPA HA FATTO MENO DI QUANTO AVEVA PROMESSO

Diciamo pure che i tentativi posti in essere dai Paesi europei, fortemente sostenuti dall’ex Alto rappresentante Federica Mogherini, per proteggere le imprese interessate a proseguire rapporti economici, commerciali e finanziari con l’Iran sono rimasti molto al di sotto delle annunciate promesse. E la ragione sta nel mercato dove l’Europa fa fatica a sfidare la potenza americana. Superfluo sottolineare il durissimo commento del premier israeliano Benjamin Netanyahu che, nell’adombrare il rischio di nuove tensioni regionali, ha sollecitato l’Europa a imporre subito sanzioni a Teheran. E ciò facendo anche riferimento alla serie di iniziative destabilizzanti, addebitate naturalmente a Teheran, di queste ultime settimane quali gli attacchi alle petroliere e ai pozzi sauditi e l’abbattimento del drone americano. Da ultimo l’avvertimento agli Usa – «Se attaccati il Golfo Persico diventerà un mare rosso» – dal sapore francamente marcato da un nazionalismo un po’ troppo presuntuoso, spendibile all’interno del Paese e forse a livello regionale, ma assai meno sul piano internazionale.

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Il sistema delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio.

Trump sembra aver optato ultimamente per una strategia di ammonimento più o meno minaccioso ma di fatto attendista

E Donald Trump? Il Presidente americano sembra aver optato ultimamente per una strategia di ammonimento più o meno minaccioso ma di fatto attendista. Lo ha fatto quando ha fermato l’attacco militare in risposta all’abbattimento del suo drone nel Golfo dell’Oman e continua a farlo adesso mentre lascia ai suoi sodali, il Segretario di Stato Mike Pompeo e il consigliere per la Sicurezza John Bolton, gli atteggiamenti più aggressivi. «L’Iran deve essere molto, molto attento», si è limitato a reagire alla notizia della decisione iraniana di aumentare la percentuale di arricchimento dell’uranio. E in effetti, salvo i capovolgimenti di fronte cui ci ha abituato, sembra che Trump stia valutando gli effetti delle sanzioni americane.

TEHERAN STA RIDUCENDO LA SUA PRESENZA IN SIRIA E YEMEN

Sul comportamento iraniano a livello regionale, sembra che Teheran abbia cominciato a ridurre la sua presenza in Siria (Deir az-Zour e Albukamal) e in Yemen. Trenta uffici di reclutamento di jihadisti in Iran sarebbero stati chiusi e sarebbe stato fermato il reclutamento di mercenari afghani e pakistani per carenza di risorse. Si starebbe riducendo l’esborso per Hezbollah libanese e per la jihad islamica. Si sarebbe congelato il programma missilistico all’attuale portata di 2 mila km. Vale la pena ricordare che quest’anno non è stato organizzata “la Fine dell’America” e altre iniziative similari. E sono stati liberati circa 65 mila prigionieri per mancanza di fondi. Superfluo ricordare infine come le condizioni economiche e sociali del Paese stiano peggiorando sensibilmente principalmente per la contrazione di un terzo delle esportazioni di petrolio (500 mila invece di 1,5 milioni di barili).

UNO SCONTRO MILITARE POTREBBE ESSERE DEVASTANTE

Queste annotazioni estremamente sintetiche per dire che, nei fatti, Teheran non sembra in possesso delle risorse necessarie per le sue potenziali ambizioni; men che meno per rischiare di subire anche le eventuali sanzioni dell’Europa qualora portasse ancora avanti la sua politica del superamento dei limiti imposti dall’accordo nucleare. Ancor meno per offrire lo spunto di uno scontro militare che potrebbe risultare devastante. Tutto lascia pensare dunque che Teheran punti a ricercare una via d’uscita negoziata: con l’Europa, certo, ma per via indiretta anche con gli Usa, mentre Cina e Russia, pur da posizioni diverse, stanno per ora a guardare ma certo non sarebbero disponibili a veder franare l’accordo.
Il 15 luglio potrebbe dirci qualcosa di più dei seguiti di questa nevralgica partita.

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