Numeri al passato remoto

Fabio Chiusi
10/12/2010

Mutui, innovazione, imprese: se le analisi escono scadute.

Numeri al passato remoto

Studi pubblicati a fine 2010 che descrivono una realtà di quattro anni precedente. Dati nuovi che nascono vecchi. È un fenomeno che accomuna alcuni dei più accreditati centri di ricerca economici del Paese, Mediobanca, Istat e Banca d’Italia.
E riguarda variabili economiche importanti. Anche limitandosi all’ultimo mese, gli esempi non mancano. Si prenda, per esempio, il documento Medium-sized enterprises in Europe, che descrive la situazione delle imprese di media dimensione nel vecchio continente. Le oltre 150 pagine dello studio, firmato dal Centro Ricerche e Studi di Mediobanca insieme con Confindustria e Unioncamere, si riferiscono a imprese aventi sede in Italia, Spagna e Germania.
E se sulle competenze degli estensori non c’è nulla di eccepire, dato che vi figurano anche il direttore del dipartimento di Economia finanziaria dell’Università Complutense di Madrid, Juan Antonio Maroto Ancìn, e due docenti dell’Institut für Mittelstandsforschung di Bonn, sulla tempistica quantomeno un dubbio è lecito. Le statistiche di riferimento, infatti, risalgono al 2006. Cosa sia successo nei quattro anni seguenti resta oggetto di speculazione.

Anche Istat e Banca d’Italia in ritardo

Cambia l’istituto, ma non la musica. Nei primi giorni di dicembre, infatti, l’Istat ha diffuso due serie di dati non esattamente al passo con la realtà attuale. La prima si propone di fotografare il livello di innovazione introdotto dalle aziende italiane al suo interno o nel mercato. Le percentuali snocciolate dovrebbero far gioire: +27% rispetto alla rilevazione precedente, oltre 69 mila società (il 33,1%) che hanno apportato cambiamenti rilevanti. Peccato che si riferiscano al triennio 2006-2008 e che l’analisi precedente risalga addirittura a quello 2004-2006.
La seconda serie di dati racconta il numero delle unità locali e dei relativi addetti nelle aziende italiane. Da cui risulta che le imprese operanti sul territorio italiano sono 4,5 milioni, per un totale di 17,8 milioni di lavoratori. O meglio, erano. Perché i numeri si riferiscono al 2008, ovvero a prima che le ripercussioni della crisi economico-finanziaria raggiungessero l’Italia, mettendo a dura prova l’attività imprenditoriale e l’occupazione. Le statistiche, dunque, pur avendo certo un interesse, non raccontando la parte più interessante dello scenario, quella di attualità, diventano materiale d’archivio. O per ulteriori ricostruzioni del passato.
Nemmeno il centro studi della Banca d’Italia si sottrae a questa rosa di informatori tardivi. Nel working paper intitolato The rise of risk-based pricing of mortgage interest rates in Italy (L’incremento dell’uso di politiche di prezzo basate sul rischio per i mutui in Italia), firmato dai due membri del Dipartimento per le analisi economiche strutturali, Silvia Magri e Raffaella Pico, si sostiene che il 5% degli italiani che hanno contratto un mutuo siano insolventi. Una percentuale alta rispetto alla media dei paesi esaminati e che ha fatto gridare all’allarme.
Le ragioni strutturali non mancheranno di certo, peccato che i dati su cui è basato lo studio siano quelli della European Union Statistics on Income and Living Conditions 2005-2007. Quando il tasso d’interesse della Banca Centrale Europea era di tre punti percentuali superiore a quello attuale. Nonostante il documento sia stato pubblicato a dicembre 2010, tuttavia, i dati sugli ultimi tre anni non sono ancora disponibili.

Bragantini: «Un fenomeno ineliminabile, ma riduce interesse e qualità»

Secondo l’economista Salvatore Bragantini, presidente della Società per la promozione del mercato alternativo del capitale e amministratore indipendente di Interpar Group e Sabaf, lo scollamento tra dati e realtà è «una componente ineliminabile» di questo tipo di studi.
Le ragioni, secondo Bragantini, sono, soprattutto per analisi a respiro europeo, la ricerca di una «coerenza metodologica»: per esempio, «in paesi dove la trasparenza delle società non quotate è molto minore, i tempi per avere i dati si allungano». A incidere è anche il tentativo di armonizzare grandezze diverse da paese a paese, «come i sistemi fiscali».
Nonostante si debba giudicare caso per caso, Bragantini si dice convinto che «i ricercatori cercano di utilizzare i dati più recenti possibile». Ciò tuttavia spesso non è sufficiente a proporre analisi tempestive: «e questo a volte diminuisce interesse e qualità» dei lavori svolti, conclude Bragantini.