La Nuova Zelanda e il rapporto con l’immigrazione

16 Marzo 2019 08.00
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Ha ucciso 48 persone ferendone altre 49 rivendicando l'attentato con un manifesto anti-immigrati di 74 pagine. Brenton Tarrant, australiano bianco di 28 anni responsabile della strage alle moschee di Christchurch, ha aggiunto di aver scelto la Nuova Zelanda per dimostrare che anche le parti più remote del mondo non sono esenti da «immigrazione di massa» e che la sua è stata una vendetta contro «gli invasori, per le centinaia di migliaia di morti causate da invasori stranieri sulle terre europee nella storia… per la schiavitù di milioni di europei prelevati dalle loro terre dagli schiavisti islamici… (e) per le migliaia di vite umane perse in attacchi terroristici in tutte le terre europee». Al di là delle dichiarazioni deliranti, che rapporto ha la Nuova Zelanda governata dalla 39enne laburista Jacinda Ardern, passata alla storia come il primo capo di governo ad andare in congedo in maternità, con l'immigrazione?

IL NEW ZEALAND FIRST ALLEATO DEI LABURISTI

Va ricordato, per esempio, che il governo Andern si regge grazie all’appoggio indispensabile di un partito anti-immigrati: il New Zealand First. È stato il suo leader e fondatore Winston Peters che come vice-primo ministro ha preso in mano le redini dell'esecutivo durante la maternità della premier. E ha approffittato di quell'intervallo per fomentare una dura polemica con l’Australia accusandola di aver "copiato" la bandiera neozelandese e chiedendo di cambiarla. Più ancora che con gli australiani Peters, però, ce l’ha con gli immigrati, soprattutto asiatici. Ma differenza di altri leader che hanno cavalcato slogan simili a New Zealand First non può essere accusato di essere un suprematista bianco, per il semplice fatto che non lo è. Peters è un meticcio: il padre maori gli ha lasciato in eredità l’affiliazione all’antico iwi, lignaggio tribale degli Ngāti Wai. Sua madre era scozzese, e infatti Peters è membro del clan dei McInnes. Il massimo della multiculturalità, se vogliamo, l’essere parte di due eredità tribali allo stesso tempo. Ma la sua preoccupazione viene paradossalmente proprio da questo: «Tra un po’ gli asiatici diventeranno più numerosi dei maori!», ha messo in guardia. Dopo essere stati sorpassati dagli "invasori europei" gli indigeni neozelandesi non possono essere superati anche dagli orientali, è il ragionamento se così vogliamo chiamarlo.

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OMBRE E LUCI SULLA QUESTIONE MAORI

I maori però non sono sempre stati discriminati, anzi. Accettando nel 1840 il dominio della Regina Vittoria con il Trattato di Waitangi ottennero una serie di privilegi e garanzie che nei primi anni della dominazione furono in gran parte annullati. In seguito però sono stati non solo ripristinati, ma anche rafforzati. Il maori è diventato lingua ufficiale assieme all’inglese, e la Nuova Zelanda è chiamata, sempre ufficialmente, anche Aotearoa. Non solo. La popolazione indigena già nel 1867 ottenne il suffragio universale per i seggi a essa riservati in parlamento. Suffragio universale che nel 1879 venne allargato tutti i cittadini maschi per garantire anche ai bianchi gli stessi diritti degli indigeni e nel 1893, primato mondiale, anche alle donne. La questione maori ebbe però anche un risvolto meno progressista con la creazione di un sistema di leggi per l’immigrazione che privilegiavano l’insediamento dei bianchi anglofoni per permettere loro di diventare maggioranza demografica e politica.

PORTE APERTE AGLI EUROPEI, PORTE SBARRATE AI CINESI

Nel Paese arrivarono così molti europei. Attorno al 1900 fu incoraggiata l’immigrazione di dalmati dall’allora impero austro-ungarico per favorire lo sviluppo della viticultura e della frutticultura. Nel 1937 fu consentito l’arrivo di alcuni ebrei in fuga dal nazismo tra cui il filosofo austriaco Karl Popper. Durante la Seconda Guerra mondiale invece furono aperte le frontiere anche a un gruppo di orfani polacchi. Eppure a partire dal 1881, il governo di Wellington aveva cominciato a mettere paletti all'immigrazione cinese imponendo una pesante tassa di ingresso in vigore fino al 1944, e impedendo agli asiatici di prendere la cittadinanza.

I VARI IMMIGRATION ACT

Nel 1987 entrò in vigore un nuovo Immigration Act che poneva fine a ogni tipo di discriminazione etnica. Ma solo quattro anni dopo, nel 1991 – anno di fondazione di New Zealand First, fu varato un sistema immigrazione a punti varie volte emendato in cui i nuovi arrivati erano vagliati in base all'età, ai familiari già presenti in Nuova Zelanda, alle offerte di lavoro ricevute nel Paese, all'esperienza lavorativa in aree in cui la Nuova Zelanda aveva scarsità di mano d’opera qualificata. Nel 2005 un residente su cinque era nato all’estero: una delle proporzioni più alte del mondo. Nel 2010 cambiarono ancora le carte in tavola: i migranti sono cominciati a essere "filtrati" in base a ricchezza, istruzione e conoscenza dell'inglese. Da qui la popolare battuta secondo cui la maggior parte dei tassisti di Auckland sono ingegneri e medici altamente qualificati la cui laurea serve loro a entrare in Nuova Zelanda ma non a trovare un lavoro adeguato. Nella campagna elettorale per le elezioni del 2017 New Zealand First ha promesso di limitare un massimale di non più di 10 mila nuovi migranti ammessi all’anno: i rifugiati hanno già un tetto di 1000 ammessi ogni anno. Il governo di coalizione tra laburisti e New Zealand First ha poi fatto un accordo di compromesso per cui l’attuale cifra di 71 mila immigrati l’anno sarà portata a quote di 20-30 mila da definire via via.

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