Chi sono i nuovi ministri del governo di Theresa May

Chi sono i nuovi ministri del governo di Theresa May

16 Novembre 2018 16.55
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In attesa del possibile voto di sfiducia nei suoi confronti in seno al Partito conservatore – i brexiteers ultrà del Tory che la stanno promuovendo sono chiamati però a raccogliere 48 richieste per fissare la data, che potrebbe essere quella del 20 novembre – Theresa May ha iniziato a incollare i cocci del suo esecutivo, andato in pezzi dopo le dimissioni di quattro ministri nelle ore successive al via libera del governo all'intesa sul divorzio dall'Ue raggiunta dalla premier con Bruxelles. May ha imbarcato in un mini rimpasto un paio di fedelissimi. Affidandosi una volta di più a una capacità di sopravvivenza e di galleggiamento che nemmeno chi insiste a profetizzarne il naufragio riesce a negarle.

BARCLAY MINISTRO (DEPOTENZIATO) PER LA BREXIT

Il sottosegretario alla Sanità Stephen Barclay è stato nominato nuovo ministro per la Brexit dopo l'addio di Dominic Raab e l'iniziale rifiuto del ministro dell'Ambiente, Michael Gove. Una scelta, quella di Barclay, che ha sorpreso gli osservatori, tenuto conto del suo profilo politico relativamente modesto finora, malgrado gli incarichi da sottosegretario prima al Tesoro e poi alla Sanità: è stato direttore della Barclays Bank e ha votato 'Leave' al referendum sul divorzio da Bruxelles. Downing Street ha precisato peraltro che il suo ruolo sarà «diverso» rispetto a quello dell'uscente Raab. Di fatto, non avrà il compito di negoziare in prima fila con Bruxelles – compito ormai affidato a Olly Robins, un alto funzionario spostato nei mesi scorsi dal dicastero per la Brexit all'ufficio del primo ministro – bensì di preparare «il fronte interno» all'entrata in vigore della Brexit, di occuparsi dei piani operativi in vista sia d'una possibile approvazione parlamentare dell'intesa sul divorzio dall'Ue sia d'un ipotetico «no deal» e di seguire i passaggi a Westminster della nuova legislazione nazionale che il Regno si avvia a introdurre nei vari settori prima dell'uscita dal club europeo.

RUDD AL POSTO DI MCVEY

Torna al governo poi Amber Rudd come ministra del Lavoro, in sostituzione della dimissionaria Esther McVey. Rudd era stata costretta a dimettersi da ministra dell'Interno con l'accusa di aver mentito al parlamento sullo scandalo dei diritti negati ai migranti storici caraibici della cosiddetta generazione Windrush. Ma in seguito un'inchiesta interna ha stabilito che sarebbe stata a sua volta ingannata da alcuni funzionari. Barclay è brexiteer ma è considerato anche totalmente leale a May, non avendo mai aderito ad alcuna azione di dissenso. Amber Rudd è invece una Remainer, altrettanto fedele alla premier. May tira dritto come niente fosse, se non altro fino allo scoglio del voto parlamentare sulla ratifica della 'sua' Brexit, verso fine anno. Lo aveva detto il 15 novembre e lo conferma in queste ore con i fatti.

NEI TORY TIENE BANCO LA CORSA ALLA SFIDUCIA

Malgrado il terremoto delle ultime ore, Theresa resta al timone e continua a difendere la sua intesa con l'Ue come unico compromesso possibile verso la Brexit. Lo fa in un filo diretto con gli ascoltatori alla radio Lbc, affrontando un elettore che addirittura la paragona a Neville Chamberlain, il primo ministro dell'appeasement di Monaco col nazismo. E lo fa di fronte alla minaccia dei deputati più oltranzisti del suo partito – guidati da Jacob Rees-Mogg – che non cessano di raccogliere firme per cercare di sfiduciarla come leader Tory. Il voto potrebbe tenersi martedì 20 novembre, ma finora al Comitato 1922, l'organo incaricato di convocarlo, non risulta raggiunto il quorum necessario ad aprire le danze, ossia le lettere di almeno 48 deputati conservatori su 315. Mentre la stessa corrente euroscettica si spacca con la decisione di Gove, protagonista in passato di mille trame, di non scaricare la premier (con quattro colleghi di governo brexiteer di spicco): seppur con l'obiettivo dichiarato di condizionarla dall'interno e senza accettare la patata bollente del dicastero della Brexit.

IL LABOUR VALUTA L'IDEA DI UNA MAGGIORANZA TRASVERSALE

Sul versante opposto, lo scenario del resto appare pure in movimento, in attesa del voto parlamentare sul criticatissimo piano May. Con le voci dei sostenitori di un referendum bis che riprendono fiato nel Labour. Ma non senza l'apertura di John McDonnell, braccio destro di Jeremy Corbyn, all'idea alternativa di "una maggioranza trasversale" ai Comuni su un ipotetico testo più soft dell'accordo con Bruxelles in cui la permanenza di Londra nell'unione doganale e il mantenimento di "relazioni con il mercato unico" fossero garantite a tempo indeterminato fino a un successivo quadro accettabile per tutti sulle relazioni future. Suggestione che ricalca quella del veterano Ken Clarke, il più eurofilo dei conservatori alla Camera bassa, secondo cui May – scaricando in casa un'ottantina di falchi – potrebbe garantirsi il doppio dei consensi dai banchi delle opposizioni. E assicurarsi alla fine quei voti che oggi le mancano.

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