O casa o revolución!

Redazione
22/12/2010

di Gea Scancarello Gli argentini le chiamano Villas miseria. Potere della lingua: nessuna traduzione, baraccopoli o  favela che sia, restituisce...

O casa o revolución!

di Gea Scancarello

Gli argentini le chiamano Villas miseria. Potere della lingua: nessuna traduzione, baraccopoli o  favela che sia, restituisce meglio la disperazione di chi ci vive dentro. E con le ville, spesso, confinano sul serio: per esempio nel barrio Palermo, il quartiere altoborghese più grande di Buenos Aires, dove i maestosi viali alberati si spengono nell’ingresso all’autostrada, sotto i cui pilastri sono accampate migliaia di persone. Ma anche a Villa Soldati, periferia sud della città, storico sobborgo operaio in cui si annidano i più poveri tra i poveri. È da lì che, i primi di dicembre, in 13 mila sono partiti per occupare il Parco Indoamericano, il secondo per estensione nella capitale. Una marcia della dignità: per ottenere la terra o l’aiuto necessario a dare un tetto ai propri figli. 

3 milioni di famiglie senza una casa

Argentini, boliviani e paraguayani si sono insediati fianco a fianco nei 130 ettari del parco, costruendo baracche di plastica e lamiera. Compatti e rumorosi: una frazione minima dei 3 milioni e mezzo di famiglie che nel Paese non hanno una casa. A loro volta, una frazione dei 5 milioni di abitanti senza accesso all’acqua corrente e dei circa 14 milioni senza fognature. Come in una gerarchia spietata della povertà. I primi ad accorgersi di loro, non a caso, sono stati i vicini: non i ricchi asserragliati nelle magioni coloniali, ma il proletariato urbano che a stento mette insieme il pranzo con la cena.  
LA GUERRIGLIA URBANA. Dopo dieci giorni, il 13 dicembre, sono scesi in strada anche loro, per protestare contro l’occupazione. E per rendere le proprie ragioni più incisive, si sono avvalsi di bastoni, pietre e pistole: una guerra tra disperati che ha fatto un morto. Solo allora la polizia, chiamata in soccorso delle guardie municipali dall’impotente sindaco Mauricio Macri, è intervenuta per fare sgomberare i descamisados: ma a quel punto l’escalation della violenza era già inarrestabile. Altre tre persone sono state uccise: due boliviani e un paraguayano rifugiati in Argentina per scampare agli stenti. E focolari di insurrezione si sono accesi ovunque nei sobborghi cittadini: almeno 200 famiglie hanno preso possesso delle strade di Villa 31, la più grande baraccopoli urbana, al confine con il quartiere lussuoso di Retiro. Altre si sono piazzati a Villa Lugano, Barracas e Bajo Flores, nella periferia meridionale, occupando gli spazi destinati a immobili di prossima edificazione, ma anche i campetti di calcio e le strutture delle piccole squadre locali.
LE PROMESSE DEL GOVERNO. Un fermento che ha preoccupato le autorità, ma non inconsueto per Buenos Aires: 13 milioni di abitanti inclusi i sobborghi e un flusso migratorio inarrestabile dalle lande sconfinate dell’interno, dove né l’agricoltura né la pastorizia danno abbastanza per mangiare. Il governo conservatore di Anìbal Fernandez, sotto la pressione della presidente Cristina Kirchner e in cooperazione con l’amministrazione locale di Rodriguez Larreta, ha deciso di intervenire: chi smetterà la protesta riceverà sussidi o sarà inserito nell’elenco per la prossima assegnazione di case popolari. Dal 2003, quando i Kirchner, prima Nestor e poi la moglie Cristina, sono saliti alla Casa Rosada, ne sono state costruite 300 mila: tante, ma sempre meno delle 420 mila ritenute indispensabili ormai sette anni fa.

Il Pil cresce dell’8%. Ma non per tutti

Nel frattempo l’Argentina si è ripresa dalla mostruosa débâcle finanziaria del 2001 e ha iniziato a galoppare, con una crescita economica che nel 2010 è quantificata dell’8%. Non tutti però si sono tuffati nel ritrovato benessere: mentre la classe media è riuscita a recuperare potere d’acquisto, un quinto della popolazione vive di lavori precari o illegali, in condizione «di marginalità», come le ha definite il centro per gli Studi sociali dell’Università Catolica del Paese. Le statistiche ufficiali parlano di un 3,5% di abitanti indigenti e di un altro 13,2% sulla soglia di povertà; stime che salgono rispettivamente al 10% e al 29% nei conti dell’osservatorio accademico.
LA TERRA PROMESSA. Chi può, investe i propri risparmi nel mattone: così il prezzo della terra continua a lievitare, abbassando le scarse possibilità dei meno fortunati di potere affittare uno spazio. Considerazioni che non scoraggiano il resto del Sud America a considerare l’Argentina come la Terra promessa. Ogni anno centinaia di migliaia di boliviani e peruviani varcano il confine per accaparrarsi i sussidi concessi dal governo di Buenos Aires: gli stranieri sono oggi il 4,2% della popolazione, circa 1,7 milioni di persone.
Il resto è storia recente: una guerra tra poveri senza esclusione di colpi. Inclusi quelli sparati dalle carabine del sottoproletariato urbano.