Obama e la voglia di celare le cause della crisi

Mario Margiocco
20/12/2010

Il rapporto Fcic sotto la censura politica di democratici e repubblicani.

È difficile evitare una ricaduta quando non c’è una chiara e condivisa diagnosi sulle cause della malattia.
La Grande Recessione avviata nel 2007-2008, e non ancora conclusa, è sempre più un fonte di scontro politico fra chi attribuisce le colpe soprattutto alla politica (i repubblicani) salvando il mondo finanziario e chi (i democratici) insiste sulle responsabilità di Wall Street nel tentativo, anche, di salvare le responsabilità della politica. Insomma, come emerso platealemte nei giorni scorsi, non c’è una lettura chiara e condivisa sulle cause di un terremoto che ancora oggi lascia le famiglie americane in perdita di 10mila miliardi rispetto a tre anni fa, secondo gli ultimi dati della Federal Reserve (vai alla fonte). Può esserci quindi una vera politica di risanamento?
LA STRATEGIA DEL DELAY. Quella della Fcic, o Financial Crisis Inquiry Commission, è una vicenda emblematica della confusa America dei nostri giorni. Istituita dal Fraud Enforcement and Recovery Act del maggio 2009, la Commissione ha incominciato i suoi lavori nel gennaio del 2010, a tre anni quasi cioè dai primi segnali di crisi, e a oltre due anni dal fatidico settembre 2008. È stata quindi un esempio di quelli che l’Economist (vai alla fonte) definiva già nel marzo 2009 i tre pilastri della strategia attendista, in materia di crisi finanziaria, dell’amministrazione Obama: «delay, delay, delay». Prendere tempo.

Il minority report degli economisti di Obama: polemica sulla trasparenza

Il Rapporto conclusivo doveva essere consegnato a metà dicembre 2010. Ma la maggioranza dei commissari, cinque democratici e un indipendente a fronte di quattro repubblicani, si è presa un mese in più per sviscerare meglio tra l’altro la situazione, emersa a 2010 inoltrato, dei confusi titoli di proprietà di molte case sotto pignoramento e delle responsabilità del settore finanziario in questa confusione.
La minoranza di quattro repubblicani ha invece fatto uscire il 15 dicembre il suo minority report di 12 pagine (vai alla fonte) dove non compaiono i termini «Wall Street» e «deregulation» e un paio di altri come «shadow banking» e «interconnection». 
Una gustosa, preoccupante e triste ricostruzione dell’ottimo Shahien Nasiripour di HuffingtonPost diceva, sempre il 15 dicembre, che addirittura i quattro commissari repubblicani, guidati dall’ex deputato di rango Bill Thomas vicepresidente della Fcic, hanno cercato di impedire che lo stesso rapporto conclusivo, quello della maggioranza, usasse i termini incriminati, sottoponendo la richiesta a un voto che li ha visti perdenti.
LA VITTORIA DI BORN. «Cancellare quelle espressioni impedirebbe alla Commissione di fornire agli Americani un completo, equilibrato e comprensibile rapporto sulle cause della crisi economica», ha osservato Brooksley E. Born, uno dei commissari di nomina democratica, e a suo tempo a capo della Commodity Futures Trading Commission, il piccolo ente federale che tentò invano nel nel 2008-2009 di mettere un poco di ordine nel mondo oscuro dei prodotti finanziari derivati, tentativo stroncato dal repubblicano Alan Greenspan, presidente Fed, dal ministro democratico del Tesoro, Robert Rubin, e dal suo vice e poi successore Lawrence Summers.
Allo stesso Summers, Obama avrebbe affidato nel novembre 2008, con una scelta che parla chiarissimo sulla potenza di Wall Street chiunque sia al potere, la propria strategia economica. Non è stato un successo, finora, e Summers torna a giorni a Harvard, più o meno con la coda fra le gambe, nonostante l’abituale arroganza.

La linea di Wall Street: le crisi sono casuali

La vicenda di fine anni 90 della signora Born, chiamata ora (dal Congresso, non dalla Casa Bianca) a far parte della Fcic a mo’ di risarcimento, incarna perfettamente la realtà: la responsabilità della crisi è stata ampiamente bipartisan. Ed è stata ampiamente, si può aggiungere sfidando ogni smentita, condivisa fra politici e Wall Street, ciascuno a perseguimento del proprio interesse di breve periodo e senza tener conto degli interessi di più lungo periodo degli americani (e nostri, vista la portata della crisi).
WALL STREET SI SMARCA. Fin dalle prime due parole il minority report è chiarissimo: bubbles happen, le bolle ogni tanto si formano, incomincia il testo. È una dichiarazione di innocenza per Wall Street, che come detto non viene mai nominata, e che ha realizzato su quella bolla profitti enormi scaricando poi i costi del salvataggio sul contribuente americano, che ha sottoscritto finora un esborso netto di circa 2 mila miliardi (vai alla fonte). E non è finita. Questo se si considerano come giusto anche gli interventi della Federal Reserve che ha sostenuto il peso di gran lunga maggiore, e non come ha fatto ripetutamente anche lo stesso presidente Obama il costo della sola Tarp, la legge sugli aiuti bancari dell’ottobre 2008.
LA CRISI? COME UN TORNADO. La linea del bubbles happen è la risposta standard repubblicana, cioè un dogma. Ed è la stessa seguita fin dalle prime audizioni della Ffcic dai big di Wall Street, Jamie Dimon di JP Morgan e Lloyd Blankfein di Goldman Sachs in particolare, e ripresa più tardi davanti alla Fcic in una deposizione totalmente “negazionista” da Bob Rubin. Blankfein aveva paragonato la crisi ai tornado, che come noto arrivano inaspettati o quasi, attirandosi così un caustico commento del presidente Fcic, il democratico Phil Angelides, che ricordò che i tornado a differenza delle crisi finanziarie li manda il cielo.
E chi manda le crisi finanziarie? Una risposta onesta e autorevole, che spiega almeno il 60% del disastro, l’aveva data subito nella primavera 2008 l’ex presidente della Federal reserve, Paul Volcker, ricordando che l’ingegneria finanziaria, il binario parallelo della deregulation, «ha prodotto ricchezze inimmaginabili per alcuni ed esposto ripetutamente al rischio di fallimenti a cascata e di rottura dell’intero sistema finanziario». Ma Volcker non era e non è popolare a Wall Street.

Rapporto Fcic:  censure bipartisan

Di una commissione di indagine si parlò subito, nel settembre 2008. Subito si invocò il nome della Commissione Pecora, che negli anni 30 aveva offerto a Roosevelt la base di analisi, e di denuncia, necessaria alla sua legislazione di riforma finanziaria che ha assicurato agli Stati Uniti messo secolo di stabilità bancaria e ne ha fatto (ne aveva fatto) un modello per tutte le altre nazioni. In realtà una Commissione Pecora, da Ferdinand Pecora, magistrato di New York, nato in Sicilia, non è mai esistita. Esisteva una Commissione insediata nel marzo 1932 da un Senato repubblicano e presieduta dal senatore repubblicano Peter Norbeck. Procedeva stancamente, e Pecora fu ingaggiato come consulente per scrivere il rapporto finale. Ma ottenne un mese di indagini in più. Anche perché il clima politico era cambiato, i democratici avevano stravinto con Roosevelt, e Pecora portò i big di Wall Street alla sbarra. Da allora si parla di Commissione Pecora.
LA PRUDENZA DI ANGELIDES. Phil Angelides è stato assai più prudente. Dopotutto è cresciuto nella macchina politica democratruica della California, businessman a cavallo tra ruoli pubblici e iniziative immobiliari e altro. Ma nonostante il probabile ordine di scuderia di non infierire troppo sulle (ampie) responsabilità democratiche nella crisi finanziaria, la sua Commissione non ha lavorato del tutto male. Meglio del previsto, commentava già a luglio, fornendo vari risultati, Joe Nocera del NewYork Times. Le audizioni sono spesso molto istruttive (vai alla fonte). E probabilmente fra un mese sarà disponibile un rapporto interessante.
È ipotizzabile che il ruolo schiacciante dei democratici nello spingere le megafinanziarie immobiliari Fannie e Freddie a coprire una dissennata politica di mutui a tutti in nome del “sogno americano” non venga enfatizzato.
LA TRIANGULATION CLINTONIANA. Così come non leggeremo ampie pagine sulla responsabilità dell’amministrazione Clinton, che con i ministri Rubin e Summers si mise alla guida di una deregulation diventata credo religioso che era stata fino ad allora motto e stendardo dei repubblicani. Ma i repubblicani nel loro minority report quasi sicuramente hanno fatto peggio, non citando mai una deregulation eccessiva, ideologica, calibrata sui progetti di guadagno delle grandi banche di Wall Street, e alla fine micidiale e protagonista numero uno del grande disastro.
Fu, e anche questo probabilmente mancherà nel majority report, l’apogeo della triangulation clintoniana, là dove nei due angoli alla base del triangolo si trovano democratici a sinistra e repubblicani a destra, mentre il “grande triangolatore” sta nell’angolo di vertice, equidistante e sopra, autore di una politica che sconvolge gli schemi.

La scommessa della Casa Bianca: strategia finanziaria clintoniana

Obama ha chiaramente impostato la sua politica del secondo biennio su una triangolazione à la Clinton, e lo ha fatto con il blocco dei salari dei dipendenti federali e con l’accordo sull’estensione per due anni di tutti i tagli fiscali, in scadenza, dell’era George W. Bush, nonostante un debito federale ai limiti del declassamento. Il plauso non è mancato, anche dall’Italia. Se l’economia ripartirà davvero avrà vinto lui, se non ripartirà avrà perso.
L’ALLEANZA OBAMA-BERNANKE. Intanto lo stesso presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, che di Obama è stretto alleato in quanto entrambi destinati a essere salvati da una vera ripresa o affondati se la ripresa vera non c’è, osservava che i differenziali di reddito «stanno creando due società». Il 20%, quelli che guadagnano più di 100 mila dollari l’anno, sopra,, e l’80% sotto.
Ora, per questo 80%, e anche per una parte del 20% che sta meglio, è la casa il vero salvadanaio, e qui il 2011 non promette nulla di buono. I prezzi sono scesi mediamente del 30% in due anni su scala nazionale (anche se la crisi è concentrata in una dozzina di Stati, California e Florida in testa, ma anche Illinois e altri nel Midwest), e potrebbero scendere ancora, secondo Fitch ratings e altri, di un ulteriore 10% nel 2011. Il 23% dei 50 milioni di mutuatari americani ha un mutuo più altro del valore della casa e un altro 30% potrebbe raggiungerli nel corso del 2011 (vai alla fonte).

Il flop della commissione: la riforma partita prima di terminare l’analisi

Questa situazione è per decine di milioni di famiglie americane il risultato più vistoso della crisi finanziaria. Ma non è certo l’unico, per le famiglie e per il Paese. E non è incoraggiante, a fronte di perdite di queste dimensioni, in molti casi a fronte delle sconvolgimento delle intere prospettive economiche di una vita, vedere che chi doveva raccontare la verità, la Fcic, non riesce neppure a mettersi d’accordo sull’uso di alcune parole-chiave.
LA CURA PRECEDE LA DIAGNOSI. Resta infine il fatto che Washington è perfettamente riuscita, con un lavoro di squadra fra Casa Bianca, Tesoro e Congresso, a fare in modo che i risultati – non inutili, come si vedrà – della Fcic arrivassero quando la riforma, o la “riforma” finanziaria che dal luglio scorso è legge, fosse ormai cosa fatta. La cura, vera o presunta, ha preceduto quindi la diagnosi.
C’è qualche speranza di sincerità, da qualche parte? A riprova del fatto che quello che conta non è essere stati o non essere stati a Wall Street, avere guadagnato bene o meno con la finanza, ma quali insegnamenti se ne è tratto, è sufficiente un’occhiata a quanto diceva nei giorni scorsi uno dei mostri sacri di quel mondo, Henry Kaufman, convinto che la riforma non ha riformato e che la questione delle dimensioni di banche troppo grosse per poter fallire è un cappio al collo che prima o poi si stringerà (vai alla fonte).
La Fcic poteva servire a qualcosa di più. Per gli amici americani. E per noi. Che tristezza.

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