Obama sceglie il futuro

Redazione
01/02/2011

di Michele Esposito In bilico tra un alleato antico e fedele e la ferma volontà di un popolo giunto allo...

Obama sceglie il futuro

di Michele Esposito

In bilico tra un alleato antico e fedele e la ferma volontà di un popolo giunto allo stremo, gli Stati Uniti navigano a vista mantenendo una posizione equidistante, forse ambigua, forse strategica, sulla questione egiziana.
Non sono contenti, alla Casa Bianca, di quanto stia avvenendo, da qualche settimana a questa parte, nel bacino del Mediterraneo. Lo scoppio dell’ira dei nordafricani contro i loro padri-padroni (leggi la cronaca della protesta del Cairo), benché idealmente ben vista da un’amministrazione – quella di Obama –  convinta sostenitrice dell’autodeterminazione dei popoli, ha tracciato uno scenario geo-politico tra i peggiori che gli Stati Uniti potessero affrontare in un periodo delicato della loro storia politica, ancora profondamente segnato dalla crisi economica mondiale e dallo scontento degli elettori. 

L’opinione pubblica chiede a Obama più decisione

Da qui, l’apparente tentennare di Obama e del dipartimento di Stato, ora decisi nello schierarsi con i milioni di egiziani che quotidianamente scendono in piazza contro un regime allo sfascio, ora più prudenti e meno severi verso Hosni Mubarak, presidente che governa l’Egitto da 30 anni e che, nel bene o nel male, ha garantito una certa stabilità a un’area potenzialmente esplosiva, da sempre grattacapo per Stati Uniti ed Europa.
«Cosa farà Obama?», si sono chiesti Oltreoceano osservatori e analisti americani, che non hanno esitato a imputare al loro presidente una eccessiva indecisione. Leslie Gerb, per esempio, ex funzionario del dipartimento di Stato e oggi editorialista, ha chiesto a Obama un approccio «realistico», maggiormente orientato alla difesa della «libertà universale del popolo egiziano». 
TRANSIZIONE DIFFICILE. Più diretto l’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney, che il primo febbraio, alla luce del perdurare delle rivolte in Egitto, ha chiesto a Obama di «prendere una posizione chiara e fare pressioni per le dimissioni di Mubarak».  
Mentre il repubblicano Elliot Adams, consigliere politico dell’ex presidente George Bush, rivolgendosi ai lettori del Washington Post, ha fatto un richiamo alla prudenza avvertendo: «Tre decadi del regime di Mubarak hanno lasciato il Paese senza un meccanismo reale di transizione democratica».
POSIZIONI ALTALENANTI. Del resto, le critiche degli osservatori statunitensi e stranieri sulla linea in apparenza dubbiosa di Washington sono state alimentate dalle affermazioni non sempre coerenti e decise rilasciate sulla questione ora dal segretario di Stato Hillary Clinton, ora da Barack Obama.
All’alba delle rivolte, era stata la Clinton ad assicurare il mondo che il regime di Mubarak si manteneva «stabile» (leggi l’analisi sulla posizione americana nei confronti dell’Egitto). Qualche giorno più tardi Obama aveva sorpreso tutti dichiarando che gli Usa «sono a fianco del popolo egiziano».
Clinton, il 30 gennaio, aveva ancora di più incalzato il leader egiziano chiedendo «una transizione ordinata» e imputandogli di «non aver fatto ancora abbastanza» (leggi l’appello di Hillary Clinton a Mubarak).

La tavola rotonda con i leader dell’opposizione

Nel giorno della grande marcia del Cairo (leggi la cronaca della manifestazione di Piazza Tahrir), Obama, dopo che il 31 gennaio aveva precisato che Washington non avrebbe «interferito nella transizione dell’Egitto», è passato ai fatti e ha incaricato l’ex ambasciatore degli Usa al Cairo Frank Wisner, 72 anni, di incontrare tutti i leader egiziani, incluso il nuovo paladino delle folle, Mohammed El Baradei (leggi il profilo di El Baradei) che in molti hanno indicato come l’ariete dei milioni di egiziani decisi a cacciare a spallate l’anziano presidente.
IL FIUME DI AIUTI. Cosa avrà detto Wisner ai suoi interlocutori? Cosa farà, alla fine, Obama? Per capirlo, occorre innanzitutto precisare che, dopo Israele, l’Egitto è lo Stato che beneficia di più degli aiuti statunitensi: Washington contribuisce con 2 miliardi di dollari all’anno, dal lontano 1979, al rafforzamento dell’esercito nazionale fornendo, tra l’altro, aerei da combattimento, carri armati, personale qualificato, elicotteri Apache (leggi l’analisi di Vittorio Emanuele Parsi sul rapporto tra Stati Uniti ed Egitto).
Non solo. Gli Stati Uniti annualmente finanziano con diverse centinaia di migliaia di dollari l’economia nazionale, promuovendo, per esempio, programmi per la creazione di posti di lavoro nelle campagne o per la modernizzazione del settore finanziario. Non sempre queste iniziative hanno avuto successo e con l’incalzare della crisi il contributo nordamericano si è fatto via via più flebile, incassando anche qualche critica da docenti da analisti ed conomisti egiziani. 
IL TORNACONTO USA. Il tornaconto, per gli Usa, è chiaramente considerevole. Dalla General Electric ai defence contractor Raytheon and Lockheed Martin sono diverse le aziende ad avere un rapporto privilegiato con Il Cairo. Mentre da un punto di vista commerciale, gli Usa sono il primo partner per le importazioni in Egitto, un primato non facile da mantenere in un’area che comincia a subire l’influenza economica del colosso cinese.

Dal futuro assetto del Paese dipendono gli equilibri dell’area

Ma oltre a un ampio giro di affari, Mubarak in 30 anni ha assicurato agli amici americani una relativa calma a ridosso del Canale di Suez. Un Egitto sostanzialmente lontano da inclinazioni fondamentaliste e, tranne che per poche, delicate occasioni, restio a sbilanciarsi concretamente sulla questione palestinese.
L’OMBRA DI TEHERAN. La fine di Mubarak, per la Casa Bianca, comporta l’inevitabile ingresso in un periodo dai contorni fluidi, che potrebbe condurre ora a un Egitto democratico e laico, ora un Paese più estremista e anti-americano, sull’onda della propaganda dei Fratelli Musulmani e dell’influenza iraniana. Proprio Teheran, nei giorni scorsi, ha definito la linea di Obama «contradditoria» come quella di Jimmy Carter nei confronti della rivoluzione iraniana del 1979. 
Mentre secondo El Baradei Washington «sa perfettamente che Mubarak ha i giorni contati». La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Ma non occorre scomodare Carlo Alberto di Savoia, che il popolo aveva soprannominato ‘re tentenna’, per definire la linea obamiama. L’equidistanza del presidente ha radici concrete, che affondano in quella preziosa alleanza fornita da Mubarak dal lontano 1981.