Obama sull’orlo del collasso morale

Mario Margiocco
13/12/2010

Secondo Krugman (e non solo) il presidente è troppo vicino agli interessi dei più ricchi.

Obama sull’orlo del collasso morale

Solo un paio di giornali italiani si sono presi la briga di informare i loro lettori che la Casa Bianca di Barack Obama è ormai al “collasso morale”, secondo una voce autorevole della sinistra democratica e accademica come il Nobel dell’economia Paul Krugman.
Il giudizio era in un duro articolo pubblicato il 3 dicembre dal New York Times, sulle cui pagine Krugman scrive due volte la settimana (più blog).
Era provocato dall’accordo raggiunto fra il presidente e l’opposizione repubblicana per una proroga di due anni ai tagli fiscali introdotti da George W. Bush a inizio decennio, prorogando anche quelli per i redditi oltre i 250 mila dollari, e smentendo così chiare promesse elettorali. In cambio c’è anche la proroga dei sussidi di disoccupazione in scadenza per almeno due milioni di persone. Il saldo lo paga Pantalone, cioè il debito pubblico.
I repubblicani sono fermi agli atti di fede reaganiani e post reaganiani della supply side, secondo cui i deficit non contano se sono provocati da tagli fiscali, perché sono risorse che andando alla meravigliosa macchina produttiva generano ricchezza e alla fine migliorano i conti pubblici.
È così che, passo dopo passo, si è arrivati negli Stati Uniti a un debito pubblico che è secondo solo, sul Prodotto interno lordo (Pil), a quello giapponese, e superiore (il debito pubblico vero), a quello italiano (vai all’articolo). I costi dell’accordo fiscale per un bilancio già disastrato sono ora di 700 miliardi di dollari. Il giudizio di Krugman è feroce.
Ma non è questo il punto. Krugman è un opinion maker molto attivo e molto seguito, a sinistra, nel suo Paese, ma non è ovviamente la bocca della verità. Andando però oltre Krugman, e passando in rassegna qualche esempio di come il giornalismo e la pubblicistica progressisti hanno seguito Obama già a partire dagli inizi, due anni fa, ci si accorge di come il giudizio di “collasso morale” o qualcosa di simile non sia per nulla un fulmine a ciel sereno.

Krugman e Kuttner: troppo vicino all’alta finanza

La sinistra del partito democratico ha incominciato a dubitare di Obama quando il giovane presidente, poche ore dopo la vittoria del 4 novembre 2008, ha messo la selezione della squadra economica nelle mani dell’ex ministro del tesoro di Bill Clinton, Bob Rubin, e poi ha affidato la strategia economica della Casa Bianca all’ex vice e successore di Rubin al Tesoro, Lawrence Summers, e il Tesoro all’ex vice di Summers, Tim Geithner. Tutti uomini fidati delle grandi banche di Wall Street. Che erano le protagoniste del disastro finanziario e le maggiori beneficiate dall’opera di salvataggio avviata con le risorse pubbliche dall’amministrazione Bush, e che Obama avrebbe continuato.
L’inevitabile, miglior punto di partenza logico, non cronologico, per capire i difficili rapporti fra Obama e i progressisti è in questo giudizio (vai alla fonte) dello stesso Krugman: «Molta gente», ha scritto l’economista un anno e mezzo fa nel suo blog «ha appoggiato Obama contro Hillary Clinton nelle primarie perché temeva che la Clinton avrebbe riportato in auge la squadra di Bob Rubin. E che cosa ha fatto Obama? Ha riportato in auge la squadra di Bob Rubin».
Il rischio di un partito, e di un Obama, troppo vicini all’alta finanza, continuando così l’esperienza di Bill Clinton, era stato anticipato da Robert Kuttner, firma storica della sinistra americana e futura spina nel fianco del presidente, nel suo libro del 2008, Obama’s Challenge, dove diceva che stava al nuovo presidente essere un Roosevelt e non un Hoover, un leader che cambia e non uno che percorre sentieri noti.
Sempre Kuttner ha messo in guardia il futuro presidente, il 4 novembre del 2008, il giorno stesso della vittoria di Obama, contro l’influenza di Rubin, ormai da un mese molto evidente, mentre prima Obama si era mosso all’ombra dell’ex presidente della Federal reserve, Paul Volcker, suo sostenitore e di orientamento assai diverso rispetto a Rubin, Summers e Geithner. Rubin non è un genio finanziario, diceva Kuttner, ma «il principale propiziatore di una deregulation Republican-Style che ci ha portato la crisi finanziaria».

Galbraith e Nocera: troppo distante da Roosevelt

«Uno tsunami di rabbia populista…potrebbe mutilare i più attenti progetti del presidente e ciò che rimane della nostra economia, se il presidente non guida la crescente rabbia della gente», ha scritto nel febbraio 2009 sul New York Times, neppure 20 giorni dopo l’insediamento, l’emblema liberal dell’Upper Manhattan, il critico ed editorialista Frank Rich (vai alla fonte).
I legami con le maggiori banche di Wall Street (tutte alla canna del gas) e altri potentati economici che avevano di fatto indicato gli uomini per la squadra presidenziale erano all’origine dello tsunami.
Il veterano della sinistra William Greider, autore di infiniti articoli e di buon saggio sulla Federal Reserve ( Secrets of the Temple, 1989), ribadiva nel marzo 2009 i rischi che Obama stava correndo. «Il presidente è ora intrappolato fra queste due forze: le élites di governo che decidono e il popolo che è governato. Come si schiera? Se non sceglie saggiamente, la rabbia potrebbe divorare la sua presidenza», scriveva sul Washington Post.
Secondo James K. Galbraith, economista di prima grandezza (Università del Texas, Austin) e figlio di John Kenneth Galbraith, «la situazione oggettiva di Obama è molto più vicina a quella di Herbert Hoover che a quella di Franklin Roosevelt». Un giudizio perfettamente condiviso da Joe Nocera, firma finanziaria di punta di un veicolo autorevole delle idee di sinistra come il New York Times, secondo il quale c’era «solo qualche sprazzo di Roosevelt nella riforma finanziaria di Obama».
Era d’accordo ovviamente anche Krugman, secondo il quale «salvando il sistema finanziario senza riformarlo, Washington non ha fatto nulla per proteggerci da una nuova crisi e, in effetti, l’ha resa più probabile».
L’elenco potrebbe essere molto, molto più lungo, e basti qui citare un corposo articolo di un’altra firma storica del giornalismo progressista, John B. Judis che, nell’agosto 2010, riassumeva un po’ tutte le perplessità e le imprevedibili ostilità della sinistra nel suo The Unnecessary Fall. A counter history of the Obama presidency, pubblicato da New Republic.

Rich: un presidente inconsistente

Il diapason di questo crescendo di critiche lo toccava comunque, dopo il voto di midterm del novembre scorso, il già ricordato Galbraith, in un articolo in cui sosteneva che al cuore del disastro elettorale c’era stata la politica verso Wall Street, segnata dalla scelta di uomini vecchi.
E non si rinnova, diceva Galbraith, se non affidando il compito a uomini nuovi. «Il presidente Obama non ha considerato questo. O forse non ha voluto considerarlo. La sua campagna elettorale è stata dopotutto, e dall’inizio, finanziata da Wall Street. Ha scelto la sua squadra sapendo esattamente chi erano. E questo ci dice ciò che abbiamo bisogno di sapere, e cioè chi è lui».
L’ultimo Krugman del “collasso morale” è quindi soltanto l’anello più recente di una lunga catena di scetticismo a sinistra, che è stata inaugurata già prima che Obama, per il quale in campagna elettorale la sinistra anticlintoniana si era fortemente battuta, inaugurasse la sua presidenza.
Il “collasso morale” indica, nelle recenti parole del Nobel dell’economia, la «completa perdita di obiettivi e l’assoluta mancanza di una direzione di marcia», illustrata dal fatto che il presidente eletto per riportare più equilibrio fra i ceti sociali abbia riconfermato i tagli fiscali anche ai più ricchi, nel bel mezzo di una crisi severissima. Frank Rich non poteva mancare, con giudizi analoghi, sempre sul progressista New York Times: cercando sempre e comunque accordi, Obama risulta inconsistente, scriveva nei giorni scorsi Rich.
Mentre Krugman è tornato sull’argomento Obama-repubblicani per cercare di dimostrare che la proroga a tutti delle esenzioni fiscali, se da un lato potrebbe essere giustificata come sicuro fattore di stimolo all’economia, dall’altro è un calcolo elettorale sbagliato, perché lo stimolo si esaurirà nel 2011 e lascerà Obama sempre scoperto sul fronte dell’economia l’anno successivo, quando sarebbe per lui fondamentale un diverso clima per vincere le presidenziali.

Cook: però piace agli indipendenti

Su un diverso fronte politico non tutti sono d’accordo con questa analisi. Anzi, Charlie Cook, fra i maggiori esperti elettorali di Washington, sostiene che l’intesa con i repubblicani se da un lato esaspera la sinistra dall’altro piace ai moderati e soprattutto agli indipendenti, il gruppo che determina sconfitta o vittoria nel gioco elettorale americano.
Se questo fosse vero, ce ne sarebbe estremo bisogno: l’analisi completa del voto del 2 novembre, uscita nei giorni scorsi, indica che i democratici hanno subìto vistosi arretramenti in tutti i gruppi e sottogruppi elettorali, divisi per età, per censo, per classe sociale, per scolarità e per gruppo etnico, con una tenuta solo fra gli afroamericani. Lo spostamento maggiore è stato fra gli indipendenti (né democratici né repubblicani) che avevano appoggiato Obama con un margine del 18% nel 2008 e hanno penalizzato il suo partito con un margine del 19% nel 2010, una gigantesca oscillazione del 37 %.
È chiaro che l’intesa sulla fiscalità, per quanto utile come stimolo, si trasformerà in un aggravio di 700 miliardi in due anni del debito pubblico, già fuori misura e ai vertici della classifica negativa mondiale. La nota finale sulla vicenda arriva da Pechino, ormai voce immancabile su tutte le questioni finanziarie globali. Secondo l’economista Li Daokui, consulente della banca centrale, la realtà dei conti nazionali americani è peggiore di quella europea. E quando, fra circa un anno, la situazione europea si stabilizzerà, la situazione per i titoli del Tesoro Usa e per il dollaro balzerà all’occhio e peggiorerà.