Obama torna in scena

Alessandro Giberti
23/12/2010

Dopo le vittorie di fine anno, ecco le nuove sfide.

Obama torna in scena

Barack Obama è partito per le vacanze natalizie alle Hawaii, dove potrà dedicarsi a due delle sue passioni: il golf e lo shave ice, la versione locale della granita. Lo farà con famiglia al seguito e animo notevolmente sollevato: le sue ultime settimane a Washington sono state un succedersi di vittorie.
C’è chi l’ha definito addirittura «il miracolo di Natale», e chi più analiticamente ha cercato di spiegare le ragioni dell’effetto domino vincente che il presidente è riuscito a innescare sul calare del lame duck, quell’anatra zoppa rappresentata da un Congresso che a gennaio riaprirà le porte con una configurazione politica diversa, con molti più repubblicani seduti sui banchi del Senato.

«Quest’anatra non è zoppa, corre»

Obama ha incassato in una sola giornata, quella del 22 dicembre, tre risultati importantissimi: ha firmato l’abrogazione della ormai celebre “Don’t ask, don’t tell”, che permetterà l’ingresso nell’esercito ai gay dichiarati, ha ottenuto il sì al Senato per una legge che ha esteso il pagamento di tutte le spese sanitarie a coloro che hanno ripulito Ground Zero dopo l’attacco alle Torri gemelle e, soprattutto, ha portato a casa la ratifica dello Start, il trattato Usa-Russia sul nucleare (leggi la notizia sulla ratifica dello Start).
«Quest’anatra non è zoppa. È sana e cammina benissimo. Anzi, in questo momento si è messa a correre», ha dichiarato l’indipendente Joe Lieberman, uno dei senatori più autorevoli del Congresso. «È una sessione di lame duck incredibilmente produttiva. L’accordo bipartisan sulle tasse ha scatenato un vortice positivo a Washington», ha sottolineato Jim Klesser, vicepresidente del think tank Third Way a Politico.com.
IL CIRCOLO VIRTUOSO DEI TAX CUT. L’idea è esattamente questa: che il compromesso da 850 miliardi di dollari sui tagli fiscali dell’era Bush sia riuscito a spingere la cooperazione tra democratici e repubblicani a un livello finora inedito (qui l’articolo sui tax cut). I senatori del Grand old party che hanno appoggiato lo Start sono stati 13, numero che ha permesso di raggiungere (71 a 26) i due terzi necessari all’approvazione. In occasione della “Don’t ask, don’t tell”, Obama aveva potuto godere dell’appoggio di 23 congressman, mentre per il disegno di legge sui lavoratori dell’11 settembre, il presidente ha ottenuto l’unanimità, nonostante i repubblicani, solo 13 giorni prima, fossero riusciti a bloccare il provvedimento.

Il futuro: matrimoni gay e Guantanamo

L’unico passo falso Obama l’ha dovuto subire sul “Dream Act”, il disegno di legge sull’immigrazione che avrebbe favorito l’acquisizione della cittadinanza americana ad alcune categorie di immigrati irregolari entrati negli Stati Uniti da minori (nella fattispecie, chi frequenta il college o vorrebbe far parte delle Forze armate). I repubblicani su questo terreno hanno vinto il primo round, ma la partita non è conclusa. «Il voto sul Dream Act è il mio cruccio più grande. Ma sono determinato a ottenere la riforma sull’immigrazione in ogni caso», ha dichiarato il presidente.
Ma non è soltanto questo il nodo politico che l’inquilino della Casa Bianca affronterà al rientro dal break natalizio: le unioni civili sono un altro aspetto che presto sarà affrontato. Secondo Obama infatti, le coppie gay che intrattengono relazioni di lunga durata avvertono come «non sufficiente» lo strumento giuridico dell’unione civile. Il tema è ovviamente quello dei matrimoni gay, su cui la posizione presidenziale è, per sua stessa ammissione, «in costante evoluzione».
GLI EQUILIBRI AL CONGRESSO. Anche Guantanamo continua a rimanere nei pensieri di Obama. «Non lo abbiamo ancora chiuso, è vero», ha ammesso il presidente, aggiungendo che i suoi advisor stanno cercando di trovare nuovi mezzi di contrasto nella lotta al terrorismo all’interno di «strutture che corrispondono legalmente alla nostra legislazione».
Per l’immediato futuro però, a Obama si prospetta un clima molto meno compiacente di quello attuale. Nei due anni che lo separano dalle elezioni del 2012, la Casa Bianca dovrà essere molto più assertiva nei suoi rapporti con il nuovo Congresso che si insedierà a breve. Per il momento il presidente se l’è cavata con una battuta presa in prestito dall’Uomo Ragno: «I repubblicani capiranno che a un potere maggiore dovrà corrispondere una maggiore responsabilità». E chissà che l’inedito equilibrio che uscirà da gennaio non finisca, come fu in passato per Bill Clinton, per spalancargli l’autostrada del secondo mandato presidenziale.