Il Messico di Obrador alle prese con le destre in Sudamerica

Il Messico di Obrador alle prese con le destre in Sudamerica

01 Dicembre 2018 09.00
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Iniziò come una sorta di "Lula messicano", Andrés Manuel López Obrador. Qualcuno temeva che diventasse pure "Chávez messicano". È stato eletto il primo luglio – quando ormai Chávez era morto da cinque anni e Lula in galera da tre mesi – come l’anti-Trump. Ma un anti-Trump che potesse rispondere alle sparate anti-messicane dell’inquilino della Casa Bianca unendo in qualche modo tutti i cittadini, all’insegna di una nuova immagine di moderazione. Finisce, invece, che il primo dicembre si insedia rilanciando un populismo che ricorda in modo preoccupante i cinque stelle: dall’esaltazione della democrazia diretta contro quella rappresentativa alla promessa di ristatalizzare tutto il ristatalizzabile. Però in un contesto in cui con Trump dovrà collaborare direttamente e in cui rischia di vedersi degradato a mero esecutore dei suoi diktat.

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A CAPO DEL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE DEMOCRATICA

Uno dei suoi soprannomi è Amlo: semplicemente, la sigla di Andrés Manuel López Obrador. Un altro è El Peje, perché – dicono – è astuto come l’omonimo pesciolino con la testa di rettile caratteristico del Tabasco, suo Stato natale. In realtà, quando Amlo nel suo Tabasco si candidò a governatore, nel 1994, fu sconfitto. Ma accusando di brogli il suo avversario, montò una serie di marce e proteste tale che il vincitore si insediò con un mese di ritardo. Continuando ad agitarsi, nel 1996 riuscì a diventare leader del Partito della Rivoluzione Democratica, in cui dal 1989 si era riversato il grosso della sinistra messicana.

LA SCONFITTA CON CALDERON

Nel 2000 fu eletto capo di governo del distretto federale di Città del Messico. Nel 2006 si candidò alla presidenza. Tre cose dissero di lui in quella campagna i suoi detrattori: che non era mai stato all’estero e non aveva neanche il passaporto; che ci aveva messo 14 anni a prendere la laurea; che era un pupazzo di Chávez. La prima riuscì a smentirla. La seconda è tragicamente vera, e anzi il fatto che le sue sette bocciature avessero avuto tutte a che fare con materie in cui c’erano numeri di mezzo è stato visto dai maligni come la definitiva spiegazione dello stato comatoso in cui aveva lasciato le finanze della Capitale. Lui però si giustificò dicendo che era impegnato a seguire questioni indigene nel Partito Rivoluzionario Istituzionale (Pri) in cui allora militava. Quanto alla terza accusa, lo faceva arrabbiare, e faceva arrabbiare anche il presidente venezuelano che minacciò querele. Ma funzionò. In testa ai sondaggi per un’incollatura, Amlo risultò perdente di fronte a Felipe Calderón Hinojosa, candidato del centrodestra del Partito di Azione Nazionale (Pan): 35,29 contro 35,91%.

LA MAREA ROSA DELL'AMERICA LATINA

Se ce l’avesse fatta, anche il Messico si sarebbe unito alla "marea rosa" di governi di sinistra che nel primo decennio del millennio coprì tutta l’America Latina. Le accuse, la complessità della società messicana e la vicinanza agli Usa non gli avrebbero però presumibilmente concesso di inquadrarsi in quella variante più radicale e con venature autoritarie in cui su modello del venezuelano Hugo Chávez si inserirono il boliviano Evo Morales, l’ecuadoriano Rafael Correa o il nicaraguense Daniel Ortega. La stessa da cui stavano per venire attratti anche l’honduregno Mel Zelaya e il paraguayano Fernando Lugo, se le formule politiche con cui erano stati eletti non li avessero a quel punto destituiti.

TRA SOCIALDEMOCRAZIA E PARA-POPULISMO

Difficile però immaginarlo anche in quella variante latino-americana del blairismo impersonata ad esempio dalla cilena Michelle Bachelet, dalla costaricense Laura Chinchilla o dai peruviani Alan García e Ollanta Humala. Più probabile avvicinarlo a un omologo di Lula, degli argentini Kirchner, o di Tabaré Vázquez e Pepe Mujica in Uruguay. Un modello sostanzialmente socialdemocratico, ma con una forte retorica para-populista e con rapporti migliori con i “chavisti” che con i “blairiani”. Però con Amlo non si può mai sapere. Dopotutto, come consulente per la sicurezza da Capo di governo di Città del Messico si era preso uno yankee e pure notoriamente di destra come Rudolph Giuliani. Ma Amlo in quella tornata non la spuntò e il Messico rimase così l’altra grande isola di centro-destra nella marea rosa assieme alla Colombia degli Álvaro Uribe e Juan Manuel Santos, dove la sinistra è storicamente danneggiata dalla sua contiguità di immagine con la impopolarissima guerriglia delle Farc.

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Amlo non riuscì a imporsi nemmeno nelle elezioni di sei anni fa. E questo (anche) perché il presidente Calderón, dichiarando guerra ai narcos aveva riempito il Paese di morti, risvegliando nei messicani la nostalgia per il Partito rivoluzionario istituzionale, il vecchio partito-Stato sempre al governo fino al 2000 che con i narcos in qualche modo evitava gli scontri frontali. E infatti nel 2012 fu eletto il candidato del Pri Enrique Peña Nieto. Obrador arrivò ancora secondo, ma stavolta con un distacco da non lasciare dubbi o spazio per reclami. 38,2 contro il 31,57%.

UNA VITTORIA COSTRUITA SULLE SPARATE DI TRUMP

Peña Nieto però deluse i messicani. Il presidente belloccio con la faccia di Luis Miguel ha lasciato infatti il mandato con una popolarità al record negativo del 24% (per farsi un'idea: tra i suoi predecessori Carlos Salinas de Gortari chiuse al 66%, Ernesto Zedillo al 59%, Vicente Fox al 56%, e perfino Felipe Calderón al 53). Questo fallimento e le sparate anti-messicane di Trump hanno permesso ad Amlo di trionfare con il 53,19% dei voti. E per la prima volta dal 1997 la sua coalizione avrà una maggioranza al Congresso: 256 deputati su 500 e 59 senatori su 128 per il Morena, il Movimento di Rigenerazione nazionale che Amlo ha fondato dopo essersene andato dal Prd sbattendo la porta; 30 deputati e cinque senatori dell’evangelico Partito Incontro Sociale e 20 deputati e sei senatori dell’ex-maoista Partito del Lavoro, suoi alleati.

L'AMERICA LATINA VIRA A DESTRA

Dopo una campagna elettorale volta soprattutto a rassicurare imprenditori e ceti medi, nei cinque mesi trascorsi tra vittoria e insediamento Amlo è invece tornato a fare il caudillo populista. Insulti agli oppositori, sindrome Nimby nel voler bloccare la costruzione dell’aeroporto di Tezcoco (realizzato ormai al 30%), promessa di creare 100 università, far costruire due raffinerie, realizzare un “treno maya” nello Yucatán, garantire sanità gratis e reddito di cittadinanza, fornire Internet gratis a tutti. Insomma, la "marea rosa”, sebben con ritardo, pare essere arrivata anche in Messico. Peccato che però nel frattempo sia svanita dalla regione. In Paraguay, Honduras e Cile è tornata al potere la destra tradizionale. In Perù e Argentina sono stati eletti presidenti liberali, anche se Pedro Pablo Kuczynski è stato poi stato costretto alle dimissioni da uno scandalo e Mauricio Macri ha problemi con la tenuta del peso. In Colombia con Iván Duque Márquez e in Brasile con Jair Bolsonaro sono stati eletti i presidenti di estrema destra. In Ecuador il delfino Lenín Moreno, malgrado il nome, si è ribellato contro il suo mentore Rafael Correa, che rischia addirittura il carcere.

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Ma lo rischiano d’altronde anche Cristina Kirchner e Dilma Rousseff mentre Lula è già dietro le sbarre. D’altra parte Maduro in Venezuela, Evo Morales in Bolivia e Daniel Ortega in Nicaragua per blindarsi al potere stanno svoltando in chiave sempre più autoritaria. Con vari tipi di destra anche al potere in Guatemala e a Panama, una sinistra sostenuta da un voto popolare resta al governo sostanzialmente solo in Uruguay, in Costa Rica e in El Salvador. Non si sa ancora per quanto.

LA PRIMA EMERGENZA SONO I MIGRANTI

D’altra parte, la prima emergenza che Amlo dovrà affrontare appena insediato sarà la carovana centroamericana, che crea anche in Messico sentimenti trumpiani contro i migranti e lo obbliga a mettersi d’accordo con la Casa Bianca. Peraltro, nemmeno il segretario alle Finanze designato Carlos Urzúa sembra credere troppo alle promesse che il suo presidente elargisce. Al contrario, preannuncia invece tagli drastici: fino al 30% in meno del salario ai dipendenti pubblici.

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