Odissea Khodorkosvsky

Marta Allevato
24/12/2010

Da oligarca senza scrupoli a paladino della libertà.

Vista da Occidente la Russia di Vladimir Putin è divisa nettamente in due periodi: il prima e il dopo l’arresto di Michail Khodorkovsky, l’ex oligarca più famoso di Russia che, il 27 dicembre, attende la lettura del verdetto per il secondo processo a suo carico. Arrestato nel 2003 e condannato a otto anni di carcere, ora rischia un’ulteriore condanna che ne bloccherebbe la scarcerazione prevista per il luglio prossimo. I suoi sostenitori pensano gli verrà comminato quasi il massimo della pena, almeno 14 anni, in una sentenza che sarà la cartina al torna-sole delle reali intenzioni di democratizzazione del Paese sbandierate dal presidente Dmitri Medvedev.
LO SCAMBIO. Rumor diffusi dalla stampa russa il 22 dicembre hanno avanzato l’ipotesi di un possibile scambio tra Mosca e Washington che potrebbe garantire all’ex petroliere e oggi paladino dei valori occidentali in Russia, l’attesa libertà. Secondo il settimanale Argumenti Nedeli, il super trafficante di armi russo Viktor Bout estradato dalla Thailandia negli Usa lo scorso 16 novembre, potrebbe far ritorno a casa già durante le feste in cambio di un verdetto clemente nel processo bis a Khodorkovsky (leggi il profilo della moglie di Bout).

Dai campi petroliferi a quelli siberiani

L’odissea giudiziaria che ha trasformato questo ebreo russo di 47 anni da detentore del 2% della produzione mondiale di petrolio, tramite il colosso Yukos, a prigioniero politico, rappresenta non solo lo spartiacque tra i caotici anni post sovietici di Boris Eltsin e l’era delle statalizzazioni di Putin. È soprattutto l’inizio della progressiva centralizzazione del potere che oggi caratterizza la Russia di “zar Vlad”. 
PUTIN CONTRO I MAGNATI. Prima che Khodorkovsky fosse arrestato, l’allora presidente era visto come un grande riformatore, lodato dal londinese Sunday Times come il miglior leader russo dopo lo zar Alessandro II, che aveva abolito la schiavitù nel 1861.
Nell’ottobre del 2003, però, deciso a capovolgere definitivamente le sorti degli oligarchi che ormai tenevano in ostaggio la politica russa, il capo del Cremlino ha ordinato l’arresto del magnate più potente del suo regno. L’aereo privato del capo della Yukos è stato circondato all’aeroporto di Novosibirsk dagli agenti del Fsb. Khodorkovsky fu consegnato alla giustizia, condannato per evasione nel 2005 dopo un processo pieno di ombre e spedito in un campo di lavoro nella regione siberiana di Chita, 6 mila chilometri a est di Mosca.
L’ASTA IN FAVORE DEL CREMLINO. Nel quadro della lotta del Cremlino per porre sotto il controllo statale le immense ricchezze energetiche del Paese, la Yukos fu smembrata e venduta in un’asta dai contorni foschi, di cui ha beneficiato la compagnia a controllo statale Rosneft e, unica tra gli stranieri, l’italiana Eni.
In quel momento Khodorkovsky era l’uomo più ricco di Russia, viveva, con la moglie e quattro figli, in una fortezza tra gli alberi nei dintorni di Mosca circondato da guardie del corpo.

Un monito per gli oligarchi ribelli

La reale posta in gioco era chiara fin dall’inizio. Khodorkovsky aveva violato il tacito patto stabilito da Putin con i miliardari russi in base al quale il potere avrebbe chiuso un occhio sui modi in cui avevano accumulato la loro immensa ricchezza negli anni delle privatizzazioni eltsiniane, se in cambio si fossero tenuti lontani dalla politica.
SUPERBIA PUNITA. Il padre padrone della Yukos, la più grande impresa petrolifera del Paese, aveva invece continuato a finanziare le forze di opposizione, lanciando di fatto una sfida al potere. Nella famosa riunione del 2000 al Cremlino, in cui Putin aveva chiesto la sottomissione degli oligarchi, Khodorkovsky aveva mostrato l’atteggiamento impavido e sprezzante di chi non accetta imposizioni dall’alto. La sua arroganza andava punita. La sua caduta doveva servire da monito per chiunque altro avesse osato in futuro alzare la testa contro il nuovo zar.

La costruzione di un impero

Prima di arrivare a essere il prigioniero politico più famoso di Russia, la reputazione di Khodorkovsky è cambiata diverse volte. Negli anni ’90, quando iniziò a mettere insieme il suo impero, i russi lo vedevano come uno degli oligarchi più spietati e senza scrupoli. I più lo consideravano, insieme agli altri paperoni usciti dall’Urss, una persona interessata solo a impadronirsi delle ricchezze patrie per portarle all’estero.
Nato a Mosca nel 1963 da una famiglia ebrea di ingegneri, a 23 anni Khodorkovsky si era laureato nella prestigiosa facoltà di chimica dell’Istituto Mendeleev, militando come tanti altri nelle file del Komsomol, l’organizzazione giovanile comunista.
Con la perestrojka, arrivà la legge che permetteva di ottenere finanziamenti pubblici per avviare piccole attività commerciali. Nel 1987, l’ambizioso Khodorkovsky creò una cooperativa che disegnava software e importava computer, fatturando fino a 10 milioni di dollari l’anno.
VERSO LA YUKOS. Nel 1989 ha fondato la Menatep, una delle prime banche private del Paese: i soldi dei depositi servivano ad allargare il giro d’affari della cooperativa stessa. A 32 anni, l’ex giovane del Komsomol aveva già conoscenze e fortune sufficienti per chiudere il colpaccio: l’acquisto della Yukos, una mastodontica compagnia petrolifera di proprietà statale. La pagò poco più di 300 milioni di dollari. Dopo due anni, valeva 9 miliardi.
BUSINESS SENZA SCRUPOLI. Per accumulare e gestire una simile ricchezza, in un settore strategico come quello energetico, sono necessari pochi scrupoli e molto pelo sullo stomaco. Messe le mani sul petrolio, Khodorkovsky ha, infatti, usato ogni mezzo per far fuori i soci di minoranza: convocava assemblee degli azionisti in luoghi irraggiungibili e usava i vigilantes della stessa società per impedire l’ingresso nella sala riunioni a chi riusciva comunque ad arrivare.
Al momento del default russo, nel 1998, la sua Menatep si comportò come le peggiori istituzioni finanziarie degli oligarchi. Pur avendo appena ricevuto un prestito dalla banca tedesca WestLB dichiarò di essere insolvente e chiuse. Pochi giorni dopo emerse dal nulla la Menatep San Pietroburgo, che misteriosamente possedeva tutti gli utili della vecchia Menatep, ma non rispondeva più delle sue passività.

Il paladino della “sana” imprenditoria

A fine anni ’90, Khodorkovsky decise di lasciarsi il passato alle spalle. Voleva trasformare il suo gruppo in modo da attrarre capitali stranieri. L’oligarca diventò presto il beniamino degli occidentali, il paladino della “sana” imprenditoria russa.
L’inizio dell’ascesa del petrolio, nel 1999, aiutò il cambio di strategia. Khodorkovsky iniziò a reinvestire nella sua società e anche a pagare una parte dei vecchi debiti del default per rendersi presentabile sui mercati internazionali. Si dedicò alla filantropia e, soprattutto, alla politica.
Creò la fondazione Russia aperta, con lo scopo di far attecchire nel Paese i valori della democrazia liberale. Ma, in spregio all’accordo imposto dal Cremlino nel 2000, tra le attività della fondazione vi era anche il finanziamento delle forze di opposizione.
LA DISCESA IN POLITICA. Intelligente, ricchissimo e potente Khodorkovsky si sentiva blindato. Era convinto che se gli fosse successo qualcosa, le Sette Sorelle (le maggiori compagnie petrolifere del mondo) si sarebbero coalizzate contro la Russia. Intelligente, ma ingenuo, avrebbero detto di lui di lì a poco.
Tentò la scalata alla Duma, finanziando i gruppi liberali Yabloko e Unione delle forze di destra. Sapeva bene che lui, mezzo ebreo, nella Russia intrisa di antisemitismo non avrebbe mai potuto arrivare alla presidenza. Così iniziò a maturare il progetto di una modifica costituzionale che potesse trasformare il Paese in una repubblica parlamentare, con lui primo ministro. Parallelamente continuò ad attaccare Putin e i suoi ministri, a suon di «ladri e corrotti». Lo scontro con il presidente ex Kgb era ormai aperto.  
L’ULTIMA AMBIZIONE. Khodorkovsky stava esagerando non solo sul piano politico, ma anche in quello del business. L’ultimo ambizioso progetto, nell’aprile 2003, fu quello di fondersi con la Sibneft del tycoon Roman Abramovich, creando una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo, con una capitalizzazione di 35 miliardi di dollari. Già si parlava di una possibile intesa o fusione con alcuni colossi americani come ExxonMobil o ChevroTexaco.
Per il Cremlino fu abbastanza. L’arresto, il processo e la condanna per evasione fiscale, lo smembramento e la vendita della Yukos bloccarono per sempre le ambizioni dell’oligarca che si credeva intoccabile.  

L’emblema della lotta al putinismo

Probabilmente il Cremlino avrebbe preferito che Khodorkovsky lasciasse il Paese, come già avevano fatto gli oligarchi caduti in disgrazia, Vladimir Gusinskij e Boris Berezovsky. L’arresto del suo vice, Platon Lebedev, in una stanza d’ospedale, avrebbe dovuto spaventarlo e indurlo all’autoesilio. Ma il capo della Yukos scelse la testimonianza e la lotta attiva dal carcere.
LA TESTIMONIANZA DAL CARCERE. Col passare del tempo, il caso Khodorkovsky cambiò natura. Nel 2003, la condanna del magnate era stata accolta dal consenso popolare e Putin aveva potuto presentarsi come un giustiziere. Ora, l’evidente persecuzione giudiziaria e la condotta coraggiosa dimostrata dall’ex petroliere sbattuto in Siberia a cucire guanti, gli hanno conferito una statura morale e politica che imbarazza il Cremlino. Tanto più che, dopo anni e anni di inquisizione, non si è trovato nessun episodio davvero compromettente, nessun crimine o delitto nell’armadio dell’ex padrone della Yukos.
La reclusione di Khodorkovsky è stata totale fino al marzo 2009, quando è stato trasferito a Mosca per il secondo processo. Nessun contatto con la stampa, nessuno con la famiglia. Solo la possibilità di scrivere lettere e sporadici articoli per i quotidiani russi.

Per Putin deve marcire in galera 

Dopo le legislative di ottobre 2010 e con le presidenziali del 2012 in vista, il premier Putin non vuole certo correre il rischio di avere a piede libero un martire del suo “regime” di fama internazionale. Ecco allora arrivare una seconda, più grave, imputazione e un secondo processo.
ACCUSE «ILLOGICHE». L’accusa, per la quale Khodorkovsky rischia fino a 20 anni di carcere, è di avere sottratto alla Yukos, con il suo vice Lebedev, 350 milioni di tonnellate di petrolio tra il 1998 e il 2003. In questo caso, più che nel primo, le accuse appaiono illogiche. Convocato come testimone lo scorso giugno, il ministro dello Sviluppo economico, German Gref, ha ammesso che difficilmente potevano essere sottratte e rivendute le quantità di petrolio incriminate, circa un quinto della produzione annuale russa di greggio, senza che il governo ne fosse informato. «I ladri devono restare in prigione», ha però dichiarato di recente Putin, commentando il nuovo processo all’oligarca.
OCCHI PUNTATI SU MEDVEDEV. Consapevole dell’influenza che avrà la volontà del premier sulla sentenza bis, la difesa di Khodorkovsky ha deciso di puntare tutto sul presidente Dmitri Medvedev, che ha fatto della battaglia contro il «nichilismo giuridico» uno dei propri cavalli di battaglia. Per questo con la sentenza del 27 dicembre si aspetta di capire se la Russia voglia davvero smarcarsi dal suo passato.