Come abbiamo reagito alla prima pagina di Libero del 23 gennaio 2019

23 Gennaio 2019 15.21
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Come reagire all'ennesimo titolo provocatorio sparato in prima pagina dal quotidiano Libero? Gli utenti dei social network non sembrano avere dubbi: parlandone (e stigmatizzando l'episodio). L'hashtag #Libero è stato primo nelle tendenze di Twitter per gran parte della giornata del 23 gennaio 2019, ma non è detto che la strada dell'indignazione facile dopo aver letto "Calano fatturato e Pil ma aumentano i gay" sia quella più logica. Mentre Pietro Senaldi, il direttore del giornale fondato da Vittorio Feltri (che oggi è direttore editoriale) si difendeva parlando di «attacchi liberticidi» e rivendicando il diritto che ognuno ha di «scrivere quello che gli pare», Lettera43.it si è chiesta quale fosse il modo migliore di trattare l'argomento. Dopo aver comunque dedicato una gallery fotografica alle peggiori prime pagine del quotidiano partorita in occasione di quel "Comandano i terroni" e poi aggiornata, abbiamo affrontato la questione da due punti di vista diversi e solo in parte antitetici. Ve li sottoponiamo.

PERCHÉ LO SDEGNO SERVE: È L'ANTIDOTO ALL'INDIFFERENZA

* di Marcello Pirovano

«Che titolo politicamente scorretto facciamo domani per far parlare di noi?». Sembra di sentirlo, il brainstorming nella riunione di redazione a Libero prima di sfornare la sparata del giorno che scatena l'indignazione generale. L'obiezione nei confronti di chi si scandalizza è nota: «Fate il loro gioco». Timeline social invase, retweet e condivisioni: così una prima pagina che di norma avrebbe una platea di meno di 30 mila lettori “fisici” guadagna una cassa di risonanza gratuita a opera dei presunti detrattori che la diffondono ampliandone il pubblico. Va bene, ma l'alternativa quale è? Fingere di nulla? Convincersi che sia tutto normale? E quelli magari stanno al gioco alzando il tiro: ieri i terroni, oggi i gay, domani… fate voi. Ecco perché è giusto scandalizzarsi. E tirare per la giacca quell'Ordine dei giornalisti troppo spesso immobile. Voltarsi dall'altra parte fingendo una forzata indifferenza non è mai una soluzione. Perché altrimenti il ragionamento sarebbe estendibile ad altre sfere politiche, che non riguardano il becerume di un quotidiano, ma le azioni del governo: Matteo Salvini che si ingozza di cibo spazzatura e spamma tutto sui social, Luigi Di Maio che calpesta il concetto di meritocrazia ogni volta che può sventolando un Lino Banfi qualsiasi, Elio Lannutti che soffre di rigurgiti antisemiti. Giusto per limitarci alle forze di governo. Immaginatevi un mondo dove tutto è normale: i titoli di Libero, i ministri inadeguati, i senatori impresentabili. Il mix perfetto che genera una società di cittadini ignavi. Meno male che qualcuno, anche solo nel suo piccolo, ha ancora la forza di incazzarsi.

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PERCHÉ LIMITARE I CONTENUTI TOSSICI: BISOGNA MIGLIORARE L'ECOSISTEMA

* di Alberto Bellotto

Il web ha un serio problema ecologico. Soprattutto i social negli ultimi anni hanno intrapreso un percorso pericoloso con una discesa verso il basso, con il crescente proliferare di contenuti e conversazioni tossiche. Il titolo di Libero, l’ennesimo titolo di Libero, non fa altro che inquinare questo ecosistema. Ma come si rende l’ambiente social (e di riflesso l’ecologia della nostra mente) più vivibile? Il punto non è tanto nascondere i contenuti, chiedere che vengano rimossi o appellarsi all’Ordine dei giornalisti, il punto è come occupare lo spazio rendendo l’ambiente più salutare. Scegliere consapevolmente di pubblicare sulle nostre bacheche contenuti tossici (anche se in buona fede, anche se per denunciare) è la strada sbagliata. Si finisce per portare quel contenuto tossico a persone che lo condividono ma che non ne sarebbero mai entrate in contatto. In un meccanismo che non permette alla qualità delle conversazioni di avanzare. Che fare allora? Ignorarli? Assolutamente no, il punto è occupare lo spazio sui social con contenuti di valore, contenuti anticorpo, che migliorino le conversazioni impedendo a quei post e a quei titoli di trovare un porto sicuro. Il punto chiave è capire la differenza tra silenziare quei contenuti e fare in modo che nell’ecosistema non trovino posto. Nel primo caso il problema viene lasciato fuori dalla porta, ma continua a esistere, trova altri luoghi, altri blog dove fare proseliti. Nel secondo si creano comunità immunizzate contro quei contenuti. Comunità di lettori, e soprattutto di cittadini, che imparino a veicolare articoli e titoli di valore evitando di ripostare l’ennesima pagina di Libero, persone capaci di riconoscere la tossicità di quello specifico contenuto evitandone la circolazione all’interno di un meccanismo che non prevede né censori controllori della morale. Anche perché oggi il vento della morale spira da una parte, ma domani chissà.

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