Olimpiade, l’Italia non va a canestro

Giorgio Caccamo
20/08/2012

Il flop della pallacanestro.

Olimpiade, l’Italia non va a canestro

Un argento dalla pallanuoto e un bronzo dalla pallavolo. L’Italia degli sport di squadra ha lasciato l’Olimpiade di Londra con questi risultati che forse valgono davvero quanto un oro. Di certo, ciò che hanno saputo fare il Settebello e l’Italvolley stride con i fallimenti di altre discipline. E per lo meno, rappresentano un piccolo riscatto visto il magro bottino di altri sport. Di certo i successi della scherma sono lontani (sette podi con tre ori nel fioretto), ma anche con una sola medaglia le discipline di squadra hanno fatto meglio di chi ai Giochi neppure ci è arrivato.
Calcio e basket azzurro, per esempio, a Londra non si sono visti. Per il pallone non è una grave perdita, visto che il torneo olimpico viene spesso snobbato pure da altre grandi nazionali (la Spagna – quella dei giovani, non la formazione campione d’Europa – è stata eliminata nel girone di qualificazione dal modesto Honduras). E l’Under 21 azzurra punta più sull’Europeo.
BASKET, ULTIMA APPARIZIONE AD ATENE. L’assenza del basket italiano, invece, fa più rumore. Perché anche nel 2008 a Pechino non c’erano azzurri sotto canestro, ma appena quattro anni prima la Nazionale aveva conquistato la medaglia d’argento, eguagliando lo storico secondo posto di Mosca 1980, quando però le potenze occidentali avevano boicottato i Giochi organizzati dall’ex Unione sovietica.
Il flop dell’Italia del basket non è recente. Dopo la sconfitta in finale ad Atene 2004, quando la Nazionale di Carlo «Charlie» Recalcati si arrese solo all’Argentina, sono arrivati i piazzamenti deludenti all’Europeo e al Mondiale, più una poco invidiabile serie di mancate qualificazioni. Tra cui le Olimpiadi.
Per arrivare fino a Londra non sono bastati neanche i tre talenti dell’Nba, Andrea Bargnani, Danilo Gallinari e Marco Belinelli.
DAL CONI TAGLIATI DEL 20,4% I CONTRIBUTI. I problemi per la Nazionale sono da ricercarsi nei vivai mezzi vuoti: mancano le nuove leve che devono prima vincere la concorrenza dei più esperti giocatori americani ed europei nei club che sbarcano nel campionato italiano.
Ma il tramonto del basket italiano non è solo una questione sportiva e tecnica. Di mezzo, come sempre, ci sono i soldi.
Problemi economici, o meglio di pianificazione economica. La pallacanestro nel 2012 si è ritrovata con il 20,4% di contributi in meno da parte del Coni, con poco più di 3 milioni di euro, a fronte dei 3,8 erogati nel 2011. Qualcosina in meno della pallavolo, che non sarà più quella della «generazione di fenomeni» di Julio Velasco, però i risultati, compreso il bronzo di Londra 2012, li porta sempre a casa

Il bilancio del 2011 evidenzia un utile da 143 mila euro

Con 322 mila tesserati (dati Istat-Coni) il basket è il terzo sport dietro solo all’onnivoro calcio e alla pallavolo (che però ne ha soltanto 5 mila in più). Eppure neanche questo è sembrato bastare a rilanciare il movimento. Ma a qualcosa i tesserati servono. Sono loro infatti a garantire le maggiori entrate alla Federazione italiana pallacanestro (Fip).
Il bilancio 2011 ha fatto segnare un utile di 143 mila euro, mentre nel 2010 era certificata una perdita di 219 mila euro. Le entrate (36,5 milioni) sono cresciute del 4%, grazie alle sponsorizzazioni (500 mila euro in più da Edison, Tassoni, Sixtus, Atahotel e altri)  e agli associati, compreso il pagamento dei famigerati Nas, i contributi per i «nuovi atleti svincolati».
PER LA GESTIONE SPESI 25 MILIONE. Basterebbe già questo per avere un’idea della gestione patrimoniale del basket: le norme prevedono che i tesserati fino a 21 anni siano vincolati con le società, dopo sono considerati svincolati. E per tenerli e tesserarli oltre il 21esimo anno d’età, la società è tenuta a versare alla Fip un contributo, che poi la federazione ridistribuisce. Un meccanismo complesso che da solo ha fatto arrivare nelle casse federali 1,3 milioni di euro in più rispetto all’anno precedente.
Il 70% delle spese – 25 milioni su un totale di 36 – se n’è andato però per l’attività sportiva centrale e la gestione dell’amministrazione; l’attività agonistica territoriale e il funzionamento della macchina periferica sono costate 11 milioni di euro.
SERVONO 139 MILA EURO PER I TRE NBA. Il fallimento della spedizione della nazionale maschile di Simone Pianigiani all’Europeo 2011 in Lituania è stato significativo anche da un punto di vista economico. La Federazione aveva dovuto spendere 139 mila euro «per ulteriori maggiori oneri connessi alla polizza ingaggi per gli atleti Nba»: per far giocare Bargnani, Belinelli e Gallinari con la maglia azzurra ci vuole infatti una copertura assicurativa in più. L’eliminazione della Nazionale, che peraltro al torneo era arrivata solo grazie all’allargamento da 16 a 24 squadre, e la mancata qualificazione delle donne alla fase di ripescaggio, hanno però consentito alla Fip di risparmiare 288 mila euro.
FLOP DI MENEGHIN ALLA GUIDA DELLA FIP. Al basket italiano non è servito neanche affidarsi a Dino Meneghin. Pluricampione di club (12 scudetti e sett Coppe campioni) e con la nazionale (oro all’Europeo nel 1983 e argento all’Olimpiade di Mosca 1980), dal 2008 il cestista veneto è alla guida della Fip, prima come commissario straordinario e dal febbraio 2009 come presidente eletto (ma era l’unico candidato).
Nel suo programma, a farla da padrone erano parole come ‘dialogo’ e ‘confronto’. Meneghin puntava molto sugli aspetti sportivi: l’attaccamento alla maglia azzurra dei giocatori in Nazionale, la riduzione degli organici nei campionati, la crescita del settore arbitrale. A pochi mesi dalla fine del suo mandato – gli subentrerà il numero uno del Coni Gianni Petrucci – Meneghin ha riconosciuto che le cose non sono andate come lui sperava.
Altro che dialogo e confronto: «conflittualità», «liti e contrapposizioni», «radicamento di posizioni settoriali» hanno impedito, come ha detto il presidente Fip nella sua relazione sul bilancio 2011, di «lavorare per costruire».

I debiti sono cresciuti di 2,3 milioni di euro rispetto al 2010

Non è tutto. Pure in un buon bilancio, quale appare quello della Fip, si nascondono voci negative come i debiti, cresciuti fino a 10,9 milioni di euro (2,3 milioni in più rispetto al 2010). Nel solo 2011 la sede centrale della Federazione ne ha accumulati quasi 3,5 milioni soltanto nei confronti dei club da cui riceve pagamenti anticipati.
Tanto per fare un confronto, i debiti con le società tra il 2005 e il 2010, sommati tra di loro, ammontavano a 400 mila euro. E altri 181 mila euro di debiti con le società li hanno contratti i comitati territoriali della Fip.
Oltre ai numeri contano anche le parole. Quelle dei revisori dei conti, per esempio, che invitano a «una più accurata analisi in sede previsionale». A Petrucci toccherà riprendere un testimone scottante (ha guidato la Fip già dal 1992 al 1999) e anche lui dovrebbe tenere bene a mente il richiamo finale dei revisori dei conti: contenimento delle spese di rappresentanza e «uso parsimonioso delle carte di credito, al fine di evitare spese che potrebbero anche risultare, a un successivo controllo, in parte ingiustificate».
IN SERIE A LA FUGA DEI CLUB STORICI. Mentre la Fip ha registrato comunque il segno ‘più’ nelle sue casse, le squadre di club fanno i conti con una crisi nera. Società costrette a scomparire, penalizzazioni per mancati pagamenti, consorzi privati come unica salvezza, sponsor in fuga, fusioni in extremis.
Claudio Toti lascerà a fine stagione Roma. Per 12 anni ne è stato il patron, ma ora la crisi del suo settore, l’edilizia, non gli permette più di investire nel basket. Nel campionato 2012-13 di serie A non ci saranno squadre gloriose come Treviso e la Fortitudo Bologna, e neanche Teramo, tutte escluse dalla Fip per ragioni economiche. I veneti pagano il disimpegno dei Benetton, che però hanno abbandonato anche Formula 1 e pallavolo.
AGLI SPONSOR NON PIACE IL BASKET. Cantù e Pesaro hanno perso gli sponsor: i brianzoli, nonostante i buoni risultati delle ultime due stagioni, hanno dovuto salutare il main sponsor Bennett, mentre la Scavolini dovrà ridurre il budget di 3 milioni per la partenza del co-sponsor Siviglia. Le società che ce la fanno devono dire grazie a consorzi di privati, come Montegranaro, o a fondazioni e sottoscrizioni di tifosi, come Bologna versante Virtus e Cremona.
Il caso limite è stato, tra il 2009 e il 2010, quello di Rieti. La squadra laziale dovette trasferirsi a Napoli per mancati contratti di sponsorizzazione. È durata poco: le difficoltà economiche sono peggiorate e nell’aprile 2010 la società è stata estromessa dal campionato di serie A per insolvenza.

Tra le donne sparisce la Geas Sesto San Giovanni

Anche tra le donne (assenti da Londra 2012) le cose vanno male. Non ci sarà per esempio la Comense, società più titolata d’Italia, con 15 scudetti e due Coppe dei campioni. Mancherà anche Alcamo e la Geas Sesto San Giovanni a causa dell’addio dello sponsor tecnico, la farmaceutica Bracco e altre realtà imprenditoriali.
In totale mancheranno 52 club professionistici, 39 maschili e 13 femminili. In Legadue non ci saranno Piacenza e Ostuni e a causa della crisi gli altri club non pagheranno più le percentuali ai procuratori di giocatori e tecnici. E dire che la pallacanestro è uno dei pochi sport che il Coni riconosce come professionistici (gli altri sono il calcio, il golf, il motociclismo, il pugilato, il ciclismo). Ma questo, a ben vedere, è uno dei motivi che mette in ginocchio il basket di casa nostra, a causa di un pesante regime di tassazione uguale a quello del mondo del calcio. Perciò se un giocatore prende 100 mila euro d’ingaggio, alla società ne costa in realtà il doppio.
SI RETROCEDE PER NON SPARIRE. Non che tra i dilettanti vada molto meglio. Sul tavolo della Fip sono arrivate le lettere di 40 società costrette ad abbandonare l’attività sportiva. Alcune pur di giocare sono disposte ad ‘auto-retrocedere’ (l’hanno fatto per esempio Cavriago e Novellara).
Pavia, Anagni e Fabriano non si sono iscritte al prossimo campionato di Divisione nazionale A, il massimo a livello dilettantistico, dove sono state ammesse solo 18 squadre anziché 24.
IN DNC NESSUN GIRONE COMPLETO. Scendendo di categoria, gli effetti della crisi si fanno ancora più evidenti. In Divisione nazionale C (Dnc) non c’è neanche un girone ‘classico’ da 16 squadre. Quattro gironi avranno 14 squadre ciascuno, tre ne avranno 15 e uno, il girone H di Sicilia e Calabria, avrà soltanto 12 club. Così alla Dnc prenderanno parte 113 società invece delle 128 previste.