Ombre iraniane sull’Egitto

Vita Lo Russo
31/01/2011

Parsi spiega i rischi del dopo Mubarak.

Con un po’ di audacia e capacità di visione l’amministrazione Obama dovrebbe mettere a sedere attorno a un tavolo, a porte chiuse, le tre forze da cui dipendono le sorti dell’Egitto. E cioè l’esercito che sostiene il regime di Hosni Mubarak, i Fratelli musulmani l’unica minoranza organizzata politicamente rilevante del Paese (leggi il profilo dei Fratelli musulmani) e il premio Nobel per la Pace Mohamed El Baradei, personaggio chiave della rivolta ha compattato tante e diverse voci delle contestazioni (leggi chi è Mohamed El Baradei).
FALLIMENTO A STELLE E STRISCE. «Ma se c’è un aspetto sul quale la politica Obama ha fallito», ha spiegato a Lettera43.it Vittorio Emanuele Parsi politologo esperto di Medio Oriente, «è la gestione dell’area. Non ha fatto un solo passo avanti nei negoziati israelo-palestinesi e ha perso il Libano con il crollo dell’esecutivo di Hariri» (leggi l’intervista a Gabriele Iacovino sul rapporto Usa-Egitto).
Con l’opposizione islamica che spinge alle porte «il rischio che l’Egitto diventi un nuovo Iran», ha ammonito Parsi, «non è così lontano dalla realtà». E gli effetti sulla pace in Medio Oriente potrebbero essere immediati (leggi l’articolo sulla posizione dell’Iran in merito all’Egitto).
Quindi quella che agli occhi del mondo sembra la primavera egiziana, la liberazione dal regime a prezzo di centinaia di vite umane potrebbe trasformarsi in un altro regime che però, a differenza di quello attuale, è filo islamico, inviso alle democrazie occidentali, e magari anti-israeliano.

L’altalena americana nei confronti dell’alleato

Che nella faccenda egiziana gli Stati Uniti non avessero una linea chiara lo si era capito da subito. Dagli inizi degli scontri, la Casa Bianca ha emesso pochi dispacci molto ingessati: «La violenza non è la risposta in Egitto» scriveva il dipartimento di Stato il 26 gennaio. Il governo farebbe meglio «a portare a completamento le riforme economiche», a rispettare «i diritti della popolazione» e a riattivare «l’accesso a internet».
PERICOLO ISLAMICO. Sabato 29 gennaio, poi, Obama si è sbilanciato: «Ho parlato con Mubarak: mi ha assicurato maggiore democrazia». E poi è intervenuta Hillary Clinton che ha fatto sapere di aver chiesto ai dirigenti dell’Egitto «di dare il via a una transizione ordinata» verso il potere al popolo. 
La Clinton non ha specificato chi dovrà guidare il processo. Ha detto, però, chi non dovrà farlo: e cioè i Fratelli musulmani, che rischierebbero «di imporre un’ideologia al popolo egiziano» (leggi la cronaca della settima giornata di scontri in Egitto).
Posizioni che, secondo il quotidiano conservatore iraniano Keyhan International, sono contradditorie e somigliano molto alle dichiarazioni del 1979 di Jimmy Carter durante la rivoluzione di Teheran che portò alla cacciata dell Scià e alla nascita della repubblica islamica.
NETANYAHU CHIEDE AIUTO. La paura che nel vuoto politico l’organizzazione islamica possa guadagnare consensi è talmente alta che il 31 gennaio è sceso in campo anche Israele. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, finora rimasto in silenzio, nel fine settimana in un messaggio confidenziale alla Casa Biancha e ad alcuni Paesi europei ha chiesto senza mezzi termini di sostenere il presidente egiziano e il suo governo, a costo di mettersi anche contro ai movimenti di piazza, perché «è interesse dell’Occidente e di tutto il Medio Oriente mantenere la stabilità del regime in Egitto».
DAL ’79 35 MILIARDI DI DOLLARI. Alla base dei timori diplomatici di Usa e Israele, il ruolo chiave dell’Egitto da oltre 30 anni ago della bilancia della questione israelo-palestinese: il 26 marzo del 1979 le autorità del Cairo firmavano a Washington gli accordi di pace con Israele, nel giugno del 2007 imponevano l’embargo sulla striscia di Gaza governata da Hamas. «Un ruolo strategico», ha spiegato ancora Parsi, «che è stato profumatamene ripagato dagli Stati Uniti».
Dagli accordi di Camp David del 1978 a oggi il Cairo ha ricevuto 35 miliardi di dollari in aiuti dagli Stati Uniti (il Paese più aiutato al mondo dopo Israele).
Nel gennaio 1991 arrivò un altro “regalo”: gli Usa congelarono il debito militare egiziano che ammontava a 7,1 miliardi di dollari. Fino allo scorso anno quando Obama, dopo aver tagliato di 30 milioni di dollari all’amministrazione Mubarak per aver finanziato organizzazioni non approvate dal governo, ha aggiunto altri 300 milioni di dollari extra alla dotazione base, destinati alla sicurezza interna e di frontiera con Gaza.

Gli Usa hanno testato la lealtà dell’esercito

Gli Stati Uniti prima di spedire Mubarak a Londra dai suoi (leggi l’articolo sulle proprietà dei Mubarak a Londra) hanno preso tempo. «Sembra che in questi giorni l’amministrazione americana abbia voluto testare lo stato di lealtà dell’esercito al presidente», ha aggiunto Parsi. L’Egitto è un regime militare e l’esercito non lascerà la guida del Paese, almeno per ora. «Non è escluso», ha detto, «che i ranghi più bassi siano popolati da cellule collegate ai Fratelli musulmani. In generale però le forze armate sono una struttura autonoma in grado di controllare il Paese anche senza l’anziano presidente». A patto che siano guidate da un uomo di polso.
A CACCIA DEL CANDIDATO. E trovare l’uomo che possa traghettare l’Egitto verso la democrazia è la sfida che dovrebbe cogliere la diplomazia americana.
Mohamed El Baradei, tanto apprezzato dalla democrazie filo-occidentali, eletto a furor di popolo come simbolo di libertà e diritti umani è da troppo tempo fuori dalla politica egiziana per guidare la transizione.
«Una cosa è l’investitura dettata dall’entusiasmo popolare del momento», ha confermato Parsi, «un’altra è costruire un’opposizione politica e trovare una guida in grado di controllare l’esercito». A meno che El Baradei non venga accettato dall’esercito e spalleggiato dalla Casa Bianca. In alternativa al Nobel rimbalza il nome di Murad Mowafi, ex governatore del Sinai del Nord, appena nominato numero due d’Egitto.