Omicidi senza colpevoli

Rossana Malacart
22/01/2011

Dalla Cesaroni alla Scazzi, perché tanti delitti restano irrisolti.

Sono tanti, in Italia, i casi di cronaca ancora avvolti nel mistero. Per il caso di Yara Gambirasio, la 13enne scomparsa da Brembate, nel Bergamasco, quasi due mesi fa, gli inquirenti torneranno a interrogare un centinaio di persone già sentite. Come dire che le indagini ripartono da zero, dopo l’arresto di un giovane marocchino accusato di essere l’assassino della giovane, ma scarcerato per mancanza di prove sufficienti alla convalida del fermo.
VITTIME SENZA COLPEVOLE. Anche la verità sull’omicidio di Sarah Scazzi sembra lontana. Lo zio, accusato di aver ucciso la nipote, ha ritrattato dopo aver chiamato in causa la figlia come esecutrice materiale del delitto. Ma gli investigatori non gli credono. Nessun colpevole nemmeno per l’omicidio di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco nell’agosto di due anni fa. L’unico accusato, l’allora fidanzato, è stato assolto. Infine, per il prossimo 26 gennaio è attesa la sentenza per il delitto di via Poma, dove 20 anni fa venne uccisa nel suo ufficio la giovane Simonetta Cesaroni.
In questi casi, non c’è nessun colpevole, solo vittime. Forse di errori giudiziari o della ricerca di una rapida soluzione, in grado di tranquillizzare l’opinione pubblica, a dispetto delle evidenze investigative e delle prove raccolte. Ma di chi sono le responsabilità per tanti delitti ancora irrisolti? Lettera43.it lo ha chiesto a un criminologo e a un penalista.

L’importanza della tempestività

«A volte, le circostanze di un fatto criminoso sono oggettivamente difficili da indagare. Ma se vi sono state omissioni o dolo nel corso dell’attività investigativa è un fatto che si può appurare solo a indagini concluse», ha spiegato a Lettera43.it Salvatore Luberto, professore di discipline medico scientifiche presso l’università degli studi di Modena e Reggio Emilia e presidente della Società italiana di criminologia. L’esistenza di casi fisiologicamente difficili da risolvere è confermata da Carlo Federico Grosso, avvocato penalista.
ERRORI OGGETTIVI. L’errore umano, insomma, è sempre in agguato nonostante «gli strumenti tecnico scientifici a disposizione degli inquirenti siano in grado di agevolare le indagini molto più che in passato», ha detto Grosso, sottolineando come gli errori più gravi vengano compiuti soprattutto nei primi momenti di indagine. «La tempestività è un fattore cruciale: se l’autore di un delitto non viene trovato nelle prime 24 ore, le possibilità che il caso venga risolto in tempi brevi diminuiscono o possono perdersi del tutto».
Per esempio, il caso di Yara Gambirasio, ha sottolineato Luberto, è oggettivamente difficile da risolvere, per la mancanza di un movente difficile da accertare ma anche qui l’errore umano non può essere ignorato.
FORMAZIONE AD HOC. Ma a che cosa può essere imputato? Forse alla mancanza di una preparazione specifica? I giudici, prima di entrare in servizio effettivo, svolgono un’attività di uditorato specifico, della durata di un anno e mezzo, per prepararsi professionalmente: in questo periodo, affiancano un giudice esperto senza possibilità di firmare alcun provvedimento, ma con la finalità di imparare la materia della quale andranno a occuparsi.
Questo non esclude errori dovuti a inesperienza, ha sottolineato Grosso, ma limitati a procure molto piccole: «Dove esiste un procuratore capo in grado di coordinare le risorse investigative difficilmente l’inesperienza di un pubblico ministero può compromettere un’indagine».

La spettacolarizzazione della giustizia

Anche la mancanza di fondi destinati agli uffici giudiziari per l’espletamento della loro attività potrebbe essere tra le cause di certi errori. Si è spesso sentito dire che in certe procure mancano addirittura soldi per la carta destinata alle fotocopie, ma anche per le intercettazioni. Strumento principe per tante indagini, dai casi di mafia alla corruzione, ma anche alla cronaca nera. Eppure le cose potrebbero non stare esattamente così.
Secondo quanto riferito da un giudice in servizio in una piccola procura del Nord, infatti, almeno in materia di intercettazioni le cose sono migliorate. Nel senso che ogni procuratore può contrattarne il costo con i singoli gestori telefonici e grazie alla concorrenza tra diversi soggetti è possibile spuntare tariffe basse.
INDAGINI E MEDIA. Se gli strumenti tecnici sono utilizzabili a costi ragionevoli, allora ci sono altri elementi che possono inficiare i risultati delle indagini. Tra questi, il delicato capitolo dei rapporti con i mass media non è da sottovalutare. Non c’è dubbio che negli ultimi 20 anni l’interesse della pubblica opinione verso gli episodi di cronaca, soprattutto nera, sia andato di pari passo con una crescente spettacolarizzazione della giustizia.
INDISCREZIONI QUOTIDIANE. Ma se 20 anni fa Un giorno in pretura raccontava in tivù i casi di cronaca quando i colpevoli (o presunti tali ) erano alla sbarra, adesso il flusso di notizie e indiscrezioni sulle vicende più eclatanti è quotidiano e si traduce in talk-show pomeridiani e approfondimenti serali davanti alla telecamera popolati da esperti, testimoni o anche pubblici ministeri. «Il rischio è che i testimoni siano interessati solo ad apparire in televisione, magari per guadagnare qualche soldo o soltanto un momento di notorietà», ha confermato Luberto, «e non a fornire dettagli utili alle inchieste».

Il rapporto tra giustizia e mass media

Il rischio che la comunicazione tra uffici giudiziari e stampa possa creare danni è evidente. «Rivelare ai mezzi di comunicazione i particolari delle indagini può svelare piste investigative, in grado di favorire i colpevoli di un reato», ha spiegato Grosso, «che possono mettere in atto misure per non essere scoperti».
CORTO CIRCUITO MEDIATICO. Sarebbe quindi ovvio, al di là delle esigenze dell’informazione, che la comunicazione avvenisse su binari molto stretti, valutando caso per caso, o che fosse addirittura assente. «Meglio sarebbe non rivelare nessun particolare delle indagini in corso», ha proseguito Grosso, che osserva come talvolta «i giornalisti interpretino le notizie e i particolari, riportando circostanze solo in parte vere, creando un corto circuito mediatico giudiziario che si ripercuote negativamente su entrambi i versanti: informazione e indagini».
Tanto più se, come osserva un giudice civile, talvolta la stampa diventa portatrice di istanze più politiche che editoriali. Al punto che una parte della politica sembra avere un atteggiamento in contrasto con la necessità di garantire al sistema giudiziario le proprie finalità di neutralità e di legalità proprie della funzione giudiziaria.
MAGISTRATI SCHIERATI? Parte dell’opinione pubblica è infatti convinta, a torto o a ragione, che gran parte della magistratura sia politicamente schierata. E non soltanto quando si tratta di giudicare episodi di corruzione politica o malaffare, ma anche in vicende di cronaca. Il presunto atteggiamento buonista verso l’imputato immigrato o l’accanimento verso la ricerca del colpevole straniero vengono letti non di rado in chiave politica.
L’ERRORE DI NOVI LIGURE. Fu così per l’omicidio di Novi Ligure, madre e figlio piccolo massacrati in casa (dalla figlia maggiore e dal fidanzato, si scoprirà), che determinò, nelle ore immediatamente dopo la scoperta del delitto, una grande caccia a una fantomatica banda di albanesi, ritenuti autori del duplice omicidio. Un errore. Poi corretto. Un’anomalia, forse, della nostra società.
D’altronde, ha fatto notare il giudice civile, dovendo affrontare un’operazione in ospedale non ci si chiede se il chirurgo sia omosessuale, comunista o fascista né tantomeno se questi o altri orientamenti potranno condizionare il suo lavoro in sala operatoria.