L’omicidio di Fiorenza Rancilio e lo spettro della stagione dei sequestri: il racconto della settimana

Di ritorno nella stanza del Principe di Savoia Francesco mi getta una copia del Corriere prima di infilarsi sotto la doccia. Sfogliandolo distrattamente rimango colpito da due titoli: "Ereditiera stordita e assassinata” e poi “L’impero immobiliare della dinastia maledetta”. Il cognome della vittima non mi è nuovo...

L’omicidio di Fiorenza Rancilio e lo spettro della stagione dei sequestri: il racconto della settimana

Da qualche giorno sono fuori “dal nido del cuculo”, come lo chiamo io, ovverosia la clinica sul Lago di Como dove vivo da quando ho avuto l’incidente. La mia memoria è ancora incasinata ma piano piano sto recuperando. Sono fuori per le vacanze di Natale, come ai tempi del collegio, e adesso sono seduto in una stanza d’albergo a Milano mentre fuori dalla suite un ragazzo di 23 anni di nome Francesco mi sorveglia seduto in corridoio con una Uzi a bandoliera sul petto. Ogni tanto arriva qualcuno a dirmi di rilassarmi, di stare tranquillo, di essere bello e basta. Così io resto qui, a guardare la tv o a sfogliare i giornali, sotto un soffitto color celeste aspettando che Priscilla o mio fratello Andrea mi vengano a recuperare.

Credo sia passata almeno una settimana da quando arrivato qui. Guardo Francesco, che oggi indossa un maglione di cachemire a collo alto color blu elettrico. «Mio padre dov’è?». «Ancora, Stefano?». «Dov’è?», ansimo. «Ci siamo già tornati su un centinaio di volte». Qualche volta mi viene concessa una passeggiata. Francesco è sempre al telefono. Prendiamo sempre l’ascensore di servizio per scendere di sotto e lui è sempre armato ma senza dare nell’occhio. Passeggiando scruta sempre attentamente i passanti, ogni tanto mi porta davanti alle vetrine dell’Emporio Armani in via Manzoni per vedere se mi ricordo qualcosa. «Qualcuno verrà a tirarti fuori presto o tardi», mi dice, mentre ci dividiamo un’insalata di avocado al Lu Bar di via Palestro. «Ma non so dirti esattamente quando».

Ricordo che la cosa da noi in famiglia venne presa piuttosto seriamente e che mio padre in quel periodo iniziò ad andare in giro armato, portando sempre con sé una pistola nascosta in una fondina di pelle sotto la giacca sartoriale

Di ritorno nella stanza del Principe di Savoia Francesco mi getta una copia del Corriere della Sera prima di infilarsi sotto la doccia, e io, sfogliandolo distrattamente, rimango colpito da una notizia di cronaca che riporta questo titolo: “Ereditiera stordita e assassinata” e poi “L’impero immobiliare della dinastia maledetta”. Ho quasi un attacco di panico mentre penso: forse vogliono ucciderci tutti. Nel pezzo si parla di una certa Fiorenza Rancilio, trovata morta in casa con ferite alla testa e del fermo del figlio di 35 anni con problemi psichiatrici. Il cognome non mi è nuovo perché mi sembra di ricordare che da piccolo rimasi colpito dalla notizia del sequestro di un altro Rancilio, mi pare si chiamasse Augusto, rapito dalla ‘ndrangheta in quella che ancora oggi viene ricordata come la stagione dei sequestri che andò dall’inizio degli Anni 70 alla metà degli Anni 80. Ricordo che la cosa mi colpì perché ad aprire quella funesta stagione fu un mio compagno di classe, Mirko Panattoni, un bambino che era con me al Collegio San Marco a Bergamo e che fu prelevato fuori da scuola da un commando che lo fece salire con la forza su una Volkswagen color nocciola una mattina di maggio del 1973. Ricordo che la cosa da noi in famiglia venne presa piuttosto seriamente e che mio padre in quel periodo iniziò ad andare in giro armato, portando sempre con sé una pistola nascosta in una fondina di pelle sotto la giacca sartoriale. Fortunatamente Mirko venne liberato dopo un paio di settimane e ricordo che il suo faccione pallido, incorniciato da una massa di ricci nerissimi, mentre salutava la folla in braccio a mamma e papà, fece il giro delle prime pagine dei giornali di tutto il mondo.

L'omicidio di Fiorenza Rancilio e lo spettro della stagione dei sequestri: il racconto della settimana
Augusto Rancilio, sequestrato nel 1978.

Il giorno dopo la situazione non migliora, sono scosso da tremiti di freddo mentre Francesco entra nella mia stanza in compagnia di una ragazza bellissima, invitandomi a uscire a fare un giro. «Come fai a sapere che tornerò?». «Mi fido di te», dice. «Perché?», chiedo. «Perché non hai nessun posto dove andare». Cammino un po’ senza meta per le vie intorno all’albergo, la città è vestita a festa, ci sono luci colorate e alberi di Natale dappertutto e mi fermo inebetito quando vedo una limousine ultra-lunga fermarsi a pochi metri di distanza da me: dentro sembra ci sia mio padre con una ragazza molto giovane con i capelli neri e un rossetto blu cianotico. Due ore più tardi sono in una piccola strada ed entro nel bistrot da Giacomo, ordinando un bicchiere d’acqua e dicendo al maître di sala che sto aspettando qualcuno anche se so benissimo che non è vero. L’immagine che mi restituisce lo specchio è quella del mio volto rilassato che sorride al nulla con indosso un paio di occhiali dalla montatura di metallo e un abito Brooks Brothers grigio perfettamente stirato. Sul calendario dietro la cassa c’è scritto 16 dicembre, mancano nove giorni a Natale, dopo di che dovrò tornare in clinica. Dopo mezz’ora chiedo al maître di sala di poter utilizzare il telefono dato che non ho con me il mio iPhone. Rimango un paio di minuti con la cornetta in mano, fissando il vuoto, rendendomi conto di non sapere chi chiamare prima di uscire e incamminarmi a piedi verso l’albergo. Fuori la notte è gelata, le strade sono bagnate, passa un taxi che mi trattengo dal fermare e quando arrivo davanti a Piazza della Repubblica inizio a piangere. D’altronde ho sempre amato il Natale.