Opposizione sfiduciata

Fabio Chiusi
26/01/2011

Non solo Bondi: le occasioni perse dalla minoranza.

«Lo sanno anche i bambini dell’asilo che Bondi avrà la maggioranza». Nemmeno Pier Ferdinando Casini credeva più alla mozione di sfiducia presentata dal suo partito, insieme col resto del Terzo polo, contro il ministro della Cultura, Sandro Bondi. La sfiducia a Bondi è stata respinta con 314 no, 292 sì e due astensioni (leggi la notizia). Decisiva la bocciatura della richiesta di rinvio della votazione da parte dell’Udc, che ha deciso di mandare quattro parlamentari al Consiglio d’Europa per difendere le radici cristiane del Continente. E i conti non tornano. Così che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha buon gioco a definire «dilettanti allo sbaraglio» politici navigati come lo stesso Casini, Francesco Rutelli e Gianfranco Fini.

La sfiducia bocciata dall’opposizione

Quello su Bondi, del resto, non è che l’ennesimo autogol di una opposizione che, tra assenze più o meno colpevoli e discordie politiche, ha fallito ripetutamente nel tentativo di mettere in crisi la maggioranza. E dire che le occasioni non sono mancate. Il caso più eclatante è il voto di sfiducia all’esecutivo del 14 dicembre 2010.
Un momento che avrebbe potuto rappresentare il coronamento della lunga battaglia di Gianfranco Fini per costruire un centrodestra diverso da quello a guida berlusconiana e che invece si è tramutato in una sconfitta da cui Futuro e Libertà ancora fatica a riprendersi. Per evitare il tracollo sarebbe bastato tenere compatte le truppe. E invece, all’interno dei futuristi, Silvano Moffa, Catia Polidori e Maria Grazia Siliquini hanno fatto mancare il loro appoggio. Per non parlare degli ex antiberlusconiani duri e puri dell’Italia dei Valori, Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, divenuti improvvisamente «responsabili». Maggioranza ridotta a tre voti, dunque, ma non disarcionata.
MAGGIORANZA A PIÙ 20. Anzi, il suo vantaggio si è addirittura gonfiato, ritornando a 20 voti di scarto nella seduta del 19 gennaio 2011, quando la Camera ha approvato la relazione del ministro Angelino Alfano sullo stato della giustizia in Italia. Un dato che Berlusconi ha subito rivenduto, a livello comunicativo, come una seconda fiducia incassata in meno di un mese.
Eppure senza gli 11 assenti nel Pd, i 4 in Futuro e Libertà e i 2 da Udc e Idv insieme, gli equilibri sarebbero rimasti gli stessi. E la propaganda del Cavaliere avrebbe avuto qualche freccia in meno al suo arco.

Determinanti sullo scudo fiscale

Ma anche prima della fuoriuscita dei finiani dal Pdl l’opposizione, nonostante i numeri largamente sfavorevoli, avrebbe potuto mettere i bastoni tra le ruote del governo. Non che non sia successo, sia chiaro. Anzi, le volte in cui la maggioranza è andata sotto, tra Camera e Senato, sono state ben 72. Tuttavia avrebbero potuto essere molte di più.
NEL PD 22 ASSENTI. Senza le 22 assenze tra le file del Pd e le sei tra quelle dell’Udc, per esempio, il famigerato “scudo fiscale”, contenuto nel disegno di legge anti-crisi, non avrebbe mai avuto il via libera della Camera. E invece l’ha ottenuto il 2 ottobre 2009 con uno scarto di 20 voti. A misfatto compiuto la presidenza del gruppo del Partito Democratico minacciò sanzioni. Precisando, tuttavia, che «su 22 assenti, 11 erano in malattia». Gli assenti ingiustificati sarebbero stati, dunque, solamente 11: un numero «non determinante» ai fini del voto.

Cosentino deve dimettersi. Anzi, no

Abbastanza per scongiurare un severo giudizio politico? Difficile. Soprattutto se si considerano alcuni precedenti. A gennaio 2009, infatti, massicce defezioni nel gruppo del Pd alla Camera impedirono l’accoglimento di una mozione, firmata, insieme con il Pd, da Udc e Idv, per le dimissioni di Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia, accusato da diversi pentiti di essere «fiancheggiatore o concorrente esterno in associazioni criminali di tipo mafioso» e, in particolare, con il clan camorristico dei Casalesi.
VELTRONI DESAPARECIDO. Il primo firmatario, Antonello Soro, si era fatto carico di pesanti affermazioni: è evidente che la permanenza di Cosentino nel ruolo di sottosegretario di Stato, recitava il testo della mozione, «leda gravemente non solo il prestigio del Governo italiano, ma anche e soprattutto la dignità del Paese». Peccato che non tutti nel suo partito la pensassero allo stesso modo.
Poco prima della della votazione, infatti, 47 deputati uscirono dall’Aula per ritornarci immediatamente dopo. Due, Cinzia Capano e Ugo Sposetti, restarono, ma per votare contro. Una ventina si astenne. Piero Fassino, insieme con altri sei, risultava in missione. Walter Veltroni, dopo aver chiesto in un’intervista le dimissioni di Cosentino, era assente. E così fu Cosentino stesso a dimettersi da sottosegretario, nel luglio 2010. Ma per tutt’altri motivi: «Lascio il governo per concentrarmi sul Pdl in Campania».

L’abolizione delle province abolita

E l’abolizione delle province, ripetutamente promessa da Berlusconi nella campagna elettorale per le politiche del 2008? Se non se ne sente più parlare è, ancora una volta, ‘merito’ dell’opposizione. Con un risultato di 261 a 253, infatti, il 10 ottobre 2009 la Camera approvò la proposta della maggioranza di sospendere l’esame del testo di legge. Alla votazione erano assenti 27 deputati del Pdl e due della Lega.
I SOLITI 22 DEL PD. L’occasione sarebbe propizia per mettere l’esecutivo di fronte alla sua «moralità», cioè rispettare le promesse fatte agli elettori. Ma 22 assenti nel Pd, quattro nell’Idv e uno nell’Udc furono determinanti. Senza contare il voto “ribelle” del democratico Massimo Vannucci e le astensioni di Sandro Gozi (Pd) e Lorenzo Ria (Udc).

Quelle assenze sulla legge anti-fannulloni

Voto al limite anche per la cosiddetta legge “anti-fannulloni” del ministro Renato Brunetta, passata con 92 voti di scarto ma che avrebbe potuto addirittura essere bocciata, anche se di un solo voto, se 67 deputati del Pd, 14 dell’Udc e 13 dell’Idv non fossero stati assenti; per la legge sul terremoto in Abruzzo, approvata 261 a 226, ma con 27 defezioni nel Pd (oltre a 4 voti a favore del provvedimento), sei nell’Udc e due nell’Idv; e per la legge salva-Alitalia, che alla prima votazione alla Camera ce la fece per soli 23 voti: uno in meno di quanti ne avrebbe potuto portare all’opposizione la somma delle 14 assenze nel Pd, delle 7 nell’Udc e dei 3 dell’Idv.